Letteratura Arte Fotografia - Chiacchierate di Simone con gli amici.

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La poesia “Sarudda”. Elogio del vino siciliano

Il poeta Giovanni Meli
“Sarudda” é un lungo componimento in versi di Giovanni Meli, poeta dialettale siciliano vissuto dal 1740 al 1815. Il Meli esercitò la professione di medico prima in un paese del Palermitano, Cinisi, poi nella stessa Palermo. Quand’era vicino ai cinquant’anni gli fu assegnata la cattedra di chimica nell’Accademia degli Studi, che più tardi sarebbe diventata l’Università di Palermo.
Ai tempi del Meli era diffusa in Italia l’Accademia dell’Arcadia, alla quale aderivano moltissimi poeti; questi, in contrasto con i virtuosismi espressivi dei Marinisti, miravano a cantare con semplicità la bellezza della Natura e la vita dei pastori. Il Meli, che seguì quella tendenza, é considerato uno dei migliori poeti dell’Arcadia perché, a differenza di molti altri autori contemporanei, alla sua genialità aggiungeva un amore schietto e autentico verso la natura, alimentato durante gli anni trascorsi nelle campagne di Cinisi, dove si recava per la sua professione.
Il Meli é anche autore di un gran numero di poesie a carattere morale, “Li favuli morali”, nelle quali, attraverso il comportamento degli animali, esalta i più sani principi etici, proprio come avevano fatto i grandi favolisti del passato.
Su questo poeta un interessante giudizio espresse il Leopardi riconoscendogli il merito di avere dato al dialetto siciliano dignità di lingua letteraria.
Fra le tante poesie scritte da Giovanni Meli, liriche e satiriche in dialetto siciliano, c’è anche il ditirambo “Sarudda”.
Una botte in cantina.

Si chiama ditirambo un componimento scritto in lode di Bacco o dell’elemento che gli era molto caro, il vino. Ieri come oggi il dio Bacco, ossia il vino, ha sempre avuto grandi cultori ed é stato cantato dai poeti. Ricordiamo che in suo onore in tempi molto antichi si celebravano i Baccanali, feste popolari durante le quali il vino scorreva abbondante. Abbondante scorreva pure durante il Carnevale nel Rinascimento, come si apprende dalla “Canzone di Bacco e Arianna” di Lorenzo il Magnifico. Nel Medio Evo gli studenti universitari (i “clerici vagantes”) amavano tanto i libri quanto le taverne, dove con le loro canzoni inneggiavano al vino. E Cecco Angiolieri confessava in versi che tre cose solamente gli erano care: “donne, taverne e dadi”.
Nel Seicento un poeta d’Arezzo, Francesco Redi, scrisse un ditirambo intitolato “Bacco in Toscana” per raccontare che il dio Bacco, facendo un viaggio in quella regione, aveva assaggiato tutti i vini in essa prodotti. Era un pretesto per presentare ed esaltare i vini della Toscana.
Nel secolo successivo, per l’esattezza nel 1787, il Meli risponde alla “provocazione” del Redi con il suo ditirambo, che tesse le lodi del vino in generale e di quello siciliano in modo particolare. Egli immagina che un celebre ubriacone palermitano di nome Sarudda trascorra la serata in un’osteria a mangiare e bere con un gruppo di degni compari; é molto probabile che l’uno e gli altri siano veramente esistiti ai tempi del Meli.

Sarudda, Andria lu sdatu e Masi l’orvu
Ninazzu lu sciancatu
Peppi lu foddi e Brasi galiotu
ficiru ranciu tutti a taci maci,
ntra la regia taverna di Bravascu,
purtannu tirrimotu ad ogni ciascu.

(Sarudda, Andrea il vizioso, Tommaso il cieco,
Ninaccio lo storpio,
Giuseppe il pazzoide e Biagio il galeotto
mangiarono tutti nella regia taverna di Bravasco
pagando ognuno il proprio conto
e portando terremoto ad ogni fiasco di vino.)

In seguito quei sei, ubriachi, vanno per le strade facendo baldoria e schizzando fango dappertutto, seguiti da persone di tutte le età, che si prendono gioco di loro. Infine decidono di partecipare al banchetto di un loro amico che si deve sposare. La sposa (figlia naturale di un frate, Diego, e di una popolana, Narda) si chiama Betta la cajorda (Betta la sozza) e ha molti difetti; in particolare è

“porca, lagnusa, tinta, macadura,
sdiserrama, ’mprisusa, micidara

(volgare, pigra, cattiva , sporca, inetta, provocatrice, seminatrice di zizzania)

Non si può dire che sia migliore il fidanzato. Infatti

Lu zitu era lu celebri ziu Roccu
Ch’era divotu assa’ di lu dio Baccu.
Nuru, mortu di fami, tintu e liccu
E notti e jornu facia lu sbirlaccu.

(Il fidanzato era il celebre zio Rocco,
ch’era molto devoto del dio Bacco.
Privo di ogni bene, morto di fame, cattivo, ingordo,
dalla mattina alla sera faceva il perdigiorno.
)

E che dire degli invitati? A tavola, con i futuri sposi, siedono gli amici più intimi; l’autore si limita ad elencare alcune donne, che, a giudicare dai loro soprannomi, non sembrano il massimo della gentilezza:

Erano chisti a tavula assittati
Cu li so’ amici li cchiù cunfidati.
’Ntra l’autri cunvitati
Cc’era assittata a punta di buffetta
Catarina la niura,
Narda caccia-diavuli,
Bittazza la linguta,
Ancila attizza-liti
E Rosa Sfincia ’ntòssica-mariti.

(Erano questi seduti a tavola
con gli amici più fidati.
A capotavola c’era seduta Caterina la nera
(nera per i capelli, i vestiti o il carattere?),
Narda scacciadiavoli,
Bettaccia la linguacciuta,
Angela attizzaliti
e Rosa “la gonfia” detta anche avvelenamariti.)

In quella casa, mentre si sta bevendo alla grande, irrompono d’improvviso Sarudda e gli altri ubriaconi, i quali non si fanno pregare per riprendere in mano il boccale; anzi, appena entrati, si avventano sulle damigiane piene di vino.
Sarudda, mentre beve l’amato liquido, che ritiene capace di far dimenticare “tutti li cancari, tutti li trivuli (tutti i guai e tutte le preoccupazioni)”, comincia ad avere dei capogiri perché gli effluvi del vino sono diventati eccessivi.
A questo punto il ritmo della poesia si fa serrato, veloce, fino a diventare vorticoso, in armonia con i capogiri di Sarudda, ormai troppo ubriaco, e con l’apparente movimento rotatorio di tutto ciò che gli sta attorno.

Ed intantu li so’ effluvia
A la testa si nn’acchiananu;
Mi gira comu strùmmula,
Mi va com’un anìmulu,
Mi fa cazzicatùmmula
Lu beddu ciricòcculu;
Li mura mi firrìanu;
Li porti sbattulìanu;
Lu solu fa la vòzzica;
Lu munnu ohimè s’agghiòmmara;
Li testi già trabàllanu;
Tavuli e seggi pri alligrizza ballanu.

E intanto i suoi effluvi
mi arrivano alla testa;
mi gira come una trottola,
mi va come un arcolaio,
mi fa capitomboli
la bella testa;
i muri girano,
le porte sbattono,
il suolo si capovolge;
il mondo, ohimé, s’avvolge;
le teste già traballano;
tavoli e sedie per la gioia ballano.

Sarudda ha pure delle allucinazioni e crede di veder piovere dal cielo vino in gran quantità, è addirittura un’alluvione; ed egli non sa dove rifugiarsi:

Crisci la china;
Ohimè! unni scappu?
Dintra ‘na tina
Trasu pri tappu…
No, nun è tina,
Pigghiavi sbagghiu,
È un quartaloru
Senza stuppagghiu,
Chi cula e chi pircùla
L’ambrosia biata
Dintra ‘sta sollennissima cannata.
Dammi, o cannata,
Nautra vasata….

Cresce la piena,
ohimé, dove scappo?
Dentro un tino
entro per tappo.
No, non è tino,
mi sono sbagliato,
è una damigiana
senza turacciolo
che cola in continuazione
l’ambrosia beata
dentro questo solennissimo boccale.
Dammi, o boccale,
un altro bacio…

Un vero ubriacone, innamorato del vino, non può essere tenero con l’acqua. Sarudda ce ne dà un convincente esempio proprio nella sua invettiva contro l’acqua, che – a suo dire – fa solo male:

L’acqua ’un fu fatta no pri maritarisi,
L’acqua fu fatta pri starisi virgini
O ’ntra mari, o ’ntra ciumi, o ’ntra nuvuli,
O ’ntra laghi, o ’ntra puzzi, o ’ntra funtani
Pri li granci, li pisci, e li giurani:
Si l’ogghiu cci junciti, si stà sùvuli;
’Mmiscata cu la terra fa rimarri,
’Mmiscata cu lu vinu fa catarri.

Dunca a menti tinitilu
Stu muttu praciribili,
chi l’acqua mali faciri,
E vinu cunfurtibili.

L’acqua non fu fatta per sposarsi,
l’acqua fu fatta per restare vergine
o nei mari o nei fiumi o nelle nuvole
o nei laghi o nei pozzi o nelle fontane
per i granchi, per i pesci e per le rane;
se ci aggiungete l’olio questo se ne sta a galla,
se ci aggiungete il vino fa catarri.

Dunque mettevi in mente
Questa piacevole verità:
che l’acqua fa male
E il vino dà conforto.

Secondo la filosofia di Sarudda, tutti quelli che hanno problemi possono trarre vantaggio da una buona bevuta. Egli, pertanto, da vero esperto, per ogni disturbo suggerisce il vino più adatto:
Chi ha bisogno di stare allegro beva vino nero di Mascali.
La suora, che stando sempre rinchiusa può avere “facci pallida e giarnusa, isterii, convulsioni”, beva “lu muscatu di Catania, o Siragusa”.
I timidi bevano il calabrese, che “li sbulazza e li fa nesciri in chiazza”, cioé li rende leggeri e dà loro il coraggio di stare in mezzo alla gente.
Le vedove, poverette, che hanno sempre davanti agli occhi il passato, per non provare più malinconia e smanie, dormano la notte con due fiaschi di vino.
Quelli sposati, rosi dai fastidi o dal tarlo della gelosia, che li indebolisce, bevano “malvacia di Lipari” che li renderà “‘nfurzati, e quadiati comu vipari” (forti e scattanti come vipere).
Quelli soggetti all’acidità di stomaco, che li fa diventare deboli e flaccidi, bevano a più riprese risalaimi, ch’è rimedio universale, e se non basta ne bevano ancora finché non gli uscirà dal naso e dagli occhi.
Chi, invece, è portato alla malinconia, per cui trascura le cose belle e si concentra su quelle brutte, beva il vino di Ciaculli, che lo riscalda e lo libera dalla sua follia (“lu quadia e lu guarisci di la sua fuddia”).
Se qualche ragazza rotondetta sente che un verme le rosicchia l’anima e avverte fra stomaco ed utero spasimi e disturbi isterici, beva la vernaccia di Ficarazzi, perché un diavolo ne scaccia un altro (“trinchi, tummi la guarnaccia chi un diavulu a nautru scaccia).

Tutti i vini sono buoni, dice Sarudda, ma il migliore è quello “accutturatu”, cioè invecchiato. I francesi prediligono vini delicati, quali champagne e bordeaux, che Sarudda considera acque triacali, cioè buone per scacciare i vermi dallo stomaco.
Gl’inglesi, dal canto loro, amano bere la birra e questo è segno inconfutabile che, pur nelle loro ricchezze, sono miserabili; invece noi, che beviamo vini molto forti, siamo più ricchi delle loro ricchezze.
Poi Sarudda passa a fare le lodi di altri vini siciliani, in aggiunta a quelli esaltati finora per le loro speciali proprietà: sono i vini di Castelvetrano, di Carini, di Alcamo, di Ciaculli e di Bagheria.

Bevuta sopra bevuta, ad un certo punto Sarudda si sente male e teme che la morte sia vicina. Allora detta il suo strabiliante testamento: egli chiede che le esequie vengano celebrate in un magazzino di un quartiere popolare di Palermo; che il suo corpo venga immerso in un recipiente di vino della migliore qualità (d’un vinu chi pò vivirni lu re, di un vino degno del re). Chiede, inoltre, che il suo corpo sia esposto su una pila di botti e che al posto dei frati vengano gli osti; al posto delle campane si batta su piccole botti e si stappino per l’occasione recipienti di vino di tutte le dimensioni. Intanto tutti gli ubriaconi devono cantare le lodi del vino senza mai restare a bocca asciutta.
Quella che ho appena descritto è chiaramente la parodia dei riti religiosi celebrati in chiesa per un defunto.
Poi, come quegli antichi maestri che in punto di morte facevano le ultime raccomandazioni ai loro discepoli, Sarudda, prima di lasciare gli amici, dà loro un saggio consiglio: ricordate che il mondo, che è pieno di cose brutte, per merito del vino vi apparirà un teatro di delizie. Leggiamo a questo proposito i suoi versi:

Vi lassu ’ntra lu vinu, o cari amici,
L’unicu gran segretu impareggiabili,
Pri cui putiti farivi felici
Ad onta ancora di la sorti instabili.
E quannu arriviriti a ’mbriacarivi,
Stu munnu, tuttu guai ’mbrogghi e spurcizii,
A modu di purtentu ed arti magica
Divintirà teatru di delizii.

(Vi lascio nel vino, cari amici,
l’unico gran segreto insuperabile,
per cui potete diventare felici
ad onta della sorte instabile.
E quando arriverete ad ubriacarvi,
questo mondo, tutto guai imbrogli e sporcizie,
come per portento e arte magica
diventerà teatro di delizie.)

Mentre per i compagni di bevuta ha quell’ottimo consiglio, ai suoi nemici riserva i pensieri tormentosi dei filosofi, affinché impazziscano nel cercare la risposta a tanti difficili interrogativi. Ad esempio: qual è l’origine del mondo e degli uomini? Come si formano i venti e la grandine? Perché un asino o una pietra non possono stare in aria? Perché l’orto produce fragole rosse e cetrioli storti? Perché il vino ci solletica la gola e l’acqua scende facilmente?
Io, conclude quell’emerito ubriacone, tutti questi pensieri li annego in una ciotola di vino.

Sarudda non muore, ma da lì a poco non si regge più in piedi e chiede disperatamente l’aiuto degli amici. Questi, pur essendo più ubriachi di lui, accorrono prontamente e se lo portano come un bambino dopo aver fatto un seggiolino stringendosi le mani con le braccia incrociate:

Viju li genti a quattru a quattru…. ohimè!
Sta nuvula ntra l’occhi chi cos’è?
La testa pisa assai…. chi cosa cci àju?
Li gammi non annervanu!… chi fu?
Jeu ca…. eu ca…. eu caju….
Tenimi…. ajutu…. ivì!… nua pozzu cchiù.
Cussì lu sù Sarudda
’Mmenzu la fudda lascu s’abbannuna,
Cu l’occhi ’nvitriati,
Li vrazza sdillassati:
Lu pettu mantacìa,
Parra già cu li naschi, e tartagghía….
Abbucca…. fa un gran sforzu e si ripigghia….
Camina un pezzo ad orsa…. cimiddìa….
Poi pigghia un strantuluni…. si ricupa….
Gira…. sbota…. traballa…. allurtimata
Buffiti ’nterra ’na stramazzunata.
Cursiru allura li cumpagni amati,
Tutti ’ngriciati ancora peju d’iddu.
Lu spincinu esi esi a cuncumeddu;
Poi ntra li vrazza, comu un picciriddu,
Si lu purtaru a cavu cavuseddu

(Vedo le persone a quattro a quattro, ohimé.
Questa nuvola negli occhi che cos’è?
La testa mi pesa molto, che cosa ho?
Le gambe non mi reggono, che è stato?
Io ca…, io ca… io cado…
Tienimi, aiuto, povero me, non ce la faccio più.

Così lo zio Sarudda
in mezzo alla folla si abbandona privo di forze,
con gli occhi fissi e smorti,
le braccia penzoloni,
il petto fa come un mantice;
ha voce nasale e balbetta.
Sta per cadere, fa un grande sforzo e si riprende;
cammina un poco storto, tentenna,
poi dà un forte strattone, si riprende,
gira, si rigira, traballa, alla fine
- paff – cade pesantemente a terra.

Accorsero allora i compagni amati,
tutti ubriachi più di lui,
lo sollevarono pian piano tutto raccolto,
poi se lo portarono come un bambino
facendo un seggiolino con le braccia incrociate
.)

Alba sul mare – Fotografie di Vincenzo Bonanno

“Alba sul mare” è il titolo di un’antica e bella canzone che mi è venuta alla mente quando mio figlio Vincenzo mi ha mostrato una serie di splendide fotografie fatte all’alba davanti al mare. Per la precisione davanti al mare di Marsala, la città in cui alloggia con la famiglia quando scende in Sicilia.
Le prime tre fotografie sono state scattate a Capo Lilibeo, che é la punta estrema della Sicilia occidentale, quindi dell’Italia. Le altre mostrano aspetti dello Stagnone, un ampio specchio d’acqua lungo la costa marsalese, dove le persone vanno a pescare o a nuotare. Nello Stagnone, che é una riserva naturale, si trova un arcipelago di isole più o meno grandi, fra le quali Mothia, ricca di storia e di reperti archeologici. Allo Stagnone vi sono anche delle saline con i caratteristici mulini a vento e i mucchi di sale coperti di tegole, come usano fare i salinai.
Vincenzo è appassionato di fotografia da quand’era ragazzo. Oggi possiede una meravigliosa Nikon con obiettivo zoom, che gli ha consentito di realizzare tante belle immagini. Sia chiaro che le macchine fotografiche, per quanto perfezionate e sofisticate possano essere, da sole non fanno ottime fotografie. Esse indubbiamente contribuiscono alla buona riuscita di un’immagine, ma il merito principale é di chi aziona il pulsante di scatto dopo avere scelto il momento della giornata, il soggetto, l’inquadratura, il tempo di esposizione e l’obiettivo più adatto.
Che Vincenzo abbia saputo fare bene tutte queste operazioni lo attesta la raccolta d’immagini… marinare, che ho il piacere di mostare agli amici di Albatros.
E’ facile che le fotografie fatte all’alba si carichino di fascino in quanto la luce non aggredisce i soggetti ritratti, come può avvenire in altre ore della giornata, anzi li avvolge dolcemente; inoltre l’orizzonte a volte risulta sfumato e anche questo è un bell’effetto.
Se, poi, nel cielo vi sono delle nuvole, ancora meglio.
Nelle fotografie dello Stagnone é da notare la trasparenza delle acque a causa del basso fondale.
Il mare in alcune fotografie sembra in tempesta, ma è un effetto ottico dovuto ai riflessi delle nuvole.
Sullo sfondo di tante fotografie si vedono le isole Egadi, in particolare la più grande, Favignana. Invece in una fotografie delle saline si staglia, sullo sfondo, la mole del monte Erice.
Nella foto n 10, quella dell’arrivo di un’imbarcazione, si vedono in lontananza Favignana e Mothia.
L’anno scorso gli amici di Albatros hanno potuto vedere altre fotografie di Vincenzo, quelle scattate in Polonia, per le quali hanno espresso giudizi lusinghieri.
Molte sue fotografie si trovano nel seguente sito: http://www.flickr.com/photos/vincenzobonanno/

ELENCO DELLE FOTOGRAFIE

1) Alba sul mare di Marsala
2) Scogli con le Isole Egadi sullo sfondo
3) Passerella a Capo Lilibeo
4) Le saline dello Stagnone con Erice sullo sfondo
5 Mulino a vento
6) Barche alla fonda
7) Splendide trasparenze
8 Paesaggio riflesso nell’acqua
9) Nuvole riflesse nel mare
10) L’arrivo di una imbarcazione. Sullo sfondo Favignana e Mothia
11) Passerella di pietre
12) Vegetazione in riva allo Stagnone

13) Una barca a riposo

Cliccando sopra le foto si possono leggere le didascalie

Alba sul mare di Marsala

Scogli con le Isole Egadi sullo sfondo

Passerella a Capo Lilibeo

Le saline dello Stagnone con Erice sullo sfondo
Mulino a vento

Barche alla fonda

Splendide trasparenze

Paesaggio riflesso nell'acqua

Nuvole riflesse nel mare

L'arrivo di una imbarcazione. Sullo sfondo Favignana

Una passerella di pietre

Vegetazione in riva allo Stagnone

Una barca a riposo

Figure femminili nella vita di Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi.

Il poeta recanatese Giacomo Leopardi (1798 – 1837) nel corso della sua non lunga esistenza, soltanto trentanove anni, conobbe varie donne: alcune erano familiari, altre amiche, altre estranee che suscitarono il suo interesse. Per qualcuna di loro provò amore, e questo non sorprende, considerata la sua grande sensibilità e la ricchezza dei suoi sentimenti. Tuttavia é probabile che l’amore non sia stato mai rivelato, in ogni caso non fu mai corrisposto.

Le prime donne con le quali il Leopardi ebbe dimestichezza furono quelle della sua famiglia: la madre e la sorella, Paolina.
La madre, Adelaide Antici, di origini aristocratiche, era severa, incapace di affetto per i figli, rigida nei suoi principi morali. Aderiva al cristianesimo rispettandone tutte le forme, senza, tuttavia, capirrne la vera essenza, ossia la legge dell’amore. I suoi principali impegni erano costituiti dall’amministrazione del patrimonio familiare che il marito, il conte Monaldo Leopardi, aveva in parte dilapidato per assecondare la sua grande passione di bibliofilo. La moglie riuscì a salvare la famiglia dal dissesto economico assicurandole al tempo stesso il necessario decoro. Per i figli, invece, non ebbe mai un bacio, una carezza, una manifestazione di tenerezza. Qualunque bambino ci avrebbe sofferto, ma se pensiamo alla sensibilità del bambino Giacomo Leopardi non ci viene difficile immaginare quale sia stata la sua sofferenza.

Adelaide Antici, la madre del Leopardi

I ragazzi di casa Leopardi non ricevettero maggiori attenzioni da parte del padre, che, pur essendo meno severo della moglie, non aveva tempo per i figli, tutto preso com’era dai suoi studi.

Paolina, la sorella del Leopardi.

Nella sua infanzia desolata e solitaria, trascorsa nelle stanze dell’avito palazzo, il piccolo Leopardi trovava conforto soltanto nei rapporti con il fratello Carlo e la sorella Paolina; in particolare con quest’ultima, alla quale era legato da un grande affetto, in verità ricambiato nella stessa misura.
A Paolina il Leopardi dedicò una delle sue prime poesie, “Nelle nozze della sorella Paolina”, quando sembrava che fosse vicino il suo matrimonio, ma poi tutto andò in fumo ed è rimasta soltanto quella poesia ricca di forti accenti civili, nella quale l’autore si augura che la sorella e le altre donne mettano al mondo figli capaci di dare lustro alla patria.
Anche altri matrimoni sfumarono, ora per una ragione ora per un’altra, e Paolina rimase nubile, benché avesse sperato vivamente anche lei, come il fratello Giacomo, di lasciare quella famiglia, in cui la vita dei figli era intollerabile. La povera Paolina fu quella che più a lungo dovette sopportare il rigore morale della madre e solo alla morte di lei poté allontanarsi da Recanati e viaggiare a lungo per l’Italia; ma era già vicina ai sessant’anni.

Altro conforto alla solitudine fu per il Leopardi lo studio, per vari anni “matto e disperatissimo”, con il quale acquisì una vastissima cultura, soprattutto una perfetta conoscenza del latino e del greco. Si pensi, per averne un’idea, che, giovanissimo, scriveva versi imitando nello stile gli antichi poeti greci; poi li mandava in visione agli studiosi dicendo che li aveva casualmente scoperti nella biblioteca paterna e quelli non esitavano a considerarli autentici.

Nel dicembre del 1817 fu ospite della famiglia Leopardi, per un breve soggiorno, la cugina Geltrude Cassi, una pesarese ventisettenne, robusta e di bella presenza, sposata. Così la presenta il Leopardi: “alta e membruta quanto nessuna donna ch’io m’abbia veduta mai, di volto però tutt’altro che grossolano, lineamenti tra il forte e il delicato, bel colore, occhi nerissimi, capelli castagni, maniere benigne, e, secondo me, graziose…” Quella presenza femminile fu sconvolgente per Giacomo, che allora aveva diciannove anni. La cugina la sera s’intrattenne a conversare e giocare con i ragazzi di casa Leopardi; il poeta a volte si chiudeva in un silenzio imbarazzato, a volte partecipava alla conversazione oppure, abilissimo nel gioco degli scacchi, si compiaceva d’insegnare alcune mosse all’ospite, che l’aveva affascinato. In quell’occasione la necessità di stare l’uno di fronte all’altra gli creava una condizione spirituale inesprimibile.

Geltrude Cassi Lazzari.
Quell’esperienza, partita la cugina, viene raccontata dal Leopardi in uno dei suoi numerosi scritti; fra l’altro descrive l’emozione nel sentire dalla sua camera, la mattina successiva, prima i passi di Geltrude, in seguito il rumore della carrozza che si allontanava.
Nacque in quell’occasione la lirica Il primo amore, significativa, anche se non appartiene alla grande poesia leopardiana, per la fiducia nell’amore, sentimento che da lì a qualche anno il poeta ritratterà attraverso la presentazione di Saffo, la poetessa greca morta suicida perché delusa dall’amore.

Il Leopardi non era insensibile al fascino femminile, soprattutto se si trattava di giovani donne. Lo apprendiamo da una pagina del suo Zibaldone, il voluminoso diario nel quale per molti anni scrisse riflessioni, pensieri, ricordi, versi, motivazioni delle sue poesie, dunque una grande miniera di notizie utilissime per capire meglio il poeta e la sua opera. Nello Zibaldone a proposito delle donne si leggono queste parole: “Una donna di venti, venticinque o trenta anni ha forse più d‘attraits, d’illecebre ed é più atta ad ispirare e maggiormente a mantenere una passione… Ma veramente una giovane dai sedici ai diciotto anni ha nel suo viso, nei suoi moti, nei nelle sue voci, salti, ecc. un non so che di divino, che niente può agguagliare. “ Questa affermazione spiega la forte simpatia, se non addirittura l’amore, per Teresa Brini, una popolana che egli incontrava spesso, forse perché prestava servizio dalle parti del suo palazzo. Il poeta ne parla negli appunti stesi per un romanzo autobiografico mai arrivato a compimento: “Una giovane di piccola condizione – dice –bella, ma molto allegra, veduta da me spesso, poi sognata… solita a salutarmi…” Più avanti: “Vista già tanto desiderata delle Brini… Sogno di quella notte e mio vero paradiso in parlar con lei ed esserne interrogato ed ascoltato con viso ridente, e poi domandarle io la mano a baciare ed ella torcendo non so che filo porgermela guardandomi con aria semplicissima e candidissima , ed io baciarla senza ardire di toccarla… e conobbi come sia vero che tutta l’anima si possa trasformare in un bacio e perdere di vista tutto il mondo…”
Aveva ventidue anni il Leopardi quando scrisse la poesia La sera del dì di festa nella quale s’intravede una donna da lui amata. Dico s‘intravede perché il poeta, al termine di una giornata festiva, le rivolge delle parole, ma non fa un solo accenno alla sua realtà fisica o spirituale. Dopo una splendida ouverture paesaggistica con la luce della luna che dolcemente si adagia sulle case e sui giardini, il Leopardi parla così alla donna dei suoi sogni:

“Questo dì fu solenne, or da’ trastulli
prendi riposo; e forse ti rimembra
in sogno a quanti oggi piacesti e quanti
piacquero a te. Non io, non già ch’io speri
al pensier ti ricorro…”

Di questa donna non sappiamo di più, ma io sospetto che si tratti della Brini, per la quale, come abbiamo visto, il Leopardi provava una forte simpatia.
Palpiti d’amore forse aveva avuto il Leopardi qualche anno prima per la giovane Teresa Fattorini, figlia del cocchiere della sua famiglia. La casa di Teresa si trovava nella piazza in cui sorge il palazzo dei Leopardi e il poeta dalla sua finestra vedeva la ragazza intenta a tessere mentre cantava. Teresa Fattorini morì di tisi (“chiuso morbo”) nel 1818 ed é probabile che dieci anni dopo il Leopardi abbia pensato a lei quando scrisse la poesia A Silvia, uno dei suoi capolavori.
In quella stessa piazza viveva anche Maria Belardinelli, una popolana impegnata al telaio come Teresa e come lei destinata a morire giovane. Il Leopardi guardandola dalla sua finestra avrà provato per lei una certa simpatia, se è vero, come pensano alcuni critici, che la misteriosa Nerina della poesia Le Ricordanze scritta nel 1828 é proprio la povera “tessitora” Maria Belardinelli, morta nel 1827, poco tempo prima che venisse composta quella poesia.

Teresa Malvezzi Carniani.Nell’estate 1825, insofferente del vivere uggioso di Recanati, che definisce con disprezzo “natio borgo selvaggio”, il poeta ha finalmente la possibilità di trasferirsi a Milano, anche per essere indipendente dalla famiglia e realizzarsi con le sue forze. A Milano deve curare delle opere per conto dell’editore Stella, malgrado il suo fisico sia molto debole. Inoltre ha la colonna vertebrale deformata da una malattia e dal lungo, intenso studio; per non dire della sua vista gravemente compromessa da un disturbo agli occhi.
Poco tempo dopo, non sopportando il clima di Milano, il Leopardi si trasferisce a Bologna, dove è lieto di fare amicizia con la contessa Teresa Malvezzi, che gli sembra piena di attenzioni, forse di amore per lui. Nel maggio del 1826 scrive così al fratello Carlo: “Non abbiamo mai parlato di amore se non per ischerzo, ma viviamo insieme in un’amicizia tenera e sensibile, con un interesse scambievole, e un abbandono, che è come un amore senza inquietudine. Ha per me una stima altissima… le lodi degli altri non hanno per me nessuna sostanza, le sue mi si convertono tutte in sangue, e mi restano nell’anima … ». Il Leopardi, tuttavia, non tarderà a rimanere disgustavo dal carattere di quella donna incline al pettegolezzo. “Ciarliera” la definisce in una lettera ad un amico, ed usa anche un’espressione molto più pesante.
In compenso, durante il suo soggiorno in Emilia, il poeta conobbe due signore di Parma, Antonietta Tommasini e sua figlia Adelaide, che lo stimarono molto circondandolo di attenzioni. Numerose lettere, nelle quali confida i moti del suo animo, sono prova della familiarità creatasi fra il Leopardi e quelle gentili signore.

Altra tappa del suo peregrinare per l’Italia é Firenze, dove instaura rapporti amichevoli con vari intellettuali, dei quali conquista la stima; poi raggiunge Pisa, dove vive miseramente dando lezioni e facendo delle traduzioni, dal momento che non ha più l’assegno dell’editore di Milano. In quella città trascorre, tuttavia, un periodo di benessere spirituale perché gli piace il clima e sente migliorate le sue condizioni fisiche. Gli fa bene anche la cordialità della famiglia che lo ospita, in particolare quella di una giovane dal carattere amabile, Teresa Lucignani, sorella della padrona di casa.
A Pisa il poeta scrisse, come ho detto prima, la poesia A Silvia, in ricordo di una sfortunata ragazza morta nel fiore degli anni, probabilmente Teresa Fattorini, figlia del cocchiere dei Leopardi. A distanza di anni, facendo un bilancio della sua vita, egli arrivava alla conclusione che tra il suo destino e quello di Silvia non vi era molta differenza perché nessuno dei due aveva realizzato i sogni adolescenziali: infatti quando é il momento di realizzare quei sogni Silvia muore fisicamente, mentre per il Leopardi sono morte le speranze di un futuro più appagante.
Il soggiorno pisano non dura a lungo perché la mancanza di soldi costringe il poeta a rientrare in famiglia.
Tornato a Recanati, egli viene sopraffatto dai ricordi, tutto il passato gli rivive nella mente e, fra le immagini che riaffiorano c’è, come si legge nella poesia Le ricordanze, anche quella di Nerina, una donna a lui cara, morta quando era molto giovane. E’ possibile che Nerina e Silvia siano la stessa persona, ma è molto più probabile che nella figura di Nerina si celi Maria Belardinelli, la “tessitora” che viveva nei pressi del palazzo Leopardi ed era morta da poco.

A Recanati il poeta trascorre un anno e mezzo con grande insofferenza per quel luogo che non ha mai amato e per l’imposibilità di realizzarsi dando il meglio delle sue capacità intellettuali. Quello, tuttavia, é dal punto di vista creativo un periodo molto felice, perché vengono alla luce “I grandi idilli”, che sono i suoi capolavori: Le ricordanze, Il sabato del villaggio, Il passero solitario, La quiete dopo la tempesta, il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Ai grandi Idilli appartiene anche la poesia A Silvia, scritta poco prima del ritorno a Recanati.
Nel 1830 finalmente il poeta riuscirà a partire di nuovo per raggiungere Firenze. Non aveva potuto farlo prima perché gli mancavano i mezzi finanziari, né gli era venuta incontro la famiglia. I soldi per partire gli furono “prestati” dagli amici toscani con una lettera che é un capolavoro di gentilezza, soprattutto per queste parole: “Sarà un prestito qualora vi piaccia di rendere le ricevute sonmme; e sarà meno di un prestito, se la occasione di restituire mancherà; nessuno saprebbe a chi chiedere; voi non sapreste a chi rendere…

A Firenze il Leopardi frequentava il salotto di una nobildonna, della quale s’innamorò perdutamente, convinto che quel suo sentimento venisse ricambiato. Del resto non era impossibile che una bella donna s’innamorasse di un poeta, anche se di aspetto non bello. Non dimentichiamo che siamo nell’età del Romanticismo, quando le donne avevano un debole per i poeti, come oggi possono averlo per attori e atleti. Fanny Targioni Tozzetti.
Quell’amore del Leopardi viene definito dal critico letterario Natalino Sapegno “un’esperienza amorosa non più soltanto sognata come altre della prima giovinezza, ma vissuta e sofferta dal poeta con tutto il suo essere e con un abbandono che renderà più cocente e amara la disillusione.”
Da quella vicenda, meravigliosa all’inizio, sconvolgente nell’epilogo, perché il Leopardi ne ha avuto una cocente delusione, nascono le poesie del cosiddetto Ciclo di Aspasia. Fra queste vi é il breve componimento A se stesso, nel quale il poeta invita il suo cuore a non palpitare più per niente e per nessuno, perché “fango è il mondo”. Una di quelle poesie d’intitola Aspasia, dal nome di una donna greca considerata, forse a torto, un’etera. Le etere erano donne di raffinata cultura, ma anche di costumi non integerrimi, che frequentavano uomini di condizione elevata, quando per una donna erano considerate scandalose le frequentazioni maschili. E’ molto probabile che l’Aspasia leopardiana sia Fanny Targioni- Tozzetti, una dama dell’alta borghesia dal comportamento spregiudicato. Darle il nome di Aspasia significava esprimere su di lei un giudizio morale molto tagliente.

Nel 1833 il Leopardi, che finalmente aveva ottenuto dalla famiglia un piccolo assegno mensile, si trasferì a Napoli nella casa di Antonio Ranieri, un amico affettuoso e premuroso che aveva conosciutro alcuni anni prima. In quella casa vi era anche la sorella di Antonio, Paolina, la quale non solo per il nome, ma anche per i modi estremamente gentili, gli ricordava la sorella lasciata a Recanati.
In seguito i Ranieri si trasferirono, insieme all’ospite amico, in una casa ubicata fra Torre Annunziata e Torre del Greco, nella località che oggi si chiama Leopardi. Là il poeta si spense all’età di 39 anni dopo avere molto studiato, molto meditato, molto sofferto, molto “palpitato” e soprattutto dopo avere scritto versi meravigliosi, che appartengono alla più grande poesia di tutti i tempi.

Animali in versi

Cari amici di Albatros, vi presento una carrellata di animali che, per il bene o per il male, hanno ispirato i poeti. Ci sono quelli guardati con simpatia, altri con fastidio; alcuni, inoltre, servono a dare degli insegnamenti.
Per ogni poesia ho scritto una breve presentazione con note essenziali sull‘autore. Questi componimenti appartengono a varie epoche: si comincia con alcuni versi scritti in Grecia da Omero, probabilmente nel IX secolo avanti Cristo, e si arriva a quelli composti da Neruda, poeta del secolo scorso.
Delle poesie scritte in latino e in greco ha presentato soltanto la traduzione in italiano, di quelle dialettali il testo originale e la versione in lingua italiana. Quando il brano era troppo esteso, per renderne più agevole la lettura, ho tagliato le parti meno interessanti lasciando al loro posto dei puntini sospensivi. Chi avesse interesse a leggere le opere complete potrebbe cercarle su internet.
Buona lettura! Ricordate che questa è l’occasione per parlarci degli animali che avete o avete avuto nel passato. Potrà fare piacere a chi racconterà e a chi leggerà.

Omero*
ARGO, IL CANE DI ULISSE

(Traduzione di Ippolito Pindemonte)

Così dicean tra lor, quando Argo, il cane,
ch’ivi giacea, del pazïente Ulisse
la testa ed ambo sollevò gli orecchi.
Nutrillo un giorno di sua man l’eroe,
ma côrne, spinto dal suo fato a Troia,
poco frutto poté. Bensì condurlo
contro i lepri ed i cervi e le silvestri
capre solea la gioventù robusta.
Negletto allor giacea nel molto fimo
di muli e buoi sparso alle porte innanzi,
finché i poderi a fecondar d’Ulisse,
nel togliessero i servi. Ivi il buon cane,
di turpi zecche pien, corcato stava.
Com’egli vide il suo signor più presso,
e benché tra que’ cenci, il riconobbe,
squassò la coda festeggiando, ed ambe
le orecchie, che drizzate avea da prima,
cader lasciò: ma incontro al suo signore
muover, siccome un dì, gli fu disdetto.
Ulisse, riguardatolo, s’asterse
con man furtiva dalla guancia il pianto,
celandosi da Eumèo, cui disse tosto:
“Eumèo, quale stupor! Nel fimo giace
cotesto, che a me par cane sì bello.
Ma non so se del pari ei fu veloce,
o nulla valse, come quei da mensa,
cui nutron per bellezza i lor padroni”.
E tu così gli rispondesti, Eumèo:
“Del mio re lungi morto è questo il cane…
Perì d’Itaca lunge il suo padrone,
nè più curan di lui le pigre ancelle…”
Ciò detto, il piè nel sontuoso albergo
mise, e avvïossi drittamente ai proci;
ed Argo, il fido can, poscia che visto
ebbe dopo dieci anni e dieci Ulisse,
gli occhi nel sonno della morte chiuse.

* Omero è considerato il più grande poeta di tutti i tempi. Di lui si sa pochissimo; si pensa che sia stato un aedo (cioè un cantore di vicende riguardanti dei ed eroi) vissuto in Grecia nel secolo IX prima di Cristo. A lui si attribuiscono due poemi, l’” Iliade” e l’”Odissea”. Nel primo l’autore canta la guerra dei Greci contro i Troiani, nel secondo il decennale viaggio di Ulisse per ritornare ad Itaca, la sua patria. Ulisse infine ritorna nella sua terra e, camuffato da mendicante, cerca di capire in quali condizioni si trovi. In questo brano, durante l’incontro con Eumeo, il custode del porcile, viene presentato il cane Argo. L’eroe vede il suo fedele cane ormai vecchissimo e in stato di assoluto abbandono. Argo gli fa gran festa, pur non avendo le forze per raggiungerlo. Ulisse è commoso fino alle lacrime, ma cerca di non tradirsi davanti ad Eumeo. Sembra che il cane per morire abbia voluto aspettare l’arrivo del padrone, infatti mentre Ulisse si allontana esso chiude gli occhi per sempre.

Anite*
IL GRILLO E LA CICALA DI MIRO

A un grillo, usignolo dei campi,
e ad una cicala, ospite delle querce,
Miro fece una tomba comune
piangendo molte lacrime di bambina.
La morte, crudele, le aveva strappato di colpo
i suoi cari giocattoli.

*Anite è una poetessa greca vissuta fra il quarto e il terzo secolo a. C. Per il valore della sua poesia fu chiamata “Omero al femminile”. In questi versi, pochi, ma intensi, ci mostra una bambina in lacrime per aver perso nello stesso giorno due cari amici, un grillo ed una cicala. Questa immagine, per la tenerezza che riesce a suscitare, si commenta da sola.

Catullo*

IL PASSERO DI LESBIA

Passero, delizia della mia ragazza,
che suole giocare con te e tenerti in grembo
oppure avvicinarti la punta del dito
per farsi dare pungenti beccate,
quando lei, splendido oggetto dei miei desideri,
vuole svagarsi con qualche cosa che le è caro
e che possa distoglierla dalle sue pene,
ma credo per smorzare la sua forte passione.
Ah, se potessi giocare con te anch’io, come fa lei,
per alleviare le mie sofferenze spirituali!

*Catullo, nato a Verona e vissuto a Roma nel primo secolo avanti Cristo, è autore di appassionate poesie che gl’ispirava il grande, ma contrastato amore per Clodia, cantata con il nome di Lesbia. In questa lirica il poeta ci mostra la sua donna piena di attenzioni per un passerotto che tiene in gabbia, mentre in un’altra, che non trascrivo, parla del dolore di Lesbia per la morte di quell’uccellino.

Giambattista Marino*

IL CANTO DELL’USIGNOLO

… or tronca la voce, or la ripiglia,
or la ferma, or la torce, or scema, or piena,
or la mormora grave, or l’assottiglia,
or fa di dolci groppi ampia catena,
e sempre, o se la sparge o se l’accoglie,
con egual melodia la lega e scioglie.
O che vezzose,o che pietose rime
lascivetto cantor compone e detta.
Pria flebilmente il suo lamento esprime,
poi rompe in un sospir la canzonetta.
In tante mute or languido, or sublime
varia stil, pause affrena e fughe affretta,
ch’imita insieme e insieme in lui s’ammira
cetra flauto liuto organo e lira.
Fa de la gola lusinghiera e dolce
talor ben lunga articolata scala.
Quinci quell’armonia che l’aura molce,
ondeggiando per gradi, in alto essala,
e, poich’alquanto si sostiene e folce,
precipitosa a piombo alfin si cala.
Alzando a piena gorga indi lo scoppio,
forma di trilli un contrappunto doppio.
Par ch’abbia entro le fauci e in ogni fibra
rapida rota o turbine veloce.
Sembra la lingua, che si volge e vibra,
spada di schermidor destro e feroce.
Se piega e increspa o se sospende e libra
in riposati numeri la voce,
spirto il dirai del ciel che in tanti modi
figurato e trapunto il canto snodi.
Chi crederà che forze accoglier possa
animetta sì picciola cotante?
e celar tra le vene e dentro l’ossa
tanta dolcezza un atomo sonante?
O ch’altro sia che da liev’aura mossa
una voce pennuta, un suon volante?
e vestito di penne un vivo fiato,
una piuma canora, un canto alato?

*Giambattista Marino è un poeta italiano del Seicento. Egli era convinto che il poeta deve suscitare meraviglia attraverso espressioni sorprendenti, metafore ardite, giochi di parole. Da lui prese nome il Marinismo, corrente letteraria che ebbe molti seguaci.
Nella sua opera più famosa, il poema “Adone” c’è una descrizione minuziosa del canto dell’usignolo, capolavoro di virtuosismo. L’autore, infatti, riesce a trovare le parole adatte per fare sentire nei minimi particolari quel canto, che ora si alza, ora scende, a volte diventa gorgheggio, mentre sembra che si sentano suonare vari strumenti.
Da notare anche tutti gli epiteti che il poeta usa per indicare l’usignolo: “canto alato”, “piuma canora”, “vivo fiato vestito di penne”, “voce pennuta”, “suon volante” e perfino “atomo sonante”. Chi legge rimane strabiliato, proprio come voleva lo stesso Marino, ma non trova quell’emozione che alimenta la poesie autentica.

Gian Francesco Maria Materdona*

AD UNA ZANZARA

Animato rumor, tromba vagante,
che solo per ferir talor ti posi,
turbamento de l’ombre e de’ riposi,
fremito alato e mormorio volante,

per ciel notturno animaletto errante,
pon freno ai tuoi susurri aspri e noiosi;
invan ti sforzi tu ch’io non riposi;
basta a non riposar l’essere amante.

Vattene a chi non ama, a chi mi sprezza
vattene; e incontro a lei quanto più sai
desta il suon, arma gli aghi, usa fierezza.

D’aver punta vantar sì ti potrai
colei ch’Amor con sua dorata frezza
pungere ed impiagar non poté mai.

* Il Materdona, poeta del Seicento, aderisce alla corrente che fa capo al Marino e si lambicca il cervello alla ricerca di espressioni sorprendenti. L’autore parla ad una zanzara, che chiama “animato rumore”, “tromba vagante”, “fremito alato” e “mormorio volante”. E’ inutile – dice il poeta – che tu cerchi di non farmi dormire, perché già ci riesce bene colei che rifiuta il mio amore.” E aggiunge: “Vai a trovarla, piuttosto, e, pungendola, potrai vantarti di avere ferito colei che Amore con le sue frecce non è mai riuscito a colpire.”
Questa poesia non suscita sentimenti, ma la meraviglia senza dubbio, per il tema scelto e per l’espressioni usate.

Giovanni Meli*

LI SURCI

Un surciteddu di testa sbintata
avia pigghiatu la via di l`acitu
e facìa `na vita scialacquata
cu l`amiciuna di lu so partitu.

Lu ziu circau tirarlu a bona strata,
ma zappau all`acqua pirchì era attrivítu
e di chiù la saimi avia liccata
di taverni e di zàgati peritu.

Finalmenti Mucidda fici Luca,
iddu grida: “Ziu! Ziu!” cu dogghia interna,
Sò ziu pri lu rammaricu si suca;

poi dici: “Lu to casu mi costerna,
ma ora mi cerchi? cchiaccu chi t`affuca!
Scutta pi quannu isti a la taverna!”

Traduzione in lingua italiana
I TOPI
Un topolino poco serio
aveva imboccato una via sbagliata
e conduceva una vita di bagordi
con gli amici del suo gruppo.
Lo zio cercò di riportarlo sulla giusta strada,
ma fece un buco nell’acqua perché era caparbio
e inoltre aveva assaggiato la sugna,
esperto com’era di taverne e di pizzicherie.
Alla fine la gattina lo afferrò.
Egli si mette a gridare “Zio! Zio!” con gran dolore.
Lo zio per il dispiacere si fa piccolo piccolo,
poi gli dice: “Il tuo caso mi rattrista,
ma ora mi cerchi? Che un cappio ti strozzi!
Paga per quando andavi nella taverna!

Giovanni Meli è un grande poeta siciliano del XVIII secolo. Scrisse bellissime odi d’ispirazione arcadica cantando le bellezze della natura e la vita semplice dei pastori. Di lui ricordiamo anche le favole a carattere morale. Una di esse é quella che vi presento: il poeta parla di un topolino che aveva imparato a frequentare luoghi ricchi di cibi appetitosi, ma era diventato imprudente, tanto che lo zio lo ammoniva, ma inutilmente. Un bel giorno il gatto lo acchiappò e quello chiamò disperatamente lo zio, il quale, rattristato, non poté fare niente per lui. Morale della favola: è necessario essere prudenti quando si è in tempo, perché non si può cercare la salvezza quando è troppo tardi.
Due osservazioni: 1) “Zio! Zio!” è espressione onomatopeica derivante dal verso del topo; 2) “fari Luca” è antichissima espressione siciliana che ha la seguente origine: mentre delle persone giocavano per soldi capitava che un prepotente si avvicinasse per rubare la posta in nome di un altro prepotente molto temuto; in questo caso Luca o zu Luca.

Giuseppe Parini*

LA VERGINE CUCCIA
(da “Il Giorno”)

Or le sovviene il giorno,
ahi fero giorno! allor che la sua bella
vergine cuccia de le Grazie alunna,
giovenilmente vezzeggiando, il piede
villan del servo con l’eburneo dente
segnò di lieve nota: ed egli audace
con sacrilego piè lanciolla: e quella
tre volte rotolò; tre volte scosse
gli scompigliati peli, e da le molli
nari soffiò la polvere rodente.
Indi i gemiti alzando: aìta aìta
parea dicesse; e da le aurate volte
a lei l’impietosita Eco rispose:
e dagl’infimi chiostri i mesti servi
asceser tutti; e da le somme stanze
le damigelle pallide tremanti
precipitâro. Accorse ognuno; il volto
fu spruzzato d’essenze a la tua Dama;
ella rinvenne alfin: l’ira, il dolore
l’agitavano ancor; fulminei sguardi
gettò sul servo, e con languida voce
chiamò tre volte la sua cuccia: e questa
al sen le corse; in suo tenor vendetta
chieder sembrolle: e tu vendetta avesti
vergine cuccia de le grazie alunna.
L’empio servo tremò; con gli occhi al suolo
udì la sua condanna. A lui non valse
merito quadrilustre; a lui non valse
zelo d’arcani uffici: in van per lui
fu pregato e promesso; ei nudo andonne
dell’assisa spogliato ond’era un giorno
venerabile al vulgo. In van novello
signor sperò; ché le pietose dame
inorridìro, e del misfatto atroce
odiâr l’autore. Il misero si giacque
con la squallida prole, e con la nuda
consorte a lato su la via spargendo
al passeggiere inutile lamento:
e tu vergine cuccia, idol placato
da le vittime umane, isti superba.

*Quello della vergine cuccia è l’episodio più celebre e significativo del poema “Il Giorno” di Giuseppe Parini, poeta italiano del Settecento. Il Parini, di alti principi morali, fremeva alla vista dei giovani lombardi dediti ad una vita di ozio e divertimenti, incuranti di qualsiasi impegno socio-politico. Inoltre condannava la moda del tempo, secondo la quale una dama si faceva accompagnare nella vita pubblica e privata da un giovane nobile, che si metteva totalmente al suo servizio ed era quindi un “cavalier servente”.
Contro questi nobili il Parini compone l’opera “Il Giorno”, nella quale descrive la giornata di un giovane aristocratico. Fra i vari impegni c’é anche il pranzo, al quale partecipa con la sua dama. A tavola viene servita carne d’agnello e la dama soffre pensando al dolore di quella povera bestiola; poi, per associazione d’idee, pensa alla sofferenza della sua “vergine cuccia” (la cagnetta verginella) il giorno in cui un servitore audace, continuamente infastidito, le diede un calcio. Ai guaiti della cagnetta accorse la dama, che svenne, perché queste “damine incipriate”, come furono chiamate con sarcasmo, svenivano per un nonnulla. Quando rinvenne licenziò il servo, che nessuna dama volle più al suo servizio. Da notare la caricatura con cui vengono presentati sia la padrona che l’animale e il contrasto fra la sofferenza per l’agnello e per la cagna da una parte e dall’altra l’indifferenza per la sorte del servo, che rimase sul lastrico con la sua famiglia.
Un’osservazione: in questo brano s’incontra più volte il numero tre (tre volte rotolò, tre volte scosse gli scompigliati peli, la dama chiamò tre volte la cagnetta) perché tre è il numero perfetto, che ricorre spesso nei poemi epici. Qui si fa, appunto, la parodia di quei poemi, come se la cagnetta fosse un’eroina.

Carlo Porta*

LA NOMINA DEL CAPPELLAN

Alla Marchesa Paola Cangiasa,
vuna di primm damazz de Lombardia,
gh’era mort don Gliceri, el pret de casa,
in grazia d’ona peripneumonia
che la gh’ha faa quistà in del sforaggiass
a mennagh sul mezz dì la Lilla a spass.

L’eva la Lilla ona cagna maltesa
tutta goss, tutta pel e tutta lard,
e in cà Cangiasa, dopo la Marchesa,
l’eva la bestia de maggior riguard,
de moeud che guaja al ciel falla sguagnì,
guaja sbeffalla, guaja a dagh del tì…

In mezz a questa appenna don Gliceri
l’ha comenzaa a giugà a l’amora el fiaa,
è cors da tutt i part on diavoleri
de reverendi di busecch schisciaa
per vede de ottegnì la bona sort
de slargaj foeura in loeugh e stat del mort.

Chè infin di fin, se in cà de donna Pavola
no gh’era per i pret on gran rispett,
almanca gh’era on fioretton de tavola
de fà sarà sù on oeucc su sto difett
minga domá a on gallupp de on cappellan,
ma a paricc di teologh de Milan.

Gh’era de gionta la soa brava messa
a trenta borr, senza manutenzion,
allogg in cà, lavandaria, soppressa,
ciccolatt, acqua sporca a colazion,
bona campagna, palpiroeu a Natal,
sicché, se corren, cazz, l’è natural!

Ma la Marchesa che no la voreva
seccass la scuffia con la furugada
l’ha faa savè a tucc quij che concorreva
che dovessen vegnì la tal giornada,
che dopo avej veduu e parlaa con tutt
l’avria poi fatt ciò che le foss piacciutt.

Ecco che riva intant la gran mattina,
ecco el palazz tutt quant in moviment,
pret in cort, pret suj scal, pret in cusina,
pienn i anticamer de l’appartament…

La Cagnetta che fina a quell punt là
l’eva stada ona pesta indiavolada
l’ha comenzaa a fà truscia, a trepillà,
a fà intorno la frigna e l’inviziada,
e a rampegà suj gamb a don Ventura,
on pretoccol brutt brutt che fa pagura.

Don Ventura, che l’era in tra quij trii
el pussee bisognos del benefizzi,
el stava lì drizz drizz, stremii stremii,
per pagura de fass on pregiudizzi;
el sentiva a slisass quij pocch colzett,
eppur, pascienza, el stava lì quiett.

Ma la Marchesa, che con compiacenza
la dava d’oeucc a quella simpatia,
sebben che la gh’avess a la presenza
duu pret de maggior garb e polizia,
vada todos, premura per premura,
l’ha dezis el sò vôt per don Ventura.

Appenna s’è savuu dalla famiglia
che l’eva deventaa el sò cappellan,
se sbattezzaven tucc de maraviglia,
no podend concepì come on giaván,
on bacìlla d’on pret, on goff, on ciall
l’avess trovaa el secrett de deventall.

Col temp poeù s’è savuu che el gran secret
l’eva staa nient olter, finalment,
che l’avegh avuu adoss trè o quatter fett
de salamm de basletta …

Vesione in lingua italiana

La nomina del cappellano

Alla Marchesa Paola Cangiasi,
una delle prime gran dame di Lombardia,
era morto don Glicerio, il prete di casa
a causa di una peripneumonia
che lei gli aveva fatto prendere nell’accaldarsi
a portarle, verso mezzogiorno, la Lilla a passeggio.

Era la Lilla una cagna maltese
tutta gozzo, tutta pelo e tutta lardo,
e in casa Cangiasi dopo la Marchesa
era la bestia di maggior riguardo,
per cui guai al cielo farla guaire,
guai deriderla, guai darle del tu.

In questa situazione non appena don Glicerio
ha cominciato a giocare alla morra il fiato,
è corso da tutte le parti un diavolerio
di reverendi dalle budella schiacciate
per vedere di avere la buona fortuna
di gonfiarle in luogo e stato del morto.

Ché tutto sommato, se in casa di donna Paola
non c’era per i preti un gran rispetto,
almeno c’era un gran fior di tavola
da far chiudere un occhio su questo difetto
non soltanto ad un galoppino di cappellano,
ma a parecchi teologi di Milano.

C’era per giunta la sua brava messa
a trenta soldi, senza manutenzione,
alloggio in casa, lavanderia, stireria
cioccolato, acqua sporca a colazione,
buona campagna, regalo in busta a Natale,
sicchè, se corrono, caspita, è naturale!

Ma la Marchesa, che non voleva
rotta la cuffia con la confusione,
ha fatto sapere a tutti quelli che concorrevano
che dovessero venire il tal giorno,
che dopo averli veduti e parlato con tutti
avrebbe poi fatto come meglio credeva.

Ecco che arriva intanto la gran mattina,
ecco il palazzo tutto quanto in movimento,
preti in cortile, preti sulle scale, preti in cucina,
piene le anticamere dell’appartamento…

La Marchesa Cangiasi, in gran cuffione
fatto alla Pompadour, tutto a fiorellini…
era in sala ad aspettarli sul canapè…

(A poco a poco molti preti lasciano quella casa
o perché non trovavano convenienti le condizioni poste
o perché sono stati scacciati per cattivo comportamento.
Infine ne rimangono soltanto tre.)

La cagnetta, che fino a quel punto
era stata una peste indiavolata,
ha cominciato a strusciarsi, a trepidare,
a frignare intorno, a fare capricci
e ad arrampicarsi sulle gambe di don Ventura,
un pretino brutto brutto da far paura.

Don Ventura, che era fra quei tre
il più bisognoso del beneficio,
stava lì dritto dritto, striminzito striminzito,
per paura di essere giudicato male,
si sentiva sdrucire quelle poche calzette,
eppure, pazienza, egli se ne stava lì quieto.

Ma la Marchesa, che con compiacenza
osservava quella simpatia,
sebbene avesse alla sua presenza
due preti di maggior garbo e pulizia,
ebbene, premura per premura,
ha deciso il suo voto per don Ventura.

Appena tutta la famiglia ha saputo
che era diventato suo cappellano,
ognuno si sbattezzava per la meraviglia,
non potendo concepire come un sempliciotto,
uno sprovveduto di prete, un imbranato, un citrullo,
avesse trovato il segreto di diventarlo.

Col tempo poi si è saputo che il gran segreto
era stato nient’altro, infine,
che l’aver avuto addosso tre o quattro fette
di scarti di salame …

*Il milanese Carlo Porta è uno dei tre grandi poeti dialettali dell’Ottocento. Gli altri sono il toscano Giuseppe Giusti e il romano Giuseppe Gioacchino Belli.
Il Porta è autore di varie poesie satiriche con le quali prende di mira i difetti dei contemporanei, mettendo soprattuttoalla berlina l’arroganza della classe aristocratica. In questa poesia si assiste alla scelta del nuovo cappellano nella casa di una nobildonna di alto rango. Aspirano a quel posto vantaggioso vari preti poveri e affamati, ma la scelta della dama cade sul più brutto e sozzo perché la sua cagnetta, di nome Lilla o Lillina (parente stretta della pariniana ”vergine cuccia”), mostra per lui una immediata, inspiegabile simpatia. In realtà la spiegazione c’è: quel prete aveva in tasca alcune fette di salame avvolte in un foglio di giornale e il profuno aveva conquistato la Lillina.
Di Carlo Porta tempo addietro ho presentato la poesia “Donna Fabia Fabron de Fabrian” nella sezione Letteratura

Giosue Carducci*

IL BOVE

T’amo, o pio bove; e mite un sentimento
di vigore e di pace al cor m’infondi,
o che solenne come un monumento
tu guardi i campi liberi e fecondi,

o che al giogo inchinandoti contento
l’agil opra de l’uom grave secondi:
ei t’esorta e ti punge, e tu co ‘l lento
giro de’ pazienti occhi rispondi.

Da la larga narice umida e nera
fuma il tuo spirto, e come un inno lieto
il mugghio nel sereno aer si perde;

e del grave occhio glauco entro l’austera
dolcezza si rispecchia ampio e quieto
il divino del pian silenzio verde.

* Possiamo dire che Giosue Carducci (1835-1907) è l’ultimo dei poeti classici, se per classicismo non intendiamo soltanto eleganza espressiva, ma anche dominio delle passioni, quindi equilibrio nel comportamento. Secondo questi canoni nascono alcune stupende immagini della sua poesia, popolata spesso da personaggi forti e sereni. In genere tali qualità appartengono agli uomini descritti dal Carducci, ma in questo sonetto le ritroviamo in un animale, il bue, forte, laborioso, paziente. Grandioso e solenne, esso si pone al centro di un paesaggio divinamente silenzioso. che si rispecchia nella dolcezza dei suoi occhi azzurri.

Giovanni Pascoli*

LA QUERCIA CADUTA

Dov’era l’ombra, or sé la quercia spande
morta, né più coi turbini tenzona.
La gente dice: Or vedo:era pur grande!
Pendono qua e là dalla corona
i nidietti della primavera.
Dice la gente: Or vedo:era pur buona!
Ognuno loda, ognuno taglia. A sera
ognuno col suo grave fascio va.
Nell’aria, un pianto… d’una capinera
che cerca il nido che non troverà.

*Giovanni Pascoli, poeta romagnolo vissuto tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, ebbe vita molto dura, soprattutto a causa di vari lutti familiari, e animo molto sensibile. Il tema del dolore é particolarmente presente nella sua poesia, assieme a quello della natura e del mistero che ci avvolge durante la nostra eistenza.
In questo breve e commovente componimento il Pascoli ci mostra un enorme albero abbattuto. Era grande, osservano le persone, ed era anche buono perché portava i nidi degli uccellini. Ognuno ne preleva una parte per il proprio tornaconto e non si cura del dolore di una capinera, che a sera non trova più il suo nido. A volte non pensiamo che il nostro piccolo vantaggio comporta per qualcuno grande sofferenza.
.

Umberto Saba*

LA CAPRA

Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava
Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.
In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.

Umberto Saba è un poeta triestino vissuto fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Questa sua poesia, molto significativa pur nella sua assoluta semplicità, ha come tema il dolore universale. Il poeta vede in un campo una capra, che ha brucato l’erba, ma è bagnata di pioggia. Il suo belato sembra il lamento per un dolore che è di tutti e di tutte le epoche. Poiché la madre del Saba era ebrea, leggendo questi versi viene spontaneo pensare alle persecuzioni che nella storia tante volte quel popolo ha subito, ma l’autore dissentì da questa interpretazione.

Trilussa*

ER GRILLO ZOPPO

Ormai me reggo su ‘na cianca sola.
- diceva un Grillo – Quella che me manca
m’arimase attaccata a la cappiola.
Quanno m’accorsi d’esse prigioniero
col laccio ar piede, in mano a un regazzino,
nun c’ebbi che un pensiero:
de rivolà in giardino.
Er dolore fu granne… ma la stilla
de sangue che sortì da la ferita
brillò ner sole come una favilla.
E forse un giorno Iddio benedirà
ogni goccia de sangue ch’è servita
pe’ scrive la parola Libbertà!

*Il poeta romano Trilussa (pseudonimo di Carlo Alberto Salustri), vissuto fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, è autore di un’infinità di poesia satiriche o moraleggianti scritte in dialetto romanesco. Tuttavia, di tanto in tanto egli cede alla tentazione della poesia lirica con esiti molto interessanti, come avviene in questi versi. Il significato di questa poesia è chiaro: per amore della libertà alcuni sono capaci di ogni sacrificio, anche di quelli estremi.

Pablo Neruda*

ODE AL GATTO

Gli animali furono
imperfetti, lunghi
di coda, plumbei
di testa.
Piano piano si misero
in ordine,
divennero paesaggio,
acquistarono nèi, grazia. volo.
Il gatto,
soltanto il gatto
apparve completo
e orgoglioso:
nacque completamente rifinito,
cammina solo e sa quello che vuole.

L’uomo vuol essere pesce e uccello,
il serpente vorrebbe avere le ali,
il cane è un leone spaesato,
l’ingegnere vuol essere poeta,
la mosca studia per rondine,
il poeta cerca di imitare la mosca,
ma il gatto
vuole essere solo gatto
ed ogni gatto è gatto
dai baffi alla coda,
dal fiuto al topo vivo,
dalla notte fino ai suoi occhi d’oro.

Non c’è unità
come la sua,
non hanno
la luna o il fiore
una tale coesione:
è una sola cosa
come il sole o il topazio,
e l’elastica linea del suo corpo,
salda e sottile, è come
la linea della prua di una nave.
I suoi occhi gialli
hanno lasciato una sola
fessura
per gettarvi le monete della notte.

Oh piccolo
imperatore senz’orbe,
conquistatore senza patria,
minima tigre da salotto, nuziale
sultano del cielo
delle tegole erotiche,
il vento dell’amore
all’aria aperta
reclami
quando passi
e posi
quattro piedi delicati
sul suolo,
fiutando,
diffidando
di ogni cosa terrestre,
perché tutto
è immondo
per l’immacolato piede del gatto.

Oh fiera indipendente
della casa, arrogante
vestigio della notte,
neghittoso, ginnastico
ed estraneo,
profondissimo gatto,
poliziotto segreto
delle stanze,
insegna
di un
irreperibile velluto,
probabilmente non c’è
enigma
nel tuo contegno,
forse sei mistero,
tutti sanno di te ed appartieni
all’abitante meno misterioso,
forse tutti si credono
padroni,
proprietari, parenti
di gatti, compagni,
colleghi,
discepoli o amici
del proprio gatto.

Io no.
Io non sono d’accordo.
Io non conosco il gatto.
So tutto, la vita e il suo arcipelago,
il mare e la città incalcolabile,
la botanica,
il gineceo coi suoi peccati,
il per e il meno della matematica,
gl’imbuti vulcanici del mondo,
il guscio irreale del coccodrillo,
la bontà ignorata del pompiere,
l’atavismo azzurro del sacerdote,
ma non riesco a decifrare il gatto.
Sul suo distacco la ragione slitta,
numeri d’oro stanno nei suoi occhi.

*Pablo Naruda è un grande poeta cileno del secolo scorso. Uomo dalla vigorosa personalità, ha lasciato una vasta produzione lirica che si sviluppa secondo i seguenti temi: l’amore, i problemi esistenziali, l’impegno politico. Quest’ultimo lo portò a scontrarsi con il potere che vi era allora nel suo Paese, per cui fu costretto ad allontanarsene per alcuni anni .

Giochi e giocattoli. Il contributo di Sergio

Nella pagina precedente, dopo aver presentato le bambole di Mary, ho invitato gli amici di Albatros a fornire testimonianze su giocattoli e giochi della loro infanzia. Hanno accolto il mio invito Lucia, Sergio e Mariano riportando alla luce ricordi interessanti. Lucia ci ha detto che detestava i giocattoli femminili preferendo orientarsi verso quelli maschili per una inconsapevole protesta contro quella che gli adulti chiamano discriminazione sessuale. Mariano ci ha descritto il gioco con la bambola che vedeva fare ad una sua piccola coetanea; Sergio, infine, ci ha parlato di un aeroplanino di latta, con il quale giocava da bambino. Ha approfittato, poi, dell’occasione per parlare di una coppia di bambole appartenenti a sua moglie. Anch’io, per non essere da meno, ho fatto conoscere un episodio di quando ero bambino.
Sergio con il suo aeroplanino ha suscitato la curiosità di Lucia, che l’ha invitato a farlo conoscere in fotografia. “Sarei curiosa – gli ha detto – di vedere il tuo aereo di latta. Perchè non ce lo mostri inviando la foto a Simone, che potrebbe inserirla qui in Albatros?” Io in seguito gli ho chiesto anche la foto delle bamboline e Sergio senza indugio ci ha accontentati entrambi.
Questa nuova pagina di Albatros, pertanto, viene dedicata ai giocattolini dei quali ci ha parlato Sergio Cobelli, il nostro amico di Mantova.
Le due graziose bamboline, che in fotografia sembrano grandi, mentre in realtà misurano soltanto una decina di centimetri, sono state regalate alla signora Cobelli nel 1945, ma erano state realizzate alcuni anni prima. Sergio le presenta in questo modo: “I visetti sono molto belli, in porcellana biscuit…; un maschietto e una bambina, lui biondo riccioluto, lei capelli castani, nascosti in buona parte da ampi copricapi . Gli abiti? Tutto meno che eleganti. La stoffa, uguale per tutti e due, di colore grigio. Anche la foggia è molto simile per tutti e due : giacca liscia con colletto molto ampio e bottoni quadrati. Sotto la giacca della bimba un vestito traforato. Il bimbo indossa un paio di calzoni che arrivano alle ginocchia. Che dire ? Fanno forse pensare al periodo di austerità degli anni successivi alla terribile prima guerra mondiale.”
A proposito dell’aeroplanino di latta, Sergio dice che é stato un dono di Santa Lucia nell’anno 1940 o ‘41 e che allora costava due lire. “Nel tempo – afferma – ho regalato tutti i miei giocattoli, ma non ho mai mollato quell’aereo.” Egli non aveva mai saputo che genere di aereo raffigurasse quel modellino finché non ha conosciuto le immense risorse di internet. Infatti questo sorprendente frutto della tecnologia gli ha consentito di acquisire sul suo giocattolo varie informazioni: “ Nome ALBATROS D.III , caccia biplano monoposto prodotto dall’azienda tedesco-imperiale Albatros Flugzeugwerke GmbH. Usato dalla forza aerea tedesca e austro-ungarica nella prima guerra mondiale. Pilotato anche dal celebre Barone rosso, che fece dipingere gli aerei della sua squadriglia appunto di quel colore.. In coda ho trovato la scritta “INGAP” incorniciata da un rombo, poi “Padova Fabbr. in Italia” incorniciata da un
rettangolo. Internet mi dice : INGAP = Industria Nazionale Giocattoli Automatici Padova. Azienda fondata nel 1919, in
attività fino al 1972, assorbita dalla Eurotoys. Catalogo con 400 modelli di giocattoli. Nel 1951, prima dei giapponesi,
progettò l’auto radiocomandata. Non si trovano esemplari nè cataloghi perchè tutti in mano a collezionisti.”

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Belle ed eleganti le bambole di Mary

Shirley e YannAnnelaure[1]Carmen[1]Chelsea[1]Erwann[1]Kimberly[1]Kate[1]Lyudmilla[1]MEREDITH[1]Meredith-2[1]La mia amica Mary de Montis è una distinta e gentile signora di origini italiane, che, dopo essere stata per molti anni a Tunisi, oggi risiede a Parigi con il marito, persona di solida cultura e di avvincente conversazione.
Mary ama tutto ciò che è bello: la fotografia, la musica, la poesia, il teatro, i viaggi; ha in casa pregiati oggetti d’arte e possiede anche una collezione di bambole, belle e ben agghindate, di quelle che non si ha il coraggio di dare in mano alle bambine, ma si preferisce custodire in bacheca per fare sgranare gli occhi agli ospiti.
Le bambole di Mary hanno nomi suggestivi. Si chiamano Shirley (studentessa inglese), Yann (contadino bretone), Annelaure, Carmen, Chelsea, Erwann (pescatore della Bretagna), Kate, Kimberly, Lyudmilla e Meredith.
Esse sono estremamente eleganti. Elegante è anche Erwann, il giovanissimo pescatore bretone, i cui abiti non sembrano affatto quelli di chi si occupa di barche e reti.
Se Mary continua ad amare queste meravigliose bambole, se ancora le fotografa per farle conoscere agli amici, evidentemente ha saputo mantenere un cuore fanciullo. Proprio come pensava il poeta Giovanni Pascoli, secondo il quale tutti abbiamo dentro un fanciullino che, mentre noi cresciamo, rimane sempre piccolo e capace di emozionarsi per le cose semplici, come fanno i bambini. Sanno percepirne meglio la voce le persone più sensibili.
Quando ho chiesto a Mary il permesso di pubblicare su Albatros le fotografie delle sue splendide bambole, me lo ha accordato senza esitazione e di questo la ringrazio perché mi ha consentito di rendere più ricco il mio blog con una pagina completamente diversa da tutte le altre.
La presenza delle bambole ha accompagnato l’umanità nel corso di tutta la sua storia. Nell’ antico Egitto c’erano bambole fatte di pietra, porcellana o legno, mentre gli antichi romani alle bambine davano in mano bambole di cera o terracotta. Giocattoli analoghi erano in uso presso i più antichi popoli orientali.
Anche le bambole di allora, come quelle moderne, avevano spesso membra articolate; sulla loro testa vi erano capelli intrecciati e cuffie, mentre quelle moderne hanno capelli variamente pettinati, coperti talvolta da graziosi cappellini.
Ieri come oggi, per le bambine è stato sempre un gioco educativo quello delle bambole, perché pettinandole e vestendole imparano ad essere ordinate e ad avere cura di se stesse.
Questo giocattolo nel corso della storia è stato realizzato con i materiali più svariati: osso, legno, argilla, porcellana, pelle, cartone, cartapesta, gomma, celluloide, tela, seta, lana, plastica. La sua struttura é rimasta pressoché immutata fino al secolo XIX, quando fu inventata una bambola che emetteva dei suoni dando l’impressione che parlasse; sempre in quel secolo ne fu inventata una che camminava e muoveva le palpebre.
Le bambine delle famiglie facoltose hanno sempre posseduto bambole raffinate e costose, mentre quelle delle famiglie povere si sono dovute aiutare con la fantasia per vedere una bambola in un pezzo di legno o di stoffa. Ricordo, a questo proposito, che da ragazzo avevo dei vicini di casa di modesta condizione economica; le loro bambine, non ricevendo bambole in regalo, provvedevano da se stesse con una buona dose di fantasia: prendevano un largo fazzoletto, nel mezzo vi mettevano qualcosa che fungesse da imbottitura e facevano una palla, che poi legavano alla base; questa era la testa della bambola immaginaria. Il resto del fazzoletto restava a penzolare e rappresentava il corpo. Il tutto dava l’idea di un polpo, ma quelle piccoline ci vedevano una bambola, anzi una bambina vera, che curavano amorevolmente cullandola e dandole da mangiare.
Oggi si possono trovare interessanti raccolte di bambole nei musei etnografici, dei quali il più celebre é forse il Musée de la poupée di Parigi (il Museo della bambola), che possiede una collezione di oltre 500 pezzi.
Una curiosità: esiste a Napoli, non lontano dalla via dei presepi, un “ospedale” delle bambole, dove abili artigiani sono in grado di riparare quelle danneggiate anche in modo grave.

Cari amici di Albatros, questo argomento sembra l’ideale per indurci a rovistare nei nostri ricordi alla ricerca di giochi e giocattoli che ci hanno reso più bella l’infanzia. Se qualcuno ne vorrà parlare in un commento, secondo me farà cosa gradita a tutti.

Attenzione: per leggere i nomi delle bambole cliccare sulle immagini.

Quei letterati innamorati dei Classici

GLI UMANISTI

Quei letterati innamorati dei Classici erano gli Umanisti, studiosi del mondo antico che nel secolo XV diedero vita ad un vasto movimento letterario e filosofico chiamato Umanesimo. Nato in Italia, ma rapidamente diffusosi in vari Paesi d’Europa, l’Umanesimo costituisce un appassionato ritorno allo studio degli autori classici (all’inizio i romani, in seguito anche i greci), che nei secoli del Medio Evo erano stati trascurati o addirittura ignorati, perché allora la diffusa religiosità cristiana considerava pericolosa la lettura di autori pagani. Solo in qualche convento, specie in quelli benedettini, i testi dei padri venivano copiati e conservati a futura memoria. Il romanzo di Umberto Eco “Il nome della rosa”, ambientato in un monastero benedettino, ce ne dà un saggio.
Fra i pochi autori antichi che nel Medio Evo si sono salvati c’è Virgilio, tanto che Dante ne fa la sua guida nel viaggio attraverso l’Inferno e il Purgatorio. La fortuna di Virgilio fu causata da un equivoco: egli, vissuto nel primo secolo avanti Cristo, scrisse le Bucoliche, un’opera poetica costituita da componimenti chiamati egloghe. Nella quarta egloga il poeta parla di un bambino che deve nascere e che cambierà le sorti dell’umanità. L’accesa fantasia dei cristiani medievali non esitò a considerare quelle parole come l’annunzio della nascita di Cristo, pertanto Virgilio fu ritenuto un profeta. Niente di più errato: in realtà Virgilio aveva appreso che la moglie di un suo amico, Asinio Pollione, aspettava un figlio e fece questo grande augurio al nascituro.

L’interesse per la cultura antica cominciò a manifestarsi già nel Trecento con il Petrarca e il Boccaccio, entrambi appassionati studiosi degli autori romani. Il Petrarca ha il merito di avere scoperto alcune lettere di Cicerone, mentre il Boccaccio per primo cercò di far conoscere in Occidente la lingua greca insieme al ricco patrimonio che in essa aveva preso corpo. In seguito furono numerosissimi gli intellettuali innamorati dell’età classica; fra i più celebri ricordiamo Poggio Bracciolini e Pico della Mirandola. Chiamiamo Età classica l’epoca dei Romani e dei Greci perché la loro civiltà viene considerata esemplare, un modello da seguire. Infatti, all’alba dell’Era moderna, leggendo le opere degli antichi, gli studiosi ne apprezzarono in modo particolare la bellezza della forma per l’eccezionale equilibrio, il senso della misura, in una sola parola l’armonia.
In un primo momento i letterati imitarono i classici scrivendo opere in latino, in seguito prevalse la tendenza a trasferire nella lingua italiana le bellezze e l’armonia di quella latina. Così fecero Angelo Poliziano e Jacopo Sannazzaro nel Quattrocento, e molti altri autori nel secolo successivo.

LA FILOLOGIA

L’interesse per gli autori classici porta gli umanisti ad approfondire la conoscenza delle loro opere, a valutarne con cura l’espressione e il contenuto. Nasce in quel tempo una scienza nuova, la filologia, ossia l’esame attento e meticoloso di un testo anche in rapporto ai tempi in cui è stato scritto. Il risultato più interessante fu conseguito in questo campo dall’umanista Lorenzo Valla, il quale approfondì lo studio del Constitutum Constantini, comunemente chiamato “Donazione di Costantino”. Si tratta di un documento del quale a lungo si fece scudo la Chiesa per contrapporsi al potere politico: in esso, infatti, si legge che l’imperatore Costantino, vissuto nel IV secolo e convertitosi al Cristianesimo, si trasferì in Oriente (a Costantinopoli) per lasciare al papa l’Occidente. Facendo un attento esame di tutto il documento ed evidenziando fatti ed espressioni anacronistici per il tempo di Costantino, il Valla riuscì a dimostrare senza ombra di dubbio che quel documento era un falso, realizzato dalla Chiesa fra i secoli VII e IX. Con questa scoperta Lorenzo Valla, spirito libero e colto umanista, cercò di frenare l’ingerenza della Chiesa nella politica.

L’UOMO MEDIEVALE E L’UOMO DELL’ETA’ CLASSICA

L’amore per i classici non si esaurì soltanto nello studio della loro lingua per coglierne tutta la bellezza, ma si rivolse anche al contenuto delle loro opere. Si arrivò, pertanto, ad una nuova visione dell’uomo e del mondo, perché nelle opere degli antichi gli Umanisti scoprivano una concezione della vita diversa da quella medievale: l’uomo del Medio Evo poneva Dio al centro dei suoi interessi, ogni sua azione veniva giudicata principalmente in base alla aderenza o meno alla morale cristiana. Egli, dunque, per salvare l’anima faceva una vita di rinunce e sacrifici (ricordiamo i faticosissimi pellegrinaggi, l’autofustigazione, il cilicio (strumento di sofferenza portato addosso per mortificare la carne). Nonostante ciò nessuno poteva sapere se aveva fatto tutto il possibile per salvarsi, quindi si attendeva il giudizio di Dio con terrore.
Nel Medio Evo la dignità dell’uomo veniva oltraggiata da un pessimistico modo di guardare la realtà: l’uomo, infatti, era visto come un essere fragile e continuamente esposto alle tentazioni e al peccato; inoltre davanti all’autorità della Chiesa doveva rinunciare a fare uso della sua intelligenza. Gli antichi greci e romani, invece, non avevano il terrore di un giudizio di Dio dopo la morte, quindi conducevano la loro esistenza affrontando i sacrifici, che c’erano allora come in ogni epoca, ma godendo anche dei piaceri terreni senza sensi di colpa. Erano, pertanto, liberi da quell’angoscia che in seguito sarebbe gravata sull’uomo del medio Evo.
Grazie alla lezione dei classici, a cominciare dal secolo XIV l’uomo diventa figura centrale nel mondo, con le sue energie e il suo spirito creativo, soprattutto con il suo desiderio di libertà. La terra non è più considerata fonte di tentazioni e valle di lacrime in cui l’uomo vive da pellegrino anelando al Cielo. L’uomo ora si sente legato a questo mondo, che gli appartiene, quindi deve apprezzarlo, conoscerlo e migliorarlo. Ecco perché questo importante fenomeno culturale si chiama Umanesimo. Dell’uomo si esaltano le doti intellettive, che possono guidarlo nel corso della vita. Questa grande lezione che ci ha impartito l’Umanesimo viene sintetizzata nella seguente espressione: “Faber est suae quisque fortunae”, cioè ognuno è artefice del suo destino. Per il bene o per male.
Dai testi antichi arriva anche il monito a controllare le passioni, a vivere con il senso della misura, cercando di non prostrarsi nelle avversità o d’inorgoglirsi nella buona sorte. In conclusione, si può dire che armonia ed equilibrio, sia nella forma che nel contenuto, sono le caratteristiche peculiari delle opere classiche.
All’inizio sembrò che l’Umanesimo segnasse un allontanamento dalla religione cristiana, alla cui morale contrapponeva quella pagana; ma fu di fondamentale importanza il pensiero di Marsilio Ficino, considerato il filosofo dell’Umanesimo, il quale dichiarò che valorizzare la propria intelligenza per un cristiano è doveroso in quanto Dio ci ha dato questo dono prezioso affinché ne facessimo buon uso. Gli umanisti, come si vede, non sono contro il Cristianesimo, ma contro quel Cristianesimo medievale che mortificava la dignità dell’uomo e la sua intelligenza. Si pensi che vi furono anche dei papi umanisti; ricordiamo Niccolò V e Pio II.

LA RICERCA DEI TESTI ANTICHI

Quando esplose questa “febbre” per il mondo classico, ci fu la corsa da parte di un gran numero di studiosi alla ricerca dei testi antichi. Dove potevano trovarli? Indubbiamente nelle biblioteche dei conventi dove, come ho già detto, erano stati copiati e conservati. Ma ormai quei libri, se c’erano ancora, erano in parte rosicchiati dai tarli e dai topi o guastati dall’umidità. Tuttavia, giorno dopo giorno, ricerca dopo ricerca, tornavano alla luce i codici con i testi degli antichi, saggiamente conservati dai monaci medievali (i codici sono libri di pergamena sui quali nel Medio Evo venivano scritti a mano testi religiosi o profani). Alcune opere erano andate irrimediabilmente perdute, altre erano incomplete, ma da quelle che tornavano alla luce gli autori classici, ossia i padri, come amavano chiamarli gli umanisti, impartivano i loro insegnamenti dopo un oblio di mille anni.
C’è a questo proposito una bella pagina del Carducci, poeta e storico geniale, che nella sua poesia riesce a far rivivere mirabilmente determinate vicende storiche e, per converso, riesce ad arricchire d’immagini poetiche una pagina di storia. Egli vede con gli occhi della fantasia questi umanisti che affrontavano sacrifici e pericoli per andare a cercare nei conventi testi antichi. Quando, poi, passavano con quei libri sotto il braccio venivano derisi dai nobili e dai popolani, ma in realtà le loro ricerche e i loro studi erano destinanti a generare una filosofia nuova della vita, un modo nuovo d’intendere i rapporti fra gli uomini, fra uomo e Dio, fra uomo e natura. Nasce grazie al contributo consistente degli umanisti l’età moderna con i viaggi di esplorazione, i commerci, l’attività politica ed economica di ben altro respiro rispetto ai secoli precedenti; soprattutto con una nuova concezione della vita, che vede l’uomo non più succube, ma protagonista della storia.
Ecco le parole del Carducci: Diecine di questi devoti dell’antichità, affrontando pericoli di lunghi viaggi, passando monti e mari,peregrinando poveri e soli per contrade inospitali, tra popoli avversi o sospettosi, de’ quali non sapevano la lingua, tra tedeschi, tra turchi, andavano, dicean essi, a liberare i gloriosi padri “dagli ergastoli dei germani e dei galli”. E i baroni dai torrazzi del castello e i servi della gleba per avventura ridevano al veder passare quegl’italiani magri, sparuti, con lo sguardo fisso, con l’aria trasognata, e salire affannosi le scale ruinate di qualche abbazia gotica, e scenderne raggianti con un codice sotto il braccio; ridevano, e non sapevano che da quel codice era per uscire la parola e la libertà, che dovea radere al suolo quelle torri e spezzare quelle catene…

IL RINASCIMENTO

L’Umanesimo esaltando lo spirito creativo dell’uomo e ampliando gli orizzonti delle sue conoscenze, dà l’avvio a quella grande stagione culturale ch’é il Rinascimento, sviluppatosi fra il Quattrocento e il Cinquecento, prima in Italia e dopo in Europa, in tutti i campi, dall’arte alla letteratura, dalla filosofia alla scienza e ancora alla politica e all’esplorazione. In quel periodo i prìncipi fanno a gara per possedere i palazzi più belli, più ricchi di opere d’arte, più frequentati da alti ingegni. Le corti non sono più soltanto centri di attività politica, ma anche di cultura nel senso più ampio della parola e i signori non sono soltanto capi politici, ma anche mecenati che incoraggiano con la loro munificenza le arti e le lettere. Sotto questo punto di vista una piccola corte, quella dei Montefeltro, in una piccola città, Urbino, diventa faro e punto di riferimenti per tutte le altre, grazie alla cultura e alla raffinatezza che la distinguono. Per un intellettuale frequentare quella corte equivaleva alla frequenza dell’Università di Oxford o della Sorbona per uno studente di oggi.
Il trionfo dell’intelligenza pone le basi di un vivere più libero e dignitoso, dirada le nebbie dell’ignoranza, rende le persone consapevoli delle loro qualità e dei loro diritti. Questa nuova concezione della vita con il passare del tempo farà crollare l’arroganza dei potenti e libererà le plebi da un millenario servaggio. Penso alla grande lezione dell’Illuminismo, nel Settecento, al suo anelito all’egalitarismo e alle conquiste nella politica, nell’economia e nella società, impensabili senza l’impulso ch’era stato dato dalla filosofia dell’Umanesimo. Ecco qual è il significato della “profezia” del Carducci.
Per una fortunata coincidenza nel secolo dell’Umanesimo in Germania venne inventata la stampa, che consentì una più agevole diffusione dei testi classici. Gli studiosi li acquistavano, li custodivano con amore, li studiavano, si scambiavano informazioni e giudizi. In Italia lo stampatore più celebre fu il veneziano Aldo Manuzio, uomo colto e amante dei testi antichi. La sue edizioni, che da lui prendono il nome di aldine, oggi hanno un altissimo valore soprattutto per la loro rarità; questo è dovuto al fatto che di un’opera allora venivano stampate solo poche copie, che oggi si chiamano incunaboli perché l’arte della stampa era ancora nella culla, con espressione latina “in cuna”.

Enrico e Virginia, un amore di cento anni fa

Lucia Mariani, l’amica di Pisa molto legata ad Albatros, da uno scrigno contenente ricordi di famiglia ha tratto varie fotografie, che mi ha mandato in visione. Molte di esse riguardano i suoi nonni materni, Enrico e Virginia, dei quali la nipote mi ha raccontato la bella storia d’amore. Una storia che fa molta tenerezza.
Nonno Enrico era un gentiluomo pisano vissuto fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento.  Militare con il grado di capitano, s’innamorò fortemente di una gentile signorina di nome Virginia e sentì il grande desiderio di fidanzarsi con lei e in seguito sposarla. Senonchè il padre di Virginia non approvava questo fidanzamento in quanto, per ragioni che non si conoscono, non voleva in casa un militare, anche se si trattava di un ufficiale.
Ebbene, nonno Enrico non esitò, per amore di Virginia, a lasciare l’esercito e a procurarsi un impiego nella vita civile. Infatti diventò ispettore nel Regio Ospedale Santa Chiara di Pisa.
Quando fu celebrato il matrimonio fra questi due giovani, il padre di Enrico si trovava ad Alessandria d’Egitto impegnato come insegnante nel Conservatorio musicale. Da lì fece sapere al figlio che per lui aveva sognato l’inserimento in una famiglia facoltosa, tuttavia ne rispettava la scelta dichiarando che avrebbe amato la nuora come una figlia.

Lucia oltre alle fotografie dei suoi nonni, ripresi in momenti diversi della loro vita, mi ha mandato anche alcune cartoline inviate dal nonno alla donna amata,  nonché la seguente poesia d’amore da lui scritta per Virginia:

                         RICORDI?… 

Come attraverso a uno smeraldo entrava

fioca una luce nel salotto ombrato,

un olezzo di rose accentuato

snervatamente l’aere profumava.

 
Erano soli. Enrico per la stanza

traeva impaziente e in cor sentiva

di volgersi a colei che amava tanto.

 

… Sfibrava de le rose la fragranza… 

Poi tremante parlò: “Virginia mia!”

Ma più non disse e dette in pianto.

Ella arrossì, tremò, poi come per incanto

gli cinse il nero capo con le braccia,

lo strinse a sé, baciollo nella faccia.

… E il fascio delle rose profumava.

 
Lucia commenta così i versi del nonno: “Una poesia di mio nonno che… ferma nel tempo il momento in cui iniziò effettivamente, dopo tanto e documentato corteggiamento, la storia d’amore con mia nonna.”
Invece, a proposito delle cartoline, fa notare come nel tempo vada crescendo la confidenza fra i due giovani. Infatti “si passa via via da “gentile signorina” a “mia adorata Virginia”, da “saluti cari” a mille baci”.     

Virginia ricambiava con identica intensità l’amore di Enrico. C’è a questo proposito un biglietto che, nelle sua essenzialità, è molto significativo. Virginia si trovava al mare con le figlie e scriveva così al marito rimasto in città per motivi di lavoro: “Ricevi da noi tutti tanti baci. Tua moglie che non vede l’ora di tornare al nido.” Ancora più significativo é un biglietto scritto da Virginia ad Enrico quando erano fidanzati.  E’ riprodotto nella piccola galleria fotografica con il seguente titolo: “La nonna scrive al fidanzato”..
“Io non ricordo – scrive la nipote Lucia – un gesto di stizza, di rabbia o d’insofferenza fra i nonni. La mia conclusione: si può essere fortunati in mille modi, ma essere benedetti negli affetti familiari è di certo una della maggiori fortune (ma forse non è solo una questione di fortuna, ma anche di merito e d’impegno personale)”.

Dall’amore che legò fortemente Enrico e Virginia nacquero due figlie, Tina e Giovanna; quest’ultima fu la madre della nostra amica Lucia.
Nonno Enrico, degno figlio di un padre musicista, era appassionato di musica e compose per la nipote Lucia, allora molto piccola, una mazurca ed un valzer. Egli lasciò questo mondo nel 1956, mentre la moglie gli sopravvisse altri venti anni.
Dopo la scomparsa della nonna, Lucia trovò nel cassetto del suo comodino un biglietto nel quale si legge: “La vita va presa con semplicità e coraggio. II Signore ci tiene per mano e ci guida nel miglior modo. Ricordatelo. Baci per tutti”. E’ difficile dire con certezza se sia stato scritto dalla nonna o dalla zia Tina, ma é interessante in ogni caso; esso ha, infatti, il valore di un testamento spirituale relativo ad un’intera famiglia vissuta veramente con coraggio e semplicità.
Quella di Enrico e Virginia è una storia semplice, ma mette in mostra gentilezza d’animo e profondi sentimenti dei protagonisti, per questo mi piace farla conoscere agli amici di Albatros. La nipote Lucia ha accolto di buon grado la mia iniziativa, infatti mi ha scritto queste parole: “Ti ringrazio tanto per avermi dato l’occasione di riportare lo sguardo su questa bella storia d’amore della mia famiglia.” Al tempo stesso ha espresso la volontà di dedicare questa appassionante storia romantica “a tutte quelle persone sconosciute di ogni tempo che vivono silenziosamente nell’amore e nell’onestà una vita piena di valori e che sono state maltrattate dalla società e dalla politica.”
Per conto mio, nel presentare agli amici di Albatros questa bella storia d’amore, colgo l’occasione per invitarli a mandarmi fotografie antiche. Perché lasciarle chiuse in un cassetto se, messe in luce, possono essere apprezzate ed aprire una finestra su un mondo che non ci appartiene più, ma che con il tempo si è caricato di fascino? 

ELENCO DELLE FOTOGRAFIE
(tutti i commenti sono stati scritti da Lucia)

1) Nonna Virginia
2) Nonno Enrico
3) Nonno Enrico in divisa militare
4) I genitori di Enrico, bisnonni materni di Lucia
5) Le cartoline che Enrico inviava a Virginia
6) “Domani passerò a cavallo”
7) Manoscritto della poesia di Enrico per Virginia
 8) La nonna scrive al fidanzato
9) Giovanna, figlia di Enrico e Virginia, mamma di Lucia
10) Antiche cartoline per bambini
11) Lucia con la mamma e i nonni materni
12) Mazurka composta da Enrico per la nipotina Lucia
13) L’ultima foto insieme di Enrico e Virginia
14) Un messaggio della piccola Lucia per il nonno Enrico
 15) “La vita va presa con semplicità e coraggio”

La nonna Virginia

 

Il nonno Enrico

 Nonno Enrico in divisa

 

 I bisnonni materni di Lucia

cartoline con messaggi d'amore

domani passo a cavallo...

Una poesia di Enrico dedicata a Virginia

Virginia scrive al fidanzato

 

Giovanna, figlia di Virginia ed Enrico
Antiche cartoline per bambini

Lucia, in braccio alla madre, con i nonni la zia Tina

 Mazurka composta da nonno Enrico per Lucia

L'ultima foto insieme.

Quando Lucia scriveva al nonno

La vita va presa con semplicità e coraggio

L’alba dell’anno mille

Chi di noi potrebbe dimenticare l’emozione allorchè, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 1999, abbiamo festeggiato l’arrivo dell’anno 2000? Per essere precisi si deve dire che quello non era l’inizio del nuovo millennio, ma la fine del vecchio, perché si completava l’ultimo decennio del secolo XX. Tuttavia di questo poco ci siamo curati perché da quel momento cominciavamo a contare gli anni con il numero 2000 e questo era sufficiente ad alimentare la nostra grande gioia per avere varcato la soglia del terzo millennio.
Immaginiamo ora quanto grande deve essere stata la gioia dei nostri antenati che assistettero all’arrivo dell’anno mille, evento preceduto da un’infinità di profezie nefaste che annunziavano, per quel giorno, la fine del mondo. “Mille e non più mille” era stata la voce ricorrente nei secoli bui dell’età medievale. E’ arrivato fino a noi un documento del 998, quando mancavano solo due anni al compimento del primo millennio, in cui un monaco francese, l’abate di Fleury, parlava del terrore diffuso fra gli uomini per l’apocalisse ritenuta imminente.
Poi l’anno mille arrivò e per fortuna non successe niente di tutto ciò che era stato pronosticato. Il mondo non era finito e la vita continuava.
Il poeta Giosue Carducci fornisce una efficace rappresentazione di quell’avvenimento in una pagina che sta a metà tra la storia e la poesia. Del resto sappiamo che il Carducci nella storia ha trovato tante volte fonte d’ispirazione per comporre bellissime poesie. Il poeta G. Carducci
”V’immaginate – scrive quel grande poeta – il levar del sole nel primo giorno dell’anno mille? Questo fatto di tutte le mattine ricordate che fu quasi miracolo, fu promessa di vita nuova per le generazioni uscite dal secolo decimo?  Il termine delle profezie etrusche  segnato all’esser di Roma; la venuta del Signore a rapir seco i morti e i vivi nell’aere, annunziata già imminente da Paolo ai primi cristiani; i pochi secoli di vita che fin dal tempo di Lattanzio credevasi rimanere al mondo; il presentimento del giudizio finale prossimo attinto da Gregorio Magno nelle disperate ruine degli anni suoi; tutti insieme questi terrori, come nubi diverse che aggroppandosi fan temporale, confluirono su il finire del millennio cristiano in una sola e immane paura.”
Il Carducci ci dice pure che il secolo X, quello che poi si concluderà con l’alba dell’anno Mille, aveva portato molti sconvolgimenti, tra i quali si devono annoverare le scorrerie di conquistatori ungari, i primi segni di disfacimento dell’età feudale e una grave crisi morale del Papato. Di quest’ultimo argomento una volta ho parlato in Albatros (Miscellanea,  La leggenda della papessa Giovanna).  L’animo turbato, nonché l’accesa fantasia convincevano molti cristiani di allora che quelli erano segni inconfondibili della fine ormai prossima.
”E che stupore di gioia – continua il Carducci in quella sua celebre pagina – e che grido salì al cielo dalle turbe raccolte in gruppi silenziosi intorno ai manieri feudali, accasciate e singhiozzanti nelle chiese tenebrose e ne’ chiostri, sparse con pallidi volti e sommessi mormorii per le piazze e alla campagna, quando il sole, eterno fonte di luce e di vita, si levò trionfale la mattina dell’anno mille? Folgoravano ancora sotto i suoi raggi le nevi delle Alpi, ancora tremolavano commosse le onde del Tirreno e dell’Adriatico, superbi correvano dalle rocce alpestri per le pingui pianure i fiumi patrii, si tingevano di rosa al raggio mattutino così ruderi neri del Campidoglio e del Foro come le cupole azzurre delle basiliche di Maria. Il sole! Il sole! V’è dunque ancora una patria, v’è il mondo? E l’Italia distendeva le membra raggricciate dal gelo della notte e toglieasi d’intorno al capo il velo dell’ascetismo per guardare all’oriente.”
E poi la conclusione, carica di ottimismo: “Difatti sin dai primi anni del secolo undicesimo sentesi come  un brulicare di vita ancor timida e occulta, che poi scoppierà in lampi e tuoni di pensieri e di opere: di qui veramente incomincia la storia del popolo italiano.”

Il Carducci, che ama la storia, ma è un grande poeta, in questa pagina sintetizza in un solo giorno quanto, invece è avvenuto nel corso di vari anni. La sostanza comunque è questa: nell’Alto Medio Evo (per intenderci, nel periodo che va dal secolo V al secolo X) vi é non soltanto in Italia, ma in tutta l’ Europa una lenta, inarrestabile decadenza rispetto agli esaltanti progressi che erano stati compiuti  quando Roma era ancora potente. Le invasioni barbariche, in particolare, avevano costretto le persone ad abbandonare le città per rifugiarsi nelle campagne, i commerci si erano ridotti fino a scomparire quasi del tutto; la splendida cultura classica, relegata nelle biblioteche di alcuni monasteri, aveva ceduto il posto a quella cristiana fondata sull’interpretazione dei testi sacri e sull’insegnamento dei Padri della Chiesa. Al vivere sereno, libero da preoccupazioni ultraterrene, qual era stato quello dell’età classica, subentrava ora un ideale di vita ascetico, fatto di rinunce e sacrifici, con un diffuso senso del peccato e conseguente terrore della morte; nessuno, infatti, poteva essere certo di avere fatto tutto il possibile per meritare la salvezza.
Con l’affermarsi del Feudalesimo (fra i secoli VIII e IX ) le condizioni sociali ed economiche si fanno disastrose: da una parte vi sono pochi privilegiati, in possesso d’immense ricchezze e di grande potere, e, dall’altra parte. una moltitudine d’infelici il cui nome la dice lunga: servi della gleba, cioè schiavi legati alla terra. Essi, infatti, non potevano lasciare il posto nel quale lavoravano con una serie illimitata di obblighi e nessun diritto. Talvolta erano costretti anche a pagare una tassa al loro signore per sposarsi e convivere con la propria moglie.
L’unico commercio era quello per l’approvvigionamento del sale, in quanto era un elemento indispensabile che veniva prodotto solo in determinate località. Per il resto c’era la cosiddetta economia curtense: tutto si produceva e si consumava all’interno della corte, cioè dentro il castello del signore e nel suo feudo; addirittura gli uomini non facevano più uso della moneta essendo tornati al baratto (un esempio: “Io ti do alcune galline, tu mi ripari il tetto”).
  

Una città medievaleSappiamo tutti che il passaggio da un’epoca storica ad un’altra non avviene di punto in bianco, in quanto matura nel tempo  ed é preannunciato da tanti segnali. Lo stesso si può dire per la rinascita dell’anno mille: già da tempo si avvertivano i primi sintomi di un cambiamento di rotta, che preparava una realtà nuova. E questa realtà nuova nel secolo undicesimo si sarebbe manifestata con un vivace risveglio della vita cittadina:  iniziano alcune timide attività commerciali e artigianali, destinate a diventare nel tempo sempre più intense, e vengono dissodate e coltivate terre prima coperte da boschi o abbandonate al pascolo. Con l’aumento delle risorse alimentari migliora la qualità della vita e, per conseguenza, c’é una crescita demografica; addirittura in tante aree il numero di abitanti diventa doppio e in qualche caso triplo, mentre nei secoli precedenti c’era stato un calo notevole.
Si diffondono anche le fiere e i mercati, che portano benessere ai mercanti e comodità alla popolazione.
In quel rigoglio di attività varie anche la cultura conquista un suo spazio e si assiste all’incremento degli studi filosofici e giuridici. 
Tanti contadini fuggono dal feudo fiduciosi nel principio giuridico secondo il quale “l’aria della città rende liberi”; significa che colui il quale riusciva a rimanere in città per un anno senza essere riportato nel feudo guadagnava il diritto a restare libero e poteva trovarsi un’occupazione redditizia approfittando del fervore di opere e di commerci diffusi nei centri abitati.
In seguito gruppi di cittadini si riuniranno in associazioni idonee a proteggerli dagli arbitri dei potenti e dai pericoli esterni; tali associazioni  prenderanno il nome di Comuni e segneranno un altro passo importante nella via del progresso sociale, economico e culturale che, giorno dopo giorno, farà uscire l’umanità dalle ombre del Medio Evo per indirizzarla verso l’Età moderna.

 

 

 

 

Il profeta dei papi

 San Malachia, al quale viene attibuita la Profezia sui papi

Cari amici, io non ho mai creduto a maghi, indovini, fattucchiere, cartomanti, chiromanti & C. Sorrido della loro furbizia se imbrogliano il prossimo senza arrecargli danno, ma li detesto quando cercano di ottenere denaro o altri vantaggi da persone afflitte da grossi problemi facendo leva sulla loro credulità.  
Tuttavia esiste un antichissimo documento che mi lascia molto perplesso, perché  appare come un misterioso caso di precognizione, cioé di previsione del futuro. Mi riferisco alla cosiddetta “Profezia di Malachia” riguardante i papi a cominciare da Celestino II (secolo XII) per arrivare al papa che siederà sul trono di San Pietro dopo Benedetto XVI: un totale di centoundici pontefici.

Malachia,  vissuto nella prima metà del secolo XII, era vescovo della chiesa irlandese, della quale diventò anche primate. Tenace riformatore delle regole monastiche, per la sua profonda spiritualità fu proclamato santo nel 1190 e ancora oggi è venerato in modo speciale in tutta l’Irlanda. A San Malachia viene attribuita la profezia della quale ho parlato, ma oggi c’é chi avanza dei dubbi su questa paternità pensando, piuttosto, che essa sia stata elaborata cinque secoli dopo, sul finire del Cinquecento. Nel 1595 fu pubblicata a Venezia ad opera del monaco benedettino Arnold Wion.
Per ogni papa, a cominciare da Celestino II, Malachia formula un motto in latino con riferimento alla sua origine, al suo stemma o ad un particolare della sua vita.  
Si può dubitare dell’autore o della data di composizione, ma una cosa è innegabile: la profezia di Malachia è stata pubblicata nel 1595. Questa data rappresenta un’importante linea di demarcazione tra i papi dei quali l’autore, chiunque fosse, poteva conoscere la vita, perché vissuti prima del 1595, e quelli che ancora dovevano arrivare al pontificato, anche secoli dopo. Per i primi può essersi documentato, magari avendo accesso agli archivi della Chiesa; ma che dire dei motti relativi ai papi arrivati dopo quella data? Se tali motti fossero tutti o quasi tutti sbagliati, potremmo pensare ad un imbroglio, di cui la storia offre infiniti di esempi. Invece molti di essi, per una ragione o per un’altra, trovano riscontro nella vita dei papi ai quali si riferiscono.
Porto qualche esempio.
Urbano VIII è stato papa fra il 1623 e il 1644, quindi dopo la pubblicazione della profezia. Il motto che gli attribuisce Malachia è il seguente: Lilium et rosa, il giglio e la rosa. Nello stemma di quel papa vi sono delle api svolazzanti su rose e gigli.
Un altro esempio: il motto di Clemente XI  (1700-21) è Flores curcumdati. Se andiamo a guardare il suo stemma troviamo che esso è incorniciato dai fiori.
Clemente XIV (1769-74), invece, aveva nello stemma un orso. Ecco il motto concepito per lui da Malachia: Ursus velox (Un orso veloce). 
Pio VI ( 1774-99) è chiamato dal profeta  peregrinus apostolicus, il pellegrino apostolico, e in realtà questo papa fu costretto a recarsi a Vienna, con un viaggio a quei tempi faticosissimo, per chiedere all’imperatore di eliminare le dure leggi promulgate ai danni della Chiesa.  
Per Gregorio XVI (1831-1846) c’é il seguente motto : De balneis Etruriae. Egli prima di diventare papa era stato generale dell’ordine monastico dei Camaldolesi, nato in Etruria, e precisamente in una località chiamata Balnea per la gran quantità delle sue acque termali.
Il motto di Pio IX (1846-1878) é Crux de cruce, una croce che deriva da un’altra croce.  Durante il pontificato di questo papa lo Stato italiano occupò Roma (20 settembre 1870), quindi alla croce del papa si sovrappose nella città eterna la croce bianca in campo rosso dello stemma dei Savoia. 
Il motto di Leone XIII (1878-1903) è Lumen de coelo, cioè: una luce che arriva dal cielo. Nei suo stemma in effetti c’era una cometa che attraversava il cielo.

Alcuni motti non hanno chiara relazione con la vita o lo stemma dei papi ai quali essi si riferiscono e gli studiosi hanno tentato, talvolta con risultati risibili, un accostamento. Porto l’esempio di Leone XII (1823-29) al quale si riferisce il seguente motto: Canis et coluber, il cane e il serpente. Si è cercato di spiegarlo dicendo che quel papa è stato forte come un cane e prudente come un serpente, ma la forzatura è evidentissima. 
Anche il motto relativo a Pio XII  (1939-58) è di difficile interpretazione. Pastor angelicus lo definisceMalachia e chi ha cercato di spiegare tale titolo con l’impegno di quel papa durante il difficile periodo postbellico ha tentato di scalare, come si suol dire,  muri lisci.

Particolarmente significativi sono i motti relativi ai papi più recenti, ad eccezione di quello di Benedetto XVI, che rimane fortemente oscuro. 
Giovanni XXIII (1958-63) prima di diventare papa era patriarca di Venezia. Il suo motto è Pastor et nauta, pastore e nocchiero. Se si pensa che Venezia fu una grande città marinara il significato del motto appare molto chiaro.
Il suo successore Paolo VI è definito da Malachia Flos florum (fiore dei fiori). Nei testi classici il giglio è considerato il fiore dei fiori. Ebbene, nello stemma di Paolo VI vi erano tre gigli.
Il suo successore è stato Giovanni Paolo I (1978), che ha governato la Chiesa per trentatré giorni appena, poco più di un mese lunare.  Sapete qual é il suo motto? De medietate lunae,  in mezzo alla luna, quindi da una lunazione all’altra.  
Il beato Giovanni Paolo II, papa dal 1978 al 2005, ha questo motto: De labore solis.  Non dimentichiamo che questo papa, polacco, veniva dall’Oriente, dove sorge il sole, e per gli antichi il Sole nel sorgere affrontava una grande fatica.
Per Benedetto XVI c’è, come ho detto, un motto fino a questo momento incomprensibile: De gloria olivae, la gloria dell’ulivo. L’ulivo è tradizionalmente considerato l’albero della pace. Significa che questo papa è destinato a dare un notevole contributo per la pace nel mondo? 
Tuttavia il motto De gloria olivae potrebbe fare riferimento al colore olivastro della pelle e, tenendo conto di questa ipotesi, prima dell’elezione di Benedetto XVI molti erano disposti a giurare che il successore di Giovanni Paolo II sarebbe stato un papa di colore. Questo non è avvenuto e il mistero rimane.  
C’é da osservare, comunque, che nello stemma del papa tedesco vi è la testina di un moro e a quella si sono attaccati gl’interpreti della profezia per spiegare il motto latino. A me questa testina di moro sembra veramente poca cosa, soprattutto se si confronta con i segni evidentissimi relativi ad altri  papi.  C’é il colore olivastro delle pelle, questo é vero, ma dov’é la gloria alla quale fa riferimento il motto?

Secondo la profezia di Malachia, il successore di Benedetto XVI sarà un romano e si chiamerà Pietro II. Nel corso del suo Papato la Chiesa subirà l’ultima persecuzione e avverranno gravi sconvolgimenti. Pietro dovrebbe essere, secondo la profezia di Malachia, l’ultimo pontefice. Fateci caso: Pietro fu il primo papa, Pietro dovrebbe essere l’ultimo, come un cerchio che si chiude.
Alcuni motti di Malachia sono sorprendenti per la precisione dei particolari preannunciati, ma altri sembrano assolutamente senza fondamento. Auguriamoci con tutto il cuore che l’ultima profezia appartenga a questo secondo gruppo. Per conto nostro, possiamo soltanto invidiare coloro che sono vissuti secoli addietro, perché davanti all’ultima profezia saranno rimasti, se non indifferenti, quanto meno tranquilli, come si rimane quando un evento annunziato non ci potrà assolutamente riguardare.