Sicilia Viaggi

Il blog sul turismo in Sicilia

traghetti Sardegna

Un viaggio straordinario alla scoperta delle Isole Pelagie

22 maggio 2013 scritto da Staff di Sicilia Viaggi

Siamo nel cuore del Mediterraneo, più precisamente in due straordinarie isole siciliane in bilico tra due continenti, Lampedusa e Linosa. Due realtà fuori dal comune, tanto per le meraviglie naturali quanto per la particolare magia che le caratterizza, propria di ogni terra di confine. Una magia che strega immediatamente chi le visita.

L’obiettivo del progetto Lampedusa day by day, una serie di brevi documentari lanciata dall’agenzia di comunicazione eGlob e dal documentarista Gabriele Gismondi, è proprio quello di indagare sulle ragioni che rendono queste isole uniche, attraverso i racconti di chi le vive in prima persona: tutti quei personaggi e quelle storie capaci di rendere tanto affascinante ogni singolo soggiorno in queste località.

Avremo modo, grazie a questi video-racconti, di dare un assaggio di quel mare mozzafiato che ha reso la calcarea Lampedusa una delle mete turistiche estive più desiderate al mondo (e qui il riferimento all’Isola dei Conigli è d’obbligo, eletta su internet nel 2013 la spiaggia più bella al mondo), o quella calma quasi fiabesca che rende la vulcanica Linosa una meta da sogno. E ancora tutti quei personaggi, attori indiscussi di questi luoghi, che valorizzeranno la nostra vacanza rendendola indimenticabile.

Lampedusa

Seguendo i consigli di Lampedusa day by day rischieremo veramente di partire da Lampedusa e Linosa a malincuore, con la sensazione di aver sempre conosciuto questi posti, per il semplice motivo di averli sempre sognati.

Gli oltre venti episodi registrati finora possono essere visti e vissuti nel sito web del progetto (www.lampedusadaybyday.com) e/o tutti d’un fiato nella playlist Join the people, meet the islands (http://bit.ly/19VWYyQ).

Lasciamoci avvolgere da queste straordinarie storie di vita isolana, per contribuire a valorizzare l’immagine delle Pelagie attraverso questi incontri fuori dal comune, che probabilmente pochi sanno di poter fare e che di fatto, se uniti alle meraviglie naturali, rendono il soggiorno in queste isole un’esperienza eccezionale.

 

Una vacanza a San Vito lo Capo, nel cuore del mediterraneo

3 dicembre 2012 scritto da Vincenzo Bonanno
HOTEL IL BAROCCO liked this post

San Vito lo Capo è la meta balneare preferita in Italia, prima nella graduatoria Travellers’ choice 2012. Il riconoscimento assegnato al piccolo borgo siciliano in provincia di Trapani, nel cuore del Mediterraneo, è stato attribuito da turisti in carne ed ossa su un sito leader del settore come TripAdvisor.

Perché una vacanza a San Vito lo Capo soddisfa a tal punto i visitatori? Anzitutto perché la località siciliana è immersa in un paesaggio incantevole. Tra il Golfo di Macari e il Golfo di Castellammare, passando per la straordinaria Riserva dello Zingaro, si impone la spiaggia di San Vito lo Capo, con la sua sabbia dorata e il mare cristallino. Una spiaggia molto amata, che unisce all’eccezionale spettacolo naturale il pregio della quiete. Nonostante la celebrità e i premi come le “5 vele” di Legambiente, infatti, il soggiorno a San Vito lo Capo è tutto all’insegna del relax, poiché la meta non è stata ancora invasa da un “aggressivo” turismo di massa. Grazie a questo aspetto, il borgo stesso, situato sul promontorio di Capo San Vito, conserva il fascino dell’Italia vera, della tradizione, della sicilianità. Una vacanza a San Vito lo Capo regala meravigliosi scorci di storia, tra le case basse e assolate, o nello stesso paesaggio brullo e incontaminato. Severi e misteriosi, monumenti in stile arabo-normanno come il Torrazzo, il Santuario o il tempietto di Santa Crescenza, si ergono improvvisi per lo stupore del viaggiatore. Inevitabile e indimenticabile la passeggiata in centro, in Via Savoia, sulla strada che conduce al mare, tra gli svaghi offerti in estate (concerti, spettacoli, ecc.), il Museo del Mare, con i reperti archeologici scovati nei fondali sanvitesi, e il Palazzo La Porta, che ospita il Municipio.

La ricettività e l’offerta di alberghi a San Vito lo Capo assicura un ampio ventaglio di prezzi e servizi, consentendo al visitatore di scegliere la soluzione adatta alle sue esigenze. Con i suoi camping e villaggi, B&B e hotel a pochi passi dalla spiaggia o nel centro storico, San Vito lo Capo dà la possibilità a tutti i turisti di trovare la propria dimensione per una vacanza da sogno. Per una selezione di hotel puoi cliccare qui.

La Sicilia e i traghetti per la Sardegna

23 novembre 2012 scritto da Staff di Sicilia Viaggi

traghetti sardegnaOltre ad essere splendida da visitare la Sicilia può essere usata anche come scalo per raggiungere la Sardegna.

Una vacanza che abbia come meta località indimenticabili, come Castelvetrano o Cefalù, potrebbe essere resa ancora più interessante con una tappa in Sardegna. Dopo aver soggiornato in uno dei numerosi ed accoglienti hotel siciliani, è possibile infatti decidere di fare un’escursione di qualche giorno nei dintorni di Cagliari.  Molti hotel siciliani situati vicino al porto di Trapani o Palermo, offrono ai loro clienti la possibilità di usufruire di escursioni appositamente studiate, con trasferimenti a loro carico, per la Sardegna.

Il grande vantaggio dei traghetti è quello di poter portare con sè la propria auto, senza doverla necessariamente lasciare in un parcheggio a pagamento. Una volta approdati a Cagliari, infatti, occorrerà spostarsi con l’auto per raggiungere le località preferite della Sardegna. Pertanto è sempre  consigliabile portare  la propria auto sull’isola o noleggiarne una sul posto per spostarsi autonomamente.

C’è da tenere presente, però, che in Sardegna non ci sono autostrade e le più importanti arterie da percorrere con l’auto sono: la SS 131 Carlo Felice che collega Porto Torres – Sassari-Oristano-Cagliari, una deviazione della SS 131 in località Abbasanta che porta a Cagliari e la SS 130 Cagliari-Iglesias. Quanto alle Ferrovie dello Stato, invece, c’è solo la tratta Sassari-Oristano-Cagliari, mentre con le Ferrovie della Sardegna sono attive le linee Alghero-Porto Torres-Palau-Macomer- Nuoro. In alternativa non rimane che optare per i due validi collegamenti marittimi per circumnavigare la Sardegna con il traghetto. Da Cagliari ad Arbatax e da Olbia  ad Arbatax.

I collegamenti dalla Sicilia alla Sardegna sono settimanali, con partenza alle 17 .00 di ogni venerdì da Palermo e di ogni sabato da Trapani, con arrivo alle 6.30 circa  nel porto Sardo. D’estate, ovviamente le tratte sono molto più frequenti e spesso sono effettuate anche corse straordinarie per sopperire alle esigenze sopravvenute dei turisti in eccedenza.

I traghetti sardegna posso essere presi anche dai porti  italiani più importanti (Civitavecchia, La Spezia, Livorno, Napoli, Genova e altri) con numerose destinazioni: Olbia, Porto Torres, Cagliari, Golfo Aranci (Olbia) e Arbatax.

E’ fondamentale prenotare i traghetti con sufficiente anticipo, soprattutto d’estate. Spesso sono messi in promozione i biglietti,  con sconti limitati ad alcuni giorni e offerte famiglia . Se ci si mantiene in frequente contatto con i siti turistici e di viaggio è possibile usufruire della convenienza, altrimenti si rischia di perdere le offerte migliori che, ogni anno, vanno letteralmente a ruba.

Le possibilità di sistemazione sono molteplici. Si parte dai più economici posti sul ponte. Si sale in graduatoria e fascia di prezzo con le poltrone, senz’altro più comode e riservate. Poi ci sono le cabine con i letti a castello, di I o II classe con tariffa ancora superiore, ma con garanzia di maggiore privacy e comodità.

Piedimonte Etneo: il Santuario della Vena

21 luglio 2012 scritto da Vincenzo Bonanno

A Piedimonte Etneo, in provincia di Catania, è possibile trovare uno dei più antichi luoghi di culto di tutta l‘Europa: il Santuario di Santa Maria della Vena.

Fu voluto da San Gregorio Magno che lo edificò, quasi 1500 anni fa, nei boschi di proprietà della madre (Santa Silva).

La leggenda narra che i monaci, incaricati da San Gregorio della sua costruzione, quando giunsero sul posto assistettero allo sgorgare miracoloso di una vena acquifera tuttora esistente. Da questo prodigio ebbe origine il nome del Santuario. La fontana, alimentata da questa vena acquifera è considerata miracolosa.

All’interno del Santuario è possibile trovare una bellissima icona bizantina raffigurante la Vergine Maria con in braccio Gesù bambino. Le due figure sono strette guancia a guancia. Sempre al suo interno è possibile trovare una macina raffigurante il mistero della vita.

Il Santuario è legato ad un secondo evento miracoloso. Il 6 febbraio 1865, infatti, a seguito di una forte eruzione dell’Etna, la lava si fermò proprio di fronte alla Chiesa del Santuario, salvando la vicina borgata di Vena. A questo episodio è legata la rappresentazione della Madonna. del Fuoco, alle spalle dell’altare.

Come arrivare

Il Santuario si trova nel Comune di Piedimonte Etneo, nella frazione di Vena, ad oltre 700 metri di altezza, sulla falda nord-est dell’Etna. È possibile raggiungerlo dalla A18 Messina-Catania (svincolo Fiumefreddo) o dalla provinciale 59 Linguaglossa-Zafferana (bivio Vena-PE).

Per chi arriva in aereo, consigliamo di prenotare un volo per l’aeroporto di Catania. Le compagnie a disposizione sono molteplici, tra cui tanti low-cost. Il sito www.volagratis.com (il cui slogan è vola quasi gratis), consente una facile ricerca del miglior volo per voi.

Una vacanza a Rimini

11 maggio 2012 scritto da Vincenzo Bonanno
Joel Di Costa liked this post

Rimini, da sempre, è sinonimo di vacanza e divertimento. La città, infatti, ogni anno ospita migliaia di giovani interessati a sfruttare pienamente le numerose strutture che la cittadina romagnola mette loro a disposizione: spiaggie attrezzate, ristoranti, discoteche e tanto altro ancora.

I suoi lidi sono talmente ben attrezzati da poter soddisfare le esigenze di tutti. Al suo interno è possibile trovare bar, ristoranti, giochi per i più piccoli, campetti e mini palestre per i più sportivi, ma soprattutto tanta animazione.

Dopo il tramonto il divertimento si sposta nel cuore di Rimini. Prima nei bar per un aperitivo e dopo nei ristoranti a gustare la rinomata cucina romagnola. Dopo cena è d’obbligo visitare le discoteche della riviera romagnola, veri e propri luoghi di culto per gli appassionati. Chi preferisce una serata rilassante, può frequentare uno dei numerosi lounge bar e club della zona, dove è possibile sorseggiare un cocktail e scambiare quattro chiacchiere con gli amici.

Rimini è la meta ideale anche per molte famiglie interessate a trascorrere una vacanza tranquilla e rilassante. Una vacanza fatta di mare, ma anche di escursioni in città e fuori. Vi consigliamo di dedicare almeno un giorno al centro storico della città, alla scoperta del suo patrimonio storico ed artistico. Da non perdere: l’Arco d’Augusto, il ponte di Tiberio, il Tempio Malatestiano e la Domus del Chirurgo. La sera potrete concludere la giornata con una splendida passeggiata alla Darsena (zona San Giuliano Mare) dove troverete anche molti ristoranti tipici.

Anche i dintorni, come dicevamo, offrono molto. Rimini, infatti, è circondata da cittadine interessanti e suggestive. Noi vi suggeriamo Santarcangelo di Romagna, Montegridolfo, Coriano, Montefiore Conca e, ovviamente, San Marino.

Nella zona è anche possibile trovare numerosi parchi a tema per grandi e piccoli. Dalla famosa Italia in miniatura a Fiabilandia per i bambini, dal Delfinario al parco marino Oltremare di Riccione. Se andate in auto potrete spingervi fino a Mirabilandia, vicino Ravenna.

Uno dei motivi di questo successo è senz’altro la ricchissima offerta di strutture ricettive. La cittadina dispone, infatti, di numerosi alberghi di tutte le categorie con un ottimo rapporto qualità/prezzo. Il problema, semmai, è quello di orientarsi e trovare la soluzione ottimale, senza correre rischi. In questi casi, la soluzione migliore è quella di affidarsi ad un network conosciuto ed affidabile come, ad esempio, www.informa-hotel.com. Visitando il loro sito è possibile selezionare l’hotel più adatto alle vostre esigenze e prenotare. Le strutture, tra l’altro, sono raggruppate secondo alcune interessanti caratteristiche. Ad esempio: per bambini, per celiaci oppure per ciclisti. Se non volete spendere molto, vi consigliamo di cercare tra gli Hotel 3 stelle a Rimini, troverete un buon compromesso tra i servizi offerti ed il costo della vacanza. E’ disponibile anche una sezione dedicata ai Last Minute.

Progetto: UN BALZO PER LE VIE DI… – Parte VI

8 maggio 2012 scritto da Claudia Porcarello

Festività e tradizioni

La quasi totalità delle festività e tradizioni del territorio è legata al culto ed alle feste religiose, mentre una delle feste profane per eccellenza è  IL CARNEVALE che in passato era caratterizzato da toni certamente più dimessi rispetto ai giorni nostri, quando si ballava nei circoli associativi, o anche nelle case private. Proprio in queste feste le maschere entravano prepotentemente, le maschere di allora si accontentavano di costumi poveri, andando a rovistare nelle casce di famiglia alla ricerca di antichi scialli. L’apice del Carnevale si raggiungeva negli ultimi due giorni prima delle Sacre Ceneri. L’ultima sera di Carnevale veniva confezionato un manichino di paglia vestito con abiti vecchi, detto u pagliazzu, che veniva portato a spalla dalle persone mascherate, ed allo scoccare della mezzanotte gettato dalla rocca del castello. Oggi, del carnevale giulianese rimane soltanto il ballo  in maschera che di anno in anno vengono organizzate presso dei locali comunali o di privati.

A Bisacquino invece negli anni precedenti il terremoto del ’68 esso attraversò una fase critica, per riaffermarsi più di prima nel periodo seguente, arricchito al giorno d’oggi dai carri allegorici.  Per la preparazione di questi, i ragazzi e i giovani del paese, sostenuti anche dall’entusiasmo dei più adulti, si danno convegno in allegri e frenetici laboratori allestiti spesso fuori paese.  Ancora oggi, come un tempo, i cittadini trovano nei circoli del paese, la possibilità di vivere momenti diversi da quelli quotidiani. Ogni sabato e domenica, nei quaranta giorni che precedono le Ceneri, essi affollano i circoli e si abbandonano a lisci e contradanze. Il Carnevale raggiunge il suo punto culminante negli ultimi quattro giorni, quando le danze si protraggono fino al mattino e si concludono, la notte del Martedi, con una coinvolgente contradanza. Questa, partendo da un circolo, diventa via via più allegra e rumorosa raccogliendo tutti i soci degli altri circoli, per concludersi al centro della piazza in una esplosione di gioia e festosità. La donna durante il Carnevale, in maschera o avvolta nel tipico “dominò”, maschera principale di bisacquinese, (tunica scura che copre la persona fino ai piedi e munita di un cappuccio sulla testa che impedisce di riconoscerla) diventa protagonista poiché è essa che invita l’uomo a ballare, capovolgendo i ruoli tradizionali.

SAN GIUSEPPE – “L’ARTARU”

La Tradizione vuole che il 19 marzo, giorno di S. Giuseppe, molte famiglie del paese devote al Santo Patriarca, in seguito a grazie ricevute, allestiscono come voto il cosiddetto “Artaru”, (l’altare) nella propria abitazione. Questo si articola in gradini a Bisacquino , in una grande tavola a Contessa, sui quali si dispone l’immagine di S. Giuseppe o della sacra famiglia. Il tavolo  è ornato dalle migliori lenzuola ricamate che le donne del luogo conservano da sempre con molta cura. Vi abbondano inoltre piatti ricolmi di “pignolata”, “sfince” e fritture varie. La preparazione dei cibi e l’addobbo dell’altare necessitano delle collaborazione di diverse persone così donne, amici, parenti e vicini di casa si ritrovano tutti insieme a collaborare come in una “grande famiglia” e con grande spirito di solidarietà comune che diventa il segno tangibile della devozione al Patriarca. Questi piatti si alternano ad arance e finocchi, mentre una profusione di odori emana dai fiori che lo abbelliscono e dai rami di alloro posti ai lati di esso. A mezzogiorno, attorno alla grande “tavolata” imbandita, siedono i convitati, persone poco abbienti dette “santuzzi”, in un numero che oscilla tra un minimo di cinque e un massimo di tredici. Essi rivestono il ruolo della sacra famiglia e dei santi verso i quali si è particolarmente devoti. Ai convitati vengono serviti pastasciutta con mollica abbrustolita e dolcificata con zucchero, fritture varie e dolci di ogni genere. La giornata di S. Giuseppe trascorre in paese in un viavai di persone che si recano a visitare gli altari presso parenti e amici. Caratteristica principale dell’ “Artaru” sono i pani di San Giuseppe; essi sono dei pani lavorati e intagliati a mano come piccole opere d’arte che rappresentano gli  antichi attrezzi dei mestieri, tra cui quello del falegname. La vera particolarità sono però  i cosiddetti  “cucciddati”, dei grossi pani rotondi lavorati ad arte posti all’inizio della tavolata, la barba e il bastone di S.Giuseppe e la “M” del nome di Maria. La mattina del 19, dopo la Santa Messa i Santi si recano all’ “Artaru” e iniziano a consumare il pranzo, serviti dal membro della famiglia che ha promesso l’Artaru al Patriarca S. Giuseppe. La tradizione vuole che ogni Santo debba assaggiare tutto ciò che gli viene servito.
Una particolarità che distingue i festeggiamenti che gli abitanti di Contessa riservano al Patriarca è il canto di ” Lu Viaggiu Dulurusu”, canto in dialetto siciliano, che viene fatto davanti a tutti gli altari del paese la vigilia di San Giuseppe. Tutti i fedeli e devoti al Santo si uniscono alla Banda Musicale e fanno il giro degli “Artari” e per ognuno di esso intonano il Canto che non è altro che il racconto dei nove giorni di viaggio affrontati da Giuseppe e la Vergine Maria  fino alla nascita di Gesù Bambino.

VENERDI SANTO

Una solennità molto antica e sentita dalla comunità bisacquinese è quella del Venerdì Santo, che si svolge sulla suggestiva collina del Calvario. Alle ore tredici il Cristo viene posto sulla croce, mentre i cantori intonano le “lamentanze”, antichissimi inni di autore ignoto risalenti al 1700. Alle ore sedici giunge la Madonna Addolorata e due donne che recitano preghiere si alternano ogni mezz’ora al suo fianco, mentre il canto si protrae fino a sera ,quando il Cristo, deposto in un’urna, viene portato assieme alla Vergine Addolorata in una processione che si snoda per le vie principali del paese e si conclude in piazza davanti al sagrato della Chiesa Madre. La sera precedente, sulla medesima collina, si svolgono le funzioni del ” Giovedì Santo”. I membri della congregazione del SS. Crocefisso, celebrano l’Ultima Cena mangiando pane e pesci. Infine un congregato rimane nella chiesa fino al mattino a guardia del “Sepolcro” che qui, come nelle altre chiese del paese, è stato allestito a ricordo  del sepolcro di Cristo. 

Domenica di Pasqua

Sacra rappresentazione popolare della Resurrezione di Gesù Cristo “Cala l’Ancilu Ncontru”  a cura delle Congregazioni religiose.

PASQUA ARBERESCHE

La Domenica delle Palme.  A Contessa le Processioni della Domenica delle Palme sono due, e convergono contemporaneamente nella Chiesa Greca e Latina. La solenne liturgia è officiata rigorosamente col rito greco-bizantino, dopo la funzione si sfila in processione in abiti tradizionali intonando il canto del “Lazzaro” e del “Christos-Anesti” (Cristo risorto).

Lazzaro. Durante la notte che precede il sabato di Lazzaro alcuni ragazzi e ragazze si fermano presso alcune abitazioni del paese per cantare in lingua albanese l’episodio evangelico della morte e risurrezione di Lazzaro; al termine del canto il padrone di casa fa accomodare i cantori e offre loro da bere e da mangiare (formaggi, uova etc.)

Sabato Santo. Nella tarda mattinata del Sabato Santo durante la messa le campane della Chiesa greca suonano a festa per preannunciare la Resurrezione di Cristo.

Con un tralcio di vite con sette gemme e pronunciando una frase tipica, la padrona di casa percuote tutti gli oggetti e ogni angolo della abitazione per scacciare via il demonio che poteva spadroneggiare mentre Cristo giaceva morto nel sepolcro.

La notte che precede la Pasqua viene annunciata la resurrezione di Cristo col canto del “Christos Anésti”.

San Nicola

Per la festa di San Nicola, patrono di Contessa, al termine della Divina Liturgia solenne vengono distribuiti i “Panini di San Nicola” benedetti. Essi vengono conservati e fatti a pezzettini e gettati fuori casa quando infuria il maltempo per essere protetti dai danni derivanti dai temporali e dalle intemperie.

LA FESTA DEL SS. CROCIFISSO – “U JORNU DU SIGNURI”

La festa del SS Crocifisso a Giuliana viene celebrata il primo venerdì dopo la Pasqua di resurrezione, e tale giorno viene chiamato “u jornu du Signuri” .

Narra la leggenda che il 24 aprile 1579 le campagne di Giuliana vennero salvate da una lunga siccità per intercessione di un crocifisso donato da ignoti alla chiesa di S. Margherita.

La festa del SS. Crocifisso, curata dall’omonima Confraternita, è preceduta da un triduo con rosario e canzoni in dialetto siciliano e culmina con la processione il cui itinerario, ornato con rami di ilici, anticamente era percorso la sera della vigilia da numerosi cavalieri con le torce in mano. Anticamente la festa era preceduta anche dall’esposizione delle reliquie della S. Croce e della Sindone donate da Mons. Diego Aedos, arcivescovo di Palermo al suo cappellano Sac. Pietro Cremona.

Di introduzione recentissima è la funzione della scesa del SS. Crocifisso dall’altare maggiore della Chiesa accompagnato dal rullo di tamburi e da un buio scenografico, che crea un’atmosfera di fedele e silenzioso raccoglimento. Negli ultimi due anni, infatti, il Crocifisso, che è una scultura in legno di leccio, raffigurante il Salvatore appena spirato, viene sceso a braccia dai membri del comitato dei festeggiamenti del SS. Crocifisso, nonché membri dell’omonima Confraternita, che vestiti di una lunga tunica, in devoto silenzio prelevano la Croce con il simulacro ligneo dall’altare maggiore della Chiesa e l’accompagnano fin sopra il fercolo processionale posto all’esterno della Chiesa poco prima dell’inizio della processione, tra lo stupore e la commozione dei fedeli presenti in Chiesa.

È “tradizione” che ogni anno piova durante la processione o comunque scenda qualche goccia. Ciò, tra l’altro, lega il Crocifisso di Giuliana a quello di Chiusa Sclafani e Bisacquino. Fra questi tre Crocifissi sembra che ci sia un’intesa nell’erogazione della pioggia, infatti, la tradizione vuole che se non piove per la festa del SS. Crocifisso di Giuliana, piove per la festa di quello di Bisacquino e se non piove nemmeno per la festa di quello di Bisacquino piove sicuramente per la festa di quello di Chiusa Sclafani.

Legata alla festa del Crocifisso è la Sagra del pesce.

Esiste ai piedi del castello di Federico II un’antica edicola votiva, detta della Madunnuzza, scavata nella roccia e recentemente restaurata. Una lanterna era tenuta sempre accesa in segno di devozione davanti a tale cappella. Narra la tradizione che in una sera di nebbia fitta, i marinai di Sciacca per rientrare in porto si orientarono con la fioca luce di questa lanterna e in segno di ringraziamento fecero il voto di portare il pesce a Giuliana, organizzando una vera e propria sagra. Ancora oggi il venerdì dopo Pasqua, detto u jornu ‘u signuri, i giulianesi mangiano pasta con finocchi e sarde, mentre in passato i fidanzati facevano dono alle proprie ragazze di un merluzzo ornato con un fiocco rosso. Il giorno della festa viene preannunziato dall’alborata, cui fa seguito l’ingresso nel paese della banda musicale che fa il giro per le strade. Tutti i Giulianesi fortemente attaccati a “u jornu du Signuri” si recano in Chiesa per ascoltare la messa e partecipano alla processione che si svolge per le vie del paese, accompagnata dalla banda musicale e conclusa da giochi pirotecnici.

IL TRE MAGGIO

Questa tradizione, viva  dai primi anni del Novecento, coinvolge ancora oggi la comunità di Bisacquino fin dalle prime ore del mattino. Le vie del paese sono animate dalla banda musicale e da gruppi di fedeli che al suono delle campane si recano  a preparare i Santi per la processione, mentre i ragazzi raccolgono gli oboli  bussando alle porte di casa. La festa raggiunge il culmine nel pomeriggio quando per le vie del paese si svolge una imponente, suggestiva e spettacolare processione con la “Vara”  (baldacchino ligneo del Settecento, intarsiato e dorato,  sotto il quale si trova una statua del Crocifisso) preceduta da una trentina di Santi che fanno corona al crocifisso. Le statue di Santi, addobbate con fiori, luci e nastri, vengono portate a spalla dalle varie chiese di appartenenza fino alla Matrice da dove la processione parte. La processione si conclude poi in piazza, dove viene officiata, davanti alla Chiesa Madre, una messa solenne; i fuochi di artificio, a mezzanotte, chiudono la giornata di festa.

Festa San Francesco di Paola. Di solito festeggiato la prima domenica di maggio, prevede oltre alla tradizionale processione anche  la realizzazione di antichi giochi tra squadre a premi a cura del comitato dei festeggiamenti.

Giugno Corpus Domini. Manifestazione religiosa che prevede anche la predisposizione degli  altari votivi all’esterno da parte dei fedeli.

FESTA DELLA MADONNA DEL BALZO

La festa coincide con il giorno dell’Assunzione ed è preparata dalla cosiddetta  “quindicina”: i devoti, ogni mattina all’alba – dall’uno al quindici agosto – percorrono, a piedi scalzi, l’antica strada acciottolata del Santuario, recitando il rosario della Madonna del Balzo. Assistono alla Messa, celebrata talora da un sacerdote non del luogo chiamato appositamente per l’occasione. La sera, poi, vengono allestiti nei vari quartieri del paese degli altarini con l’immagine della Madonna  e attorno ad essi si riuniscono gli abitanti del rione per recitare il Rosario e cantare ” A Vui Sarvi Regina” ed altri antichi inni popolari locali dedicati alla Madonna. La “quindicina” si conclude la notte tra il 14 e 15 Agosto quando, da paesi anche lontani, innumerevoli  pellegrini affluiscono al Santuario per ascoltare le messe. Queste iniziano a mezzanotte e si susseguono fino alla tarda mattinata del quindici. La festa si conclude con la solenne processione, i giochi d’artificio e il concerto della banda musicale.

Estate Bisacquinese manifestazione della durata di circa 10 giorni  nel cuore di agosto, consistente prevalentemente  in esibizioni di diversa tipologia (teatro, musica, folklore, danza, pittura, fotografia, sfilate di moda, ecc), convegni , Sagra della Cipolla e mercato del contadino.

GLI ALTARI DI MEZZ’AGOSTO A GIULIANA

La festività dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, risalente all’età normanna, è conosciuta in Sicilia come Madonna di Mezz’Agosto, poiché cade appunto il 15 Agosto.

La tradizione degli altari di mezz’agosto a Giuliana deriva da quella del vicino centro di Bisacquino, nel cui territorio sorge un celebre santuario dedicato alla Madonna Assunta, sotto la variante locale di Madonna del Balzo.

La “quindicina” della Madonna di Mezz’Agosto si estrinseca nell’allestimento di altari devozionali da parte degli abitanti dei quartieri cittadini. Tali altari, in passato, venivano allestiti in gran numero quasi uno per ogni quartiere. Questi altari venivano costruiti con una intelaiatura di canne verdi, utilizzando come base un tavolo foderato con stoffe ed ornato di ricami e merletti. Nella nicchia veniva posto un quadretto della Madonna Assunta, nella sua variante della Madonna del Balzo, con relativo addobbo di collare, corone del Rosario, fiori e lumini. Dinanzi all’altare veniva steso in tappeto sul quale venivano poste piante di garofani, rose, gerani ecc.

Gli altari venivano sistemati all’aperto, poco dopo il tramonto, i devoti si sedevano a semicerchio dando avvio al rituale della Quindicina della Madonna Assunta, con la recita del rosario in siciliano, accompagnata da canti religiosi popolari in lingua dialettale, ed ultimamente anche la celebrazione della messa e la distribuzione del pane benedetto.

A conclusione della Quindicina, la sera di Ferragosto, dopo la celebrazione della messa nella piazza adiacente alla Chiesa Madre, si svolgevano diverse manifestazioni folkloristiche, come la “corsa nei sacchi”, che consisteva nel percorrere a gara un tratto della Via Chiesa Madre con i piedi legati all’interno di un sacco di juta; “u jocu ‘i pignati”, consisteva nel tentativo di un ragazzo bendato di rompere alcune pignatte di argilla sospese ad una fune ricoperta di edera, legata agli estremi tra le ringhiere di due balconi contrapposti; il gioco più atteso in assoluto dagli spettatori era quello da ‘ntinna (l’albero della cuccagna), costituito da un tronco di pioppo scorticato, piantato al centro della piazza e ricoperto di sapone per il bucato per renderlo scivoloso, alla cui sommità veniva appesa una corona di alloro con i premi. Questa tradizione è stata ripristinata negli ultimi anni grazie all’impegno della Pro-Loco.

FIERA MARIA SS. DELL’UDIENZA

Tradizionalmente la società giulianese scandiva i propri ritmi attraverso i cicli dell’agricoltura, forma prevalente di economia insieme all’allevamento e ad alcune piccole botteghe di artigiani. A Giuliana l’inizio della nuova campagna agricola era scandito dalla fiera del bestiame, che si svolgeva l’1 e il 2 settembre di ogni anno: durante queste giornate, tutti i contadini potevano dotarsi di nuovi capi di bestiame e di attrezzature fondamentali per affrontare il lavoro dell’anno successivo. Questa fiera coincideva con la festa della patrona di Giuliana, Maria SS. dell’Udienza, proprio per consentire a tutti i cittadini di trovarsi in paese in occasione della festa per rendere grazie alla Madonna. Tutt’ora la fiera mercato viene riproposta, ma soltanto nella mezza giornata del 1° settembre, e si presenta ormai povera di bestiame a causa sia del declino delle attività legate all’allevamento, sia della vigente normativa in materia igienico-sanitaria, che pone notevoli restrizioni nella movimentazione degli animali.

8 SETTEMBRE – FESTA MADONNA DELLA FAVARA

I festeggiamenti in Onore di Maria S.S. della Favara si svolgono a Contessa Entellina.Da tradizione i festeggiamenti iniziano la mattina del giorno 1 settembre con l’alborata. In quel periodo il Paese, viene ornato da una maestosa illuminazione artistica, da ammirare anche nelle facciate delle due Chiese principali, la Chiesa di rito greco-bizantino e la Chiesa di rito romano o Chiesa  latina  che custodisce la statua della Madonna della Favara e la famosa “Vara” artistica. Dal giorno 1, tutte le mattine fino al giorno 8, il cosiddetto “tamburinaru” della Banda Musicale compie il giro del paese fungendo da sveglia e rimembrando a tutti i compaesani il clima di Festa.

Nei giorni a seguire, oltre ai rituali religiosi, il Comitato dei festeggiamenti, grazie alle offerte che con spirito di grande devozione i cittadini devolvono, organizza vari eventi di spettacolo. Solitamente si cerca di amalgamare spettacoli di vario genere ed interesse, come commedie teatrali e spettacoli musicali, gruppi folk, artisti famosi  etc. in modo da allietare l’armonia dei Contessioti e suscitare l’interesse e la partecipazione di tutte le generazioni.

Il giorno 7 ormai da consuetudine è il giorno dedicato alla Banda Musicale, vero e proprio patrimonio  del folklore Contessioto. Già di buon mattino i componenti della Banda compiono il giro per le vie del Paese, stessa cosa si ripete nelle ore pomeridiane. La sera invece è il momento del grande concerto in Piazza. L’ 8 settembre è il giorno della processione. La mattina dell’otto di settembre il Vescovo, i preti e le più importanti autorità religiose dell’Eparchia di Piana degli Albanesi (ricoperti da paramenti preziosi) accompagnati dalla Banda Musicale e dai fedeli, vestiti con i costumi albanesi, salgono in processione nella Chiesa Latina dove vengono attesi dai fedeli di rito latino e celebrano la funzione.

Nel pomeriggio la statua della Madonna viene posta nell’artistica “Vara” e viene impreziosita con molti oggetti e gioielli in oro, donati nei secoli dai devoti.

La sera della processione i cosiddetti “Portatori” si preparano ed in numero considerevole (circa 60) caricano sulle loro spalle la “Vara” portandola in processione per le vie del paese. Durante il percorso vengono effettuate numerose fermate dove si prega e si canta, durante una di queste vengono effettuati i giochi pirotecnici, momento di attrazione unico che ogni anno si ripete con forme e colori sempre diversi.

Alla fine i “Portatori” stremati si esibiscono nella salita davanti la Chiesa Latina, prima di entrare, “in un sali e scendi” con la “Vara”, salgono e scendono di corsa ogni anno per nove volte e anche più, vincendo le resistenze di quelli che unendosi in una catena umana vorrebbero portare la “Vara” dentro  la Chiesa, alla fine però, è proprio la catena umana a “vincere”, la Vara viene posta sul sagrato e la gente accorre per prendere un lembo di bambagia strofinato sulla fronte della Madonna.

I festeggiamenti si concludono il giorno 9, quando ogni anno in contrada Giarrusso, nella periferia del paese si tiene la storica fiera degli animali seguita dalla fiera tradizionale di oggetti vari. La sera in quanto serata conclusiva è il momento del grande evento che consiste spesso nello spettacolo di maggior spessore con l’esibizione  di  artisti e/o musicisti di rilievo nazionale.

RIEVOCAZIONI STORICHE

Tra i principali eventi culturali di Giuliana, hanno assunto una peculiare rilevanza le diverse  Rievocazioni Storiche. Sono state rappresentate le rievocazioni figurate di momenti significativi della memoria storica locale.

La piazza della Repubblica e le principali Vie del centro storico addobbate con bandiere blu e rosse, dai colori del gonfalone municipale, e animate dalle esibizioni degli sbandieratori di Motta Sant’Anastasia hanno visto sfilare i diversi cortei storici con signori, dame, cavalieri, paggi e mazzieri ,  interpretati da giovani “attori” giulianesi che per un giorno sono stati produttori di cultura.

Delle ultime edizioni palcoscenico è stato il Castello di Federico II, che ha visto rivivere le sue stanze medievali come un tempo, con banchetti reali, giocolieri, falconieri e sbandieratori.

Nel 2010, così, la Pro-Loco si è adoperata nella realizzazione della Giornata Federiciana 2010 dal titolo “Il Castello Rivive”, una manifestazione diversa dalle prime ma che ha comunque fatto rivivere le stanze dell’Antico Castello di Federico II  attraverso l’esposizione di mostre fotografiche sulle rievocazione storiche passate e sulle bellezze naturali di Giuliana e la riproduzione di squarci di vita nobiliare medievale, con giocolieri e musici-liutai.

LA NASCITA DEL BAMBIN GESU’- IL PRESEPE VIVENTE

La “Città di Giuliana”, nell’ottica della promozione turistica, culturale e socioeconomica del  paese, presenta da due anni la rappresentazione del  “Presepe Vivente”, occasione unica  per  riproporre la conoscenza di attività scomparse, di usanze dimenticate, di costumi di vita tramontati, stralci di quel passato in cui affondano le nostre radici facendo rivivere, così, l’atmosfera della vita semplice, bonaria e faticosa di altri tempi, in una prospettiva di recupero, valorizzazione e rilancio delle tradizioni popolari  come “radici del futuro”. Si utilizzano, così,  le festività natalizie  come vetrina per il paese, per  i suoi prodotti, per i suoi monumenti, per i suoi sentieri, per le sue tradizioni.

Pertanto nel quartiere “Pizzo Pretorio” , uno dei luoghi più suggestivi della cittadina, si crea lo sfondo naturale  di un’epoca passata  in cui peculiare è la semplicità e l’armonia piena di valori umani e spirituali. Tale luogo si presta a rappresentazioni sceniche, essendo un quartiere percorso da una serie di sentieri dove si possono notare segni di una civiltà rurale, oramai in via di estinzione.
Si cerca di creare un ponte tra passato e presente.

La manifestazione segue, ormai, uno schema consolidato, con la presenza di capanne allestite appositamente e casolari antichi lungo i sentieri, ospitanti i mestieri e i mercati del tempo. All’interno sono vengono esposti al pubblico i prodotti artigianali e le specialità enogastronomiche tipiche della zona, quali “muffolette” con ricotta,  pane di S. Giuseppe, formaggi di vario tipo, salsiccia essiccata, olive e vino locale, ed inoltre si effettuano dimostrazioni in tempo reale come la salsiccia arrostita, la pecora bollita, le lenticchie, le focacce, la ricotta e i “’carbusci”, un tipico “dolce” giulianese consistente in pasta di pane fritta con zucchero e cannella. I visitatori possono degustare solo aver assistito alla rappresentazione del viaggio a Betlemme di Giuseppe e Maria,  lungo le viuzze interne al quartiere.

Nota: hanno partecipato al progetto, oltre all’autrice dell’articolo: Biagio Rotolo, Cristina Altamore, Leonardo Spera, Rachele Mansella, Francesca Marino, Filippo Gannuscio, Mariaelena Latino, Calogero Intogna, Rosalia Guzzetta.

Castro Scibini

29 aprile 2012 scritto da Giuseppe Lucchesi

Percorrendo in auto la periferia sud di Pachino avverto sempre un vivo interesse per i suoi dintorni che nel bagliore della luce estiva mostrano, confuso tra gli ulivi, il profilo inconfondibile della torre antica, memoria tangibile di un’epoca scomparsa e pagina di storia del nostro territorio. Quest’opera di difesa infatti era parte integrante del castro sito nel feudo Scibini che era stato riattivato nell’anno 1493 con rescritto di Ferdinando II di Trastamara re d’Aragona, di Sardegna e di Siciliadove regnava dal Marzo del 1474 come re di Trinacria. Egli, fedele consorte della regina Isabella di Castiglia y Leòn, appena un anno prima con la resa dei “moriscos” di Granata al comandante Gonzalo Fernàndez de Còrdoba, era riuscito a cancellare definitivamente l’ultima presenza musulmana in terra di Spagna. Inoltre i sovrani spagnoli, cattolici di chiara fama, dopo aver unificato la nazione, avevano espulso brutalmente tutti gli ebrei non convertiti al cristianesimo anche dalla Sicilia, nonché reso finalmente attuabile al famoso navigatore Colombo la sua ardua impresa.

Ferdinando D'Aragona

Ferdinando D'Aragona

In quel fine secolo, ricco di avvenimenti importanti che stavano cambiando rapidamente il corso della storia del mondo occidentale già in piena epoca moderna, il nostro estremo Sud al contrario, oppresso da un immobilismo assoluto restava tagliato fuori da qualsiasi forma di progresso civile. La società rurale dal canto suo, del tutto analfabeta e superstiziosa, risentiva in maniera rilevante dell’obsoleta cultura araba servile ancora presente nella nostra isola e restava comunque in potere della classe nobiliare conservatrice. Inoltre, nel nostro territorio semiselvaggio le condizioni di sicurezza si presentavano davvero precarie, privo com’era di vere strade carrozzabili (stradoni) che ne rendevano difficili e ardimentosi i collegamenti con i lontani centri abitati meglio organizzati militarmente. Per cui ogni contrada scarsamente difesa, era alla mercé del locale brigantaggio rusticano. Tanto è vero che gruppi di malviventi (robbaladri) e fuorgiudicati d’ogni risma di disparata provenienza, armati alla meno peggio, se ne stavano alla macchia nei boschi ricchi di stinchi, betulle ed altra vegetazione primitiva, pronti a spostarsi rapidamente in sella per andare a depredare le già povere masserizie dei villani che vivevano coltivando piccoli appezzamenti di terra (lenze) avuti in concessione da signore fondiario.

Torre Scibini – Veduta dal retro

Torre Scibini – Veduta dal retro

Questo opprimente fenomeno criminoso ben radicato com’era all’interno dello stesso antiquato ed alquanto ingiusto sistema feudale, peraltro diffuso in tutto il meridione d’Italia ed oltre, toccava in questa estrema frontiera livelli intollerabili. A risentire quindi di questo stato precario di cose era in definitiva il proprietario stesso del feudo (feudum), ossia il barone che non riusciva più a proteggere le varie attività agricole e artigianali delle sue terre, tantomeno a garantire la incolumità della sua eterogenea collettività contadina. Essa era composta in larga parte da umili famiglie numerose di coloni, mezzadri, servi, artigiani e via dicendo che, sotto il controllo di campieri violenti e senza scrupoli venivano utilizzati nel duro lavoro del contado, faticando dall’alba al tramonto per l’intera annata e vivendo solitamente in scomode dimore fatiscenti o nei classici pagliai accanto ai propri animali da lavoro. Tutta gente in balia di ogni sorta di pregiudizi, sfruttata duramente e vessata con censi in natura, gabelle e talvolta in gravose corvè, sempre scontenta per la vita piuttosto grama a cui era sottoposta che di per sé la rendeva incline alla ribellione.

Torre Scibini – Lato Nord

Torre Scibini – Lato Nord

Il nobile possidente, padrone e domine naturalmente nel suo contesto, era molto temuto e rispettato da tutti quelli che dipendevano dalla sua saccoccia. Talvolta in via eccezionale gli veniva concesso dall’Autorità Regia con acquisto in denaro, pure il privilegio di ”mero e misto imperio” per cui era considerato praticamente come un vero e proprio ”deus ex machina” a cui tutto era dovuto. In quel caso per i poveri sudditi era un duro colpo considerando che l’esercizio della giurisdizione civile e criminale veniva esercitata in modo compiacente e senza limite alcuno. Di conseguenza, l’attuale situazione rovinosa venutasi a creare nel promontorio di Pachino era diventata per il feudatario del tutto inaccettabile perché vedeva le sue terre depredate diventare sempre più povere e insicure. Considerando poi che il castello dove egli aveva la residenza rimaneva molto lontano dal raggio d’azione della malavita, ogni suo tentativo di contrasto armato organizzato ”ad hoc” risultava quasi sempre intempestivo e di scarsa efficacia; anche se di tanto in tanto qualche brigante veniva catturato e subito impiccato (impiso) senza appello sul posto. Per questo motivo il feudatario veniva a trovarsi del tutto impotente dinanzi alle gravi evenienze ricorrenti, tanto da dover provvedere con mezzi propri alla difesa armata permanente dei suoi fondi coltivati soprattutto nei luoghi più pericolosi e lontani.

“Dammuso” (particolare)

“Dammuso” (particolare)

Per l’appunto, a questo estremo intervento dovette ricorrere il conte Antonio De Xurtino figlio di Gugliemo e gran scudiero del re, residente nella baronia del castello di Palazzolo Acreide, cittadina sud-orientale della Sicilia governata a quel tempo dal barone D.Andrea Alagòn. Infatti, divenuto proprietario alla morte del padre della baronia di Scibini e Bimisca, due grandi feudi dei quali non prese investitura reale perché già beni di possesso, il nobiluomo per prima cosa ne volle proteggere il normale sviluppo con forte determinazione perché, molto preoccupato, ardeva dalla voglia di fare giustizia delle malefatte a cui venivano sottoposti i suoi vassalli nella zona del promontorio di Pachino, particolarmente travagliata. A conferma di ciò ne è prova inconfutabile l’epigrafe del bando (bannu) reale scolpita sulla lapide di pietra in lingua medio -latina e fatta murare dal conte a costante monito, in alto allo stemma nobiliare sulla facciata principale della torre antica: testimonianza autentica di tutto rispetto considerando la scarsa documentazione storica del nostro territorio nel lungo periodo medioevale. Per porre rimedio infatti alle gravi sventure e salvaguardare il suo possedimento dalla rovina, il conte Antonio De Xurtino ricorse alla costruzione di un piccolo castro ben fortificato in un posto strategico del feudo di Scibini, dove la posizione elevata poteva ben facilitare il controllo di quasi tutto il territorio interessato.

Contrafforte – muro di cinta

Contrafforte – muro di cinta.

L’opera venne certamente realizzata e mantenuta con finanziamenti propri, su licenza come già menzionato, della Reale Corte spagnola tramite il viceré protempore D. Ferdinando de Acuňa, risiedente temporaneamente a Catania ospite del castello Ursino. Questa importantissima iniziativa servì altresì al conte Antonio a scoraggiare tra l’altro decisamente proprio tutti quei villanzoni alquanto inquieti,dal provocare questioni indisponenti nelle campagne, in seno alla stessa comunità villica, esortandoli con fermezza ad andarsene in giro pacatamente. Con questa strategia egli si proponeva di riprendere il pieno controllo del feudo di Scibini, al momento in piena anarchia dilagante, per ristabilirvi l’ordine e la propria autorità feudale fortemente compromessi. Situazioni analoghe avvenivano peraltro in diverse zone del regno di Sicilia nel corso della seconda metà del XV secolo: da ritenersi veri atti precorritori di quella che alcuni secoli più tardi, col dipanarsi della storia, sarebbe poi diventata “maffia”.

Porta Caditoia (particolare)

Porta Caditoia (particolare)

Per cui il castro, ubicato su di un poggio a poche miglia dal mare e vicino ad un’ antica condotta d’acqua artificiale sotterranea risalente al periodo arabo in parte visibile, venne presto realizzato su un’estensione di circa 1000 mq proprio dove esisteva già un’antica fortificazione semi-diroccata da tempo da cui il luogo prendeva nome (shibet = in arabo castello) e confacente alla necessità del momento. Venne ben munito di un muro di cinta a pianta rettangolare, alto oltre 3 metri dove vennero attivati internamente tutti i servizi necessari. La porta di accesso venne posta nel settore di levante lungo circa 35 metri, puntonato agli spigoli da robusti contrafforti scarpati mentre al centro della corte venne ricostruita una valida torre di difesa. Questa struttura giacente da secoli in abbandono, fu eretta di nuovo ben oltre 13 metri dal suolo e sviluppata su 2 livelli disuguali, inglobando la sua base quadrata larga 108,16 mq raddoppiandone pertanto lo spessore dei muri perimetrali mentre le pareti interne vennero rivestite fino al soffitto di piccoli blocchi irregolari d’arenaria dolce, fatti prelevare dai ”fabricatores” dalla cava ”pirrera” di contrada Lettiera “littera” di proprietà dello stesso conte, non molto distante da Marzamemi, allora laboriosa borgata di pescatori.

Interno Dammuso – Feritoia di Levante

Interno Dammuso – Feritoia di Levante

Il prospetto a scarpa presentava nella parete principale e nel retro 2 grandi feritoie decentrate e perfettamente raffrontate, rialzate abbastanza dal suolo ed ampie circa 1m x 0,25m mentre verticalmente erano sbarrate da un piolo centrale in ferro battuto, attraverso le quali si aerava e illuminava il dammuso interno per tutto il giorno. Apposto all’estremità della parete sud e distaccato da terra,un finto contrafforte esterno si alzava perpendicolare per 2 metri fino all’altezza della base venendo a creare in alto un minuscolo poggiolo rettangolare con un’area praticabile di 1,62mq utilizzato all’occorrenza come osservatorio oltre il muro di cinta. Nella parte superiore della torre ricostruita interamente in muratura ad intonaco, si apriva sulla facciata principale di levante un’angusta porta caditoia decentrata alta 1,90m e larga appena 0,80m certamente ferrata com’era in uso a quei tempi, alla quale si poteva arrivare da terra soltanto con una lunga scala rimovibile ,tenendo presente che tutta la fabbrica era sprovvista di scala fissa; quello peraltro sembra essere il solo ingresso che immettesse nell’ampia stanza.

Dammuso – Botola d’ingresso

Dammuso – Botola d’ingresso

Esso veniva sbarrato dall’interno da 2 traversine parallele poco distanziate e molto robuste in legno sagomato, che venivano fatti scorrere da sinistra in avanti attraverso annesse scanalature ricavate nella parete adiacente spessa 0,70m fino ad inserirsi saldamente nel lato opposto del portale in appositi buchi murali. Inoltre, 2 modesti spioncini s’aprivano a media altezza vicino agli stipiti della porta dove, in asse con l’arco ogivale, pur trascorsi 5 lunghi secoli si riesce ancora a distinguere la classica sigla” b d” dell’architetto e maestro d’opera Baccio D’Agnolo (?) fiorentino vissuto tra la seconda parte del Quattrocento e la prima parte del Cinquecento, che allora rimaneggiò l’intera fabbrica. Nel lato destro guardando la parete Nord, s’apriva in alzato dal pavimento del piano superiore un’altra feritoia simile a quelle del dammuso sottostante che dava anch’essa luce a tutto l’ambiente senza volere escludere naturalmente l’ipotesi che ve ne fosse qualcun’altra nelle 2 restanti pareti di Sud-Ovest crollate purtroppo interamente al suolo. Completava l’opera parietale una piccola finestra preesistente a sesto ribassato posta in alto sul lato sinistro del prospetto principale, proprio sotto il balconcino sorretto da mensoloni a livello del lastrico solare guarnito di parapetto con merlature dove sventolava di solito il vessillo di casata del feudatario.

Il Pirata Dragut

Il Pirata Dragut

Essa era stata murata per evidenti motivi tecnici nel rifacimento del tetto contrapponendovi uno dei pilastri angolari che sorreggevano gli archi della volta a crociera: l’unico rimasto fortunosamente ancora in piedi, formato da blocchi squadrati d’arenaria che l’avevano così del tutto ostruita. All’interno della torre i 2 piani presentavano differenze ambientali molto nette essendo adibiti a funzioni diverse. Il pianoterra composto di un unico locale privo di una entrata esterna per motivi di sicurezza, era alto al centro 4m circa dal suolo con una superficie di 26,83 mq. Vi si poteva accedere solo dal piano superiore attraverso una botola rettangolare larga 1×0,90m ricavata nell’angolo Sud-Ovest del pavimento da dove si scendeva dalla volta ”a schifo” mediante una scala di legno. Questo modesto dammuso veniva utilizzato solitamente come normale deposito salmerie o come probabile gattabuia temporanea visto le pareti ruvide e privo di una qualsiasi pavimentazione. L’ambiente sovrastante invece, composto anch’esso di un’ampia camera alta 8 m circa e con una superficie di 34,10mq di certo più accogliente, doveva servire d’ alloggio attrezzato per il milite del castro e naturalmente per gli armigeri del corpo di guardia.

Muro di cinta – lato Nord

Muro di cinta – lato Nord

Esso era formato da un numero adeguato di servienti e cavallari forniti anche di armi da fuoco, i quali assoldati dal conte Antonio probabilmente in loco, avevano il compito specifico di sorvegliare i luoghi circostanti per dare sicurezza a tutti i villici che vivevano nel contado. Anzi, dall’alto della torre essi erano in grado di scrutare in lontananza fin oltre la paludosa marina di Morghella (muriella) utilizzata per l’estrazione del sale, un bene all’epoca moto prezioso e se necessario, intervenire rapidamente anche sulle alture vicine onde potere in qualche modo contrastare con la forza eventuali atti delittuosi. Purtroppo non ci sono notizie a riguardo per conoscere fino a che punto questa importante struttura fortificata, unica difesa esistente della proprietà terriera in zona, fosse in grado veramente di difendere il feudo di Scibini assicurando a tutta la comunità rurale la protezione necessaria ed un rifugio sicuro. Successivamente,gli avvenimenti cruenti che interessarono le nostre coste,portarono l’imperatore Carlo V d’Asburgo a formare piani di difesa costiera sempre più potenti e significativi nell’isola di Sicilia, per contrastare con maggiore efficacia i violenti saccheggi ed i rapimenti di persone che venivano perpetrati con una certa periodicità anche da crudeli masnade di corsari saraceni, veri e propri briganti del mare al servizio dell’impero ottomano, divenuti sempre più pericolosi. Infatti spesso e volentieri, celeri vascelli provenienti dal vicino arcipelago maltese e dal Nord-Africa, sventolando sull’albero maestro il vessillo colla mezzaluna bianca, spargevano terrore incrociando minacciosamente nel bel ”mare nostrum”, con rapide scorribande sui nostri litorali e sollevando negli abitanti dei casali al loro apparire il grido di allarme famoso “mamma li turchi..” specialmente dopo la distruzione della vicina torre d’ispezione esistente da tempo sull’estrema punta di terra di Capo Passero, poi divenuta isola per l’erosione marina. Ciò avveniva nell’anno 1525 per mano degli spietati corsari saraceni guidati dai fratelli Khairad-din detto il barbarossa e Turghud’Alì Rais Bassà noto come Dragut viceré di Algeri. E’ accertato comunque che fino al 1540 il feudo di Scibini era di proprietà del figlio del conte Antonio, ossia il barone Guglielmo de Xurtino giurato in Siracusa.

In seguito, col passare inesorabile del tempo ed il mutare dei padroni, il feudo di Scibini andò trasformandosi sempre più, raggiungendo un certo ordine e stabilità nella sua conduzione per cui il castro, perduta la sua originaria importanza difensiva, venne abbandonato al suo destino. Ma ancora una volta la torre antica nonostante i gravissimi eventi verificatosi nel corso dei secoli ed il lungo periodo di tempo trascorso nel degrado più assoluto è riuscita, come un vero e proprio ”mastio” a restare in piedi fino ai tempi nostri. Di gravi danni la fabbrica ne ha subiti tanti nello storico, sia dai movimenti tellurici (vedi il gravissimo terremoto dell’11 Gennaio 1693 col famoso detto: ”a vintin’ura tutti sutta li tumpuna”), quanto al vandalismo degli uomini, dopo la fondazione della nuova terra (Universitas) di Pachino ad opera dei due nobili fratelli Starrabba Calafato di Piazza Armerina, venendo utilizzata malamente come ricovero di fortuna dai contadini del luogo. Oltre ad essa oggi, del vecchio castro restano in piedi una piccola parte del muro di levante con annesso contrafforte e i 2 tratti angolari dei muri cinziari di Nord-Ovest dove nella parte interna vi si appoggiano affiancate 2 piccole scuderie con i tetti lignei inesistenti che ne completavano l’impianto originario.

La Torre Scibini prima del restauro

La Torre Scibini prima del restauro

Infine c’è da ricordare con grande disappunto che di tutto quel poco che ancora rimane in piedi di questo complesso archeologico medioevale,solo la torre antica ha acquisito un alto valore simbolico, per cui diversi anni fa è stata messa in piena sicurezza dalla Sovrintendenza. Ovviamente non n’è stato modificato l’aspetto ma si è voluto soltanto porre rimedio alle ingiurie del tempo mentre intorno, il resto si mostra ancora nel più vile squallore.

Stemma della Torre Scibini

Stemma della Torre Scibini

 

EPIGRAFE

COMESПAVIDUSCOMESSMSVVSEMESVSVLCIS
EOAVVERSVZAMIERAПTORIREMEDIAT
EMETOMNEMHOMINEMESПERTUMARMIS
QUARESVRGANTSINE RVINAHVMISVE

NEMOSIRVLLVSJREПERCAMPOSRESGHIGNAT
MONETSESVMMISSEMOVEANT-QUENAM
ESTRVCTVMESTHOCCASTRVM
MCCCCLXXXXIII r SM R

TRADUZIONE

IL CONTE ANGOSCIATO,GRAN SCUDIERO DI
SUA MAESTA’,ROSO DALLA SUA VOGLIA DI
GIUSTIZIA, PER RIMEDIARE ALLE SVENTURE
AI MALANNI ED AI RAPIMENTI, ASSOLDA OGNI
UOMO PRATICO D’ARMI IN MODO DA SVILUPPARSI
SENZA DANNI LE SUE TERRE.

NESSUN VILLANZONE GENERI LITIGI NELLE
CAMPAGNE, ESORTA A MUOVERSI PACATA
MENTE – PER L’APPUNTO INFATTI E’ STATO
ERETTO QUESTO CASTRO.
MILLEQUATTROCENTONOVANTATRE

firmato SUA MAESTA’ IL RE

Epigrafe

Epigrafe

NOTE DI TRADUZIONE

svv………….sta per SUO
vlcis…………….. VLCISCI
avversv……….. ADVERSO
espertvm…….. EXPERTVM
ghignat……….. GIGNAT
estrvctvm……. EXSTRVCTVM
MCCCCLXXXXIII.. MCCCCXCIII
J………………………….I
Л …………………………..P

Progetto: UN BALZO PER LE VIE DI… – Parte V

24 aprile 2012 scritto da Claudia Porcarello

Arte e Cultura

Contessa Entellina

Terminiamo la nostra passeggiata calandoci nella meravigliosa borgata di Contessa Entellina, l’antica città siciliana è ubicata a Est del fiume Belice Sinistro, nel sito di Rocca di Entella.

AntiquariumAddentrandoci nel paese cattura l’attenzione  l’Antiquarium di Entella inaugurato nel 1995.   Nato dalla collaborazione tra il Comune di Contessa Entellina, la Scuola Normale Superiore di Pisa e la Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Palermo, ma soprattutto dalla volontà del prof.  Nenci, direttore della missione archeologica a Rocca d’Entella,  scomparso qualche anno addietro, il quale dal 1984 aveva guidato le campagne di scavo nel sito della città elima.
Il museo è concepito con un sistema di moduli didattici autonomi e allo stesso tempo interdipendenti, legati da un filo conduttore comune.

Il percorso immette il visitatore nella struttura urbana della città, lungo le fortificazioni che si snodano nel versante nord per 1.100 metri, databili al VI secolo a.C., con successivi rifacimenti del IV secolo a.C. e con le due porte di accesso alla città e alla necropoli sud.
AntiquariumIl settore centrale del museo è dedicato alla stratificazione storica vista attraverso la cultura materiale. Si parte dalla preistoria con le asce neolitiche e le selci lavorate, per passare al tardo bronzo con ceramiche in stile Thapsos e Milazzese e naturalmente alla notevole produzione ceramica cosiddetta elima, sia impressa che dipinta a motivi geometrici. In tale settore si evidenzia un’anfora a motivi geometrici incisi ed impressi a decorazione antropomorfa e zoomorfa del VII secolo a.C., proveniente dalla necropoli sud. Il settore espone, inoltre, numerosi reperti ceramici di importazione attica del VI e V secolo a.C., a figure rosse e nere.

Il punto cardine del museo è costituito dal granaio ellenistico in cui sono contenuti i reperti più significativi delle varie fasi di utilizzo e il loro contesto di rinvenimento; oltre ai contenitori di derrate e alle anfore.

Particolarmente suggestiva è la ricomposizione di uno squarcio della necropoli ellenistica, ricostruito nel contesto di scavo utilizzando riproduzioni di calchi in vetroresina degli inumati e le coperture sepolcrali originali. Nella tomba è stata rinvenuta un’iscrizione funeraria in greco che consente di conoscere pure il nome della donna sepolta: Takima.
Numerosi i reperti esposti di uso quotidiano. Particolarmente interessanti le ciotole “cobalto e manganese” databili al XII e XIII secolo, oltre alla ceramica invetriata caratteristica del periodo arabo-normanno.
Numerose sono le lingue che si sono parlate ad Entella nel corso dei secoli ognuna delle quali  ha lasciato una testimonianza incisa sui ceppi, nelle ceramiche, sulle monete e sui materiali giunti fino a noi.
Il settore conclusivo è dedicato all’epigrafia e alle monete rinvenute ad Entella, sia quelle della zecca della città risalenti al V secolo a.C., che quelle provenienti da altri centri.
Dopo aver visitato l’Antiquarium di Entella, rimane il solo rammarico di non aver potuto osservare, se non in splendide gigantografie esposte in una apposita galleria, le famose tavole con i decreti di Entella, due delle quali si trovano nel Museo Archeologico Regionale di Palermo, mentre le altre sei sono ancora all’estero.

L’esposizione dei reperti risalenti al periodo medievale, sono stati rinvenuti in prevalenza nell’unico castello scavato interamente, Kalatamauru.

Castello di Calatamauro

Il castello di Calatamauro di origine bizantina è stato presidio degli arabi. Nel  XV secolo ormai aveva perso qualsiasi importanza militare e fungeva solamente da centro amministrativo-feudale; funzione che venne meno alcuni decenni dopo con l’arrivo degli arbërëshe e la costituzione dell’Università di Contessa.

Nel 2006 sono iniziate le prospezioni archeologiche sotto la direzione della Scuola Normale Superiore di Pisa e della Soprintendenza Archeologica di Palermo. Le indagini hanno messo in luce l’intero percorso della cinta muraria inferiore, risulta rinforzata da 6 torri quadrangolari.

E’ stato individuato un tratto dell’antico sentiero che costeggiando parte delle fortificazioni arrivava alla porta d’accesso all’area del Castello. Procedendo dalla porta d’accesso verso Ovest seguendo il filo interno del muro di fortificazione della cinta esterna, sono state messe in luce due sepolture. Si tratta di due fosse terragne rivestite da lastrine, di una fase probabilmente tarda dato che utilizzano come limite Nord proprio il muro di cinta. Le sepolture sono in decubito dorsale, orientate con il cranio ad Ovest e gli arti inferiori ad Est, entrambe infantili, una probabilmente di neonato.

Proviene dal castello di Calatamauro il celebre mosaico bizantino di madonna con bambino del VII sec. d.c. custodito nella Galleria Regionale di Palazzo Abatellis di Palermo.

Molte sono le chiese aperte al culto a Contessa Entellina, nei borghi e nelle contrade rurali.

Chiesa dell'AnnunziataLa Chiesa SS. Annunziata (KLISHA), dedicata anche a S. Nicola, patrono di Contessa Entellina, è sede della parrocchia di rito greco ed é dotata di iconostasi. L’antica cappella diroccata, esistente quando arrivarono gli albanesi nel casale di Contessa, fu ricostruita e ampliata . La ricostruzione fu iniziata nel 1520 e venne adattata alle esigenze del rito greco. Chiusa al pubblico dopo il terremoto del 1968 è stata restaurata e riaperta al culto. E’ costituita da tre navate con cappelle laterali. Dalla navata laterale destra si accede alla sottostante antica cappella.

La Chiesa di S. Maria delle Grazie (Shën Mëria) fu costruita (secolo XVI) nelle vicinanze del luogo dove, secondo la tradizione, fu trovata una immagine della Madonna dipinta su una lastra di pietra. Inizialmente di rito greco, fu ceduta provvisoriamente ai fedeli di rito latino nel 1698 con la riserva di alcuni diritti a favore dei greci: , canto del “Cristòs Anésti” nei primi tre giorni dopo Pasqua, canto della “Paràclisis” nella prima quindicina di agosto; vespro, messa solenne e processione in occasione della festa annuale -otto settembre – della Madonna della Favara. Sede della parrocchia di rito latino, è dotata di casa canonica.

Chiesa delle Anime Sante del PurgatorioLa Chiesa delle Anime Sante del Purgatorio, di rito greco, edificata verso il 1700, é costituita da una sola navata con iconostasi. Si trova al centro del paese (piazza Umberto I). E’ stata restaurata dopo il terremoto del 1968.

La Chiesa di S. Rocco é costituita da una sola navata di piccole dimensioni. Costruita alla fine del secolo XVII, verso il 1744 fu restaurata. Inagibile dopo il terremoto del 1968, é stata restaurata e recentemente riaperta al culto. E’ dotata di iconostasi. Custodisce un prezioso e antico organo a canne del secolo XVIII e la prima iconostasi (1938) della chiesa parrocchiale greca.

La Chiesa “Regina del Mondo”, sede della parrocchia, costituita nel 1958 nel borgo rurale Piano Cavaliere, é stata costruita dopo il 1950: una sola navata con annessa la casa parrocchiale.

La Chiesa Odigitria , nella contrada rurale omonima, costruita dai profughi albanesi, è rimasta incompleta. E’ stata in parte restaurata nel 1958. Afferisce alla parrocchia greca. E’ il monumento storico della memoria, dove ogni anno a Pentecoste si va in pellegrinaggio per ringraziare la Madonna Odigitria, che guidò i profughi albanesi in Italia, e per ricordare col canto popolare “E bukura Moré” (o mia bella Morea) la pratria lontana lasciata per sempre dagli antenati albanesi.

La piccola Chiesa di S. Rosalia (navata unica), costruita alla fine del secolo XIX da Epifanio Viviani, si trova nella contrada omonima ed afferisce alla parrocchia latina.

La cappella di S. Calogero si trova nella contrada omonima, sulla strada provinciale, che porta verso Sciacca.

Nel borgo rurale Pizzillo a Nord-Ovest di Contessa, si trova la chiesa rurale della Comunità Trinità della Pace..

La chiesa di S. Antonio Abate, nel borgo rurale Castagnola, fu costruita dopo il 1950 e aperta al culto nel 1990. Costituita da una sola navata, é dotata di iconostasi ed afferisce alla parrocchia greca. Vi si celebra la messa saltuariamente.

La piccola cappella dedicata a S. Giuseppe si trova all’interno del “Parco delle Rimembranze”, vicino al cimitero. Costruita nel 1927, é stata recentemente restaurata.

La cappella rurale di S. Antonio di Padova, costruita nella seconda metà del secolo XIX, si trova nel feudo Bagnatelle. Danneggiata e inagibile dopo il terremoto del 1968, é’ stata recentemente ricostruita con le caratteristiche originarie.

La cappelletta dedicata alla Madonna del Balzo si trova nel quartiere omonimo del centro abitato (via S. Nicolò).

Nota: hanno partecipato al progetto, oltre all’autrice dell’articolo: Biagio Rotolo, Cristina Altamore, Leonardo Spera, Rachele Mansella, Francesca Marino, Filippo Gannuscio, Mariaelena Latino, Calogero Intogna, Rosalia Guzzetta.

Lo scorso fine settimana si è tenuta la XIV edizione del Travelexpo, il salone internazionale del turismo in Sicilia. Lo storico evento siciliano, voluto e  gestito fin dall’inizio da Toti Piscopo, ha avuto un grande successo contando oltre diecimila contatti commerciali. Hanno partecipato oltre 450 agenzie di viaggio e 220 imprese turistiche.

Nel corso della manifestazione si è tenuta anche la gara gastronomica Penne all’agrodolce, per soli giornalisti e blogger. I concorrenti hanno gareggiato per una crociera offerta dalla MSC Crociere. La vincitrice è stata Barbara Cappello con il suo “Gulasch ai profumi di Sicilia”. Un premio speciale è andato anche a Clara Minissale con il dolce “Florentine al cioccolato”. Segnaliamo il secondo premio di Vincenzo Bonanno, responsabile della comunità virtuale Sicilia nel Mondo, alla sua prima partecipazione all’evento con un primo chiamato “Spaghetti al profumo di Sicilia”.

Per maggiori informazioni su questo evento, potete leggere l’articolo sul blog di Sicilia nel Mondo:
www.sicilianelmondoblog.com/travelexpo-2012-rilancia-il-turismo-in-sicilia.html

Progetto: UN BALZO PER LE VIE DI… – Parte IV

19 aprile 2012 scritto da Claudia Porcarello

Arte e Cultura

Giuliana

GiulianaDopo aver toccato le falde del Triona, lo stradale serpeggiando si inoltra verso Giuliana. Man mano che avanziamo ci accorgiamo di una meravigliosa e suggestiva collina, coronata dal maestoso castello di Federico II. Esso, isolato intorno, si degrada a strapiombo dal lato del mezzogiorno nella sottostante ampia valle del Fiume Sosio.

Per molto tempo assolse un importante ruolo strategico nel sistema difensivo siciliano essendo collegato per via aerea col castello di Zabut (Sambuca di Sicilia) ad Ovest, col castello di Caltabellotta a sud, con la fortezza araba di Calatamauro a Nord e con il castello Bizantino di Prizzi ad Est.

Nella sua conformazione attuale il Castello è composto essenzialmente da una  fortezza turrita superiore situata sulla cima della rocca e da un corpo di fabbrica semicircolare con la convessità rivolta verso il centro abitato, più in basso. Quest’ultimo è una ricostruzione secentesca ed è sorta precisamente nel 1648 per ospitare un convento di Monaci Olivetani dipendenti dalla vicina Abazia di S. Maria del Bosco. La fortezza turrita, invece, per lo stile architettonico, viene fatta risalire all’epoca sveva. Il lato convesso, che guarda verso il paese, risulta chiuso, quello opposto concavo che è rivolto verso la valle è, invece, aperto da finestre e feritoie.

Castello di GiulianaLa maggior parte degli storici dell’arte siciliana ritengono che il castello di Giuliana sia esempio di quell’architettura militare autentica di Federico II di Svevia, anche se rappresenta al tempo stesso una eccezione tra i castelli svevi di Sicilia. Non si può ignorare, tuttavia,  che la storiografia isolana attribuisce la fondazione della fortezza giulianese ad un altro Federico II, cioè l’Aragonese. Effettivamente in nessuno dei due casi si ha una documentazione sicura.

È chiaro comunque che sia Federico II di Svevia che Federico II d’Aragona abbiano avuto gli stessi validi motivi d’ordine politico, per costruire la fortezza di Giuliana; l’Imperatore doveva far fronte alle violente sollevazioni dei Musulmani, il Re aragonese doveva frenare, invece, le incursioni degli Angioini.

Cosa certa è che nella prima metà del ‘300 il castello non poteva da solo fornire la necessaria protezione agli abitanti di una città che si andava estendendo in proporzione all’incremento della popolazione, e così s’impose l’erezione di una cinta muraria con tre porte urbiche, di cui oggi risulta difficile definirne con precisione il circuito. Nel tratto settentrionale del circuito murario si apriva la “porta Iammagli” (oggi “Giammaglio”) che prese poi il nome di Porta Palermo, nel tratto orientale  la “porta Bucheria” oggi “ porta Beccherie, vicino l’attuale quartiere “Cattano” sorgeva la Porta di Sciacca. Oggi si usa indicare come quartiere soltanto Porta Palermo e Porta Beccherie.

Tra i castelli di Sicilia quello di Giuliana è uno dei più notevoli sia dal punto di vista storico-architettonico, sia dal punto di vista ambientale-territoriale. A seguito dell’opera di restauro, terminata agli inizi del 2006, adesso è possibile una sua fruizione sia sociale che culturale, con organizzazioni di mostre, convegni e concerti.

All’altezza della centrale piazza della Repubblica la Chiesa del Carmine. Nel suo aspetto attuale la chiesa è un rifacimento settecentesco dell’antica chiesetta della SS. Nunziata  già esistente nel 1578.

La chiesa del Carmine, con pianta rettangolare, ad una sola navata, è coperta da volta a botte, impostata su spessi muri in conci calcarei. Le finestre, alte nelle pareti, hanno sagoma rettangolare con arco. Il campanile, nella zona absidale, è stato aggiunto nel 1840.

L’interno mostra una fredda decorazione di lievi stucchi, con dorature nella volta del presbiterio.  Le pareti laterali presentano cappelle scarsamente incavate. L’altare maggiore, in marmo policromo, è dedicato a “San Giuseppe”, gruppo ligneo verniciato in oro raffigurante il santo che tiene per mano il Bambino Gesù.

Il secondo altare è dedicato alla “Madonna dell’Udienza”, statua alabastrina cinquecentesca di fine fattura, particolarmente venerata a seguito dell’epidemia di colera del 1837. Notevole è la bara in legno della Madonna dell’Udienza, opera di un artigiano locale della prima metà del secolo XIX.

Ottocentesche sono tutte le altre statue lignee contenute nella chiesa.

Nel presbiterio sono custoditi due dipinti ad olio: la “madonna degli Agonizzanti”, con ricca cornice dorata; la “Madonna del Carmine con i SS. Simone Stoclet e Giovanni della Croce”.

Proseguendo il nostro cammino, su di un colle circondato da querce, il Convento di S. Anna a pochi chilometri dal centro urbano.

Convento di Sant'Anna a Giuliana

Sin dal 1402 si hanno notizie di un feudo chiamato “di S. Anna”, annesso al monastero di S. Nicolò del Bosco di Caccamo con all’interno la chiesa intitolata a S. Anna. Dopo il 1867, il cenobio fu soppresso, e venne affidato alla famiglia Lombardo di Chiusa Sclafani, ad eccezione di tre stanze e della chiesa, consegnate al comune di Giuliana.

Il convento di S. Anna oggi si presenta in pessime condizioni, a causa dei danni subiti nel terremoto del 1968 e dall’incuria; la chiesa, chiusa al culto dal 1971, è stata oggetto di numerosi furti.

La sua semplice architettura in pietra, che richiama la povertà francescana, presenta 22 stanze, disposte su due piani, che si aprono su un chiostro con archi ogivali. Annessa al convento si trova la chiesa, che presenta un’unica navata; la facciata a capanna presenta un umile portale, sovrastato da una finestra.

Alcune opere sacre, come statue, dipinti e diverse reliquie, sono oggi custodite  nella chiesa Madre di Giuliana e Chiusa Sclafani: fra queste, la reliquia di S. Anna e un piccolo quadro della Madonna.

Nel convento di S. Anna vissero tanti uomini, rimasti nella storia del francescanesimo per la loro santità di vita.

Il 26 luglio, giorno della festa di S. Anna, molti fedeli dei paesi circostanti continuano a recarsi in pellegrinaggio presso questo luogo; un tempo il pellegrinaggio avveniva a piedi scalzi, e veniva recitato il rosario in siciliano, concludendo la giornata con la sagra dell’anguria.

Oggi, ai piedi del convento è stato realizzato un parco sub-urbano di circa 26 ettari, che durante l’estate diventa scenario suggestivo di diversi eventi: tra questi il ripristino dell’originaria festa di S. Anna, con la celebrazione della S. Messa e la sagra dell’anguria.

Nota: hanno partecipato al progetto, oltre all’autrice dell’articolo: Biagio Rotolo, Cristina Altamore, Leonardo Spera, Rachele Mansella, Francesca Marino, Filippo Gannuscio, Mariaelena Latino, Calogero Intogna, Rosalia Guzzetta.

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