Vedo biondo. Parola di poeta
Dalla letteratura provenzale fino a quella del Rinascimento la donna ideale é stata per i poeti quella che aveva i capelli biondi e il viso chiaro. Sono bionde, infatti, le donne cantate nella poesia provenzale (o trabadorica), che fiorì nella Francia meridionale nei secoli XI – XIII. Questa poesia, scritta in una lingua molto elegante, per il contenuto è alquanto convenzionale, poiché i poeti si servono di alcuni luoghi comuni, fra i quali c’è l’immagine della donna presentata sempre con i capelli biondi e il viso chiaro; praticamente é il tipo nordico, che nella Provenza non doveva essere molto frequente.
Per portare qualche esempio cito due fra i più famosi poeti provenzali, Arnaut Daniel e Bertran de Born. Arnaut Daniel ci dice in una lirica che ama guardare della donna amata
la sua chioma bionda
e la persona gaia, agile e fresca.
Bertran de Born si esprime così per presentare Rassa, la donna dei suoi pensieri:
Rassa è una donna fresca e fina…
bionda e rossa nel colorito, bianca nel corpo.
La tendenza a cantare donne con i capelli biondi continua, nella prima metà del secolo XIII, con i poeti della Scuola siciliana, alla corte di Federico II. Anche i Siciliani hanno avuto meriti notevoli per la raffinatezza della lingua (in Italia la prima lingua letteraria fu elaborata attraverso i loro scritti), mentre i contenuti ricalcavano i modelli dei poeti provenzali, compreso l’ideale della bellezza femminile (capelli biondi e carnagione bianca). Valga per tutti l’esempio di Jacopo da Lentini, uno dei migliori poeti siciliani, il quale in un sonetto esprime il forte desiderio di andare in Paradiso, ma senza la sua donna, “quella ch’ha bionda testa e chiaro viso”, non vorrebbe entrarci perché il Paradiso non gli sembrerebbe tale.
Se le donne bionde in Provenza non erano numerose, potevano esserlo quelle della Sicilia?
Nella seconda metà del secolo XIII si diffonde in Toscana il Dolce stil novo, una corrente poetica che esalta la donna per le sue virtù, mentre del suo aspetto fisico si limita ad apprezzare gli elementi che maggiormente attengono alla bellezza dell’anima, ossia il modo d’incedere, di salutare e di sorridere. Tuttavia uno di quei poeti, Cino da Pistoia, quando parla di Selvaggia, la donna da lui amata, fa un riferimento alle sue “trezze bionde”.
Anche Laura, la donna amata a cantata per tutta la vita dal Petrarca, ha capelli biondi. Cito a questo proposito due poesie che sono fra le più belle della sua vasta produzione. La prima ricorda il giorno in cui il Petrarca vide Laura per la prima volta:
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che in mille dolci nodi l’avvolgea…
Stupenda immagine quella del vento che gioca con i capelli biondi di Laura avvolgendoli in tanti dolci nodi. L’altra poesia ci trasporta alle sorgenti del fiume Sorga, in Provemza, dove gli avignonesi erano soliti recarsi nelle belle giornate. Anche Laura va in quel luogo ameno e bagna le sue membra nelle acque del fiume o si siede sull’erba. Il poeta la guarda, estasiato, mentre una pioggia di fiori scende sul suo grembo e sulle sue bionde trecce
ch’oro forbito e perle
eran quel dì a vederle.
Nel Quattrocento, quindi sul finire del Medio Evo, vede la luce il poemetto “La Nencia da Barberino” attribuito a Lorenzo il Magnifico. Protagonista femminile é un’attraente popolana di nome Nencia, della quale è follemente innamorato un giovane contadino. Anche la Nencia ha i capelli biondi:
“Ha gli occhi suoi più neri ch’un carbone
di sotto a quelle trecce biondoline.”
Nel Cinquecento, età del Rinascimento, è molto diffuso il cosiddetto Petrarchismo, ossia la tendenza a scrivere poesie liriche secondo lo stile del cantore di Laura. Molti addirittura ne imitavano anche stati d’animo ed espressioni. In ossequio a questa tendenza le donne cantate da quei poeti sono bionde, come Laura.
Nel Cinquecento ci sono anche poetesse che seguono la moda del Petrarchismo; la più celebre è la cortigiana Gaspara Stampa, innamorata di un nobile di nome Collaltino di Collalto, che non si cura abbastanza di lei. Gaspara dice così in un sonetto:
Arsi, piansi, cantai; piango, ardo, canto;
piangerò, arderò, canterò sempre…
Ci credereste? Anche Collaltino é “di pelo biondo”, per usare un’espressione di quella poetessa.
Al fascino dei capelli biondi non si sottrae neanche Ludovico Ariosto, come ci dicono questi suoi versi:
“La rete fu di quelle fila d’oro
in che ‘l mio pensier vago intricò l’ale…”
(sonetto IX)
cioè i suoi pensieri furono catturati da una rete costituita dai capelli biondi di una donna.

J. A Ingres, Ruggero salva Angelica da un mostro
E’ bionda anche la bella Angelica, il principale personaggio femminile dell’Orlando furioso. Mi viene in mente a questo proposito la scena in cui Ruggero, osservando Angelica seduta su uno scoglio, vede “l’aura sventolar l’aurate chiome”, cioè vede che l’aria sventola le chiome dorate di Angelica.
Il colmo si ha quando l’Ariosto nel suo poema presenta Medoro, un giovinetto bellissimo arrivato dall’Africa, al seguito del suo re, per combattere contro i cristiani. Egli ha i capelli crespi, perché é un moro, ma quei capelli l’Ariosto non esita a vederli biondi, secondo il canone della bellezza allora imperante. Io penso che africani con i capelli crespi, ossia corti e ondulati, ce ne siano un’infinità, ma il problema è trovarne qualcuno con i capelli biondi!
In verità c’è nella poesia del Cinquecento una donna che non ha i capelli biondi, ma è figura caricaturale creata dal poeta burlesco Francesco Redi, il quale schernisce i petrarchisti stanco del loro stereotipato ideale femminile. Il Berni presenta una donna apparentemente bella, ma a ben guardare ogni espressione del poeta ne evidenzia un difetto. Anche per quanto i riguarda i capelli, che sono
chiome d’argento fine irte e attorte
senz’arte attorno ad un bel viso d’oro
I capelli di quella donna, dunque, bianchi, ispidi e arruffati, incorniciano il suo volto rubicondo.
Solo nel Seicento, con la poesia dei Marinisti, i capelli delle donne non saranno esclusivamente biondi. Il poeta Marcello Giovanetti compone un sonetto intitolato “Loda una chioma nera” e un altro poeta, Pietro Casaburi, dedica dei versi ad una “bella chioma nera”. Invece Giovan Leone Sempronio s’ispira alla “chioma rossa di bella donna”:
Tutta amor, tutto gioco e tutto scherzo,
il suo vermiglio crin Lidia sciogliea
e un diluvio di fiamme a poco a poco
sovra l’anima mia piover parea”.
Le donne bionde compaiono pure nella poesia del Seicento, ma, come ho già detto, non hanno l’esclusiva. Lo stesso caposcuola del Marinismo, Giambattista Marino, in un sonetto amoroso ci mostra la donna amata che, sciogliendo i suoi luminosi biondi capelli, sembra che voglia raddoppiare la luce del sole. In un altro sonetto descrivendo una donna che si pettina vede il pettine come una navicella d’avorio che solca onde dorate, ossia i capelli biondi.
La donna dell’età barocca è realistica e si presenta nella sua quotidianità: può essere buona o cattiva, piena di dignità o meschina fino all’eccesso. C’è la donna che nuota, quella che gioca a palla, c’è (udite! udite!) quella che ha fra i capelli degli innominabili insetti; c’è perfino quella che viene frustata in pubblico.
A cominciare dal Seicento le donne cantate dai poeti non avranno più capelli convenzionali, ma naturali; infatti è bionda l’Ermengarda del Manzoni perché appartiene al popolo dei Longobardi, mentre ha “neri e giovanili capelli” la Lucia dei Promessi sposi; anche la Silvia leopardiana ha “negre chiome”. Il discorso potrebbe durare a lungo, ma ci porterebbe lontano e forse è meglio interromperlo prima che i benevoli lettori di Albatros perdano la pazienza.
Pubblicato il 6/7/2010 nella sezione Letteratura.
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