Letteratura Arte Fotografia - Chiacchierate di Simone con gli amici.

Letteratura

Vedo biondo. Parola di poeta

Dalla letteratura provenzale fino a quella del Rinascimento la donna ideale é stata per i poeti quella che aveva i capelli biondi e il viso chiaro. Sono bionde, infatti, le donne cantate nella poesia provenzale (o trabadorica), che fiorì nella Francia meridionale nei secoli XI – XIII.  Questa poesia, scritta in una lingua molto elegante, per il contenuto è alquanto convenzionale, poiché i poeti si servono di alcuni luoghi comuni, fra i quali c’è l’immagine della donna presentata sempre con i capelli biondi e il viso chiaro; praticamente é il tipo nordico, che nella Provenza non doveva essere molto frequente. 
Per portare qualche esempio cito due fra i più famosi poeti provenzali, Arnaut Daniel e Bertran de Born. Arnaut Daniel ci dice in una lirica che ama guardare della donna amata

la sua chioma bionda
e la persona gaia, agile e fresca.

Bertran de Born si esprime così per presentare Rassa, la donna dei suoi pensieri: 

Rassa è una donna fresca e fina…
bionda e rossa nel colorito, bianca nel corpo.

 La tendenza a cantare donne con i capelli biondi continua, nella prima metà del secolo XIII, con i poeti della Scuola siciliana, alla corte di Federico II. Anche i Siciliani hanno avuto meriti notevoli per la raffinatezza della lingua (in Italia la prima lingua letteraria fu elaborata attraverso i loro scritti), mentre i contenuti ricalcavano i modelli dei poeti provenzali, compreso l’ideale della bellezza femminile (capelli biondi e carnagione bianca). Valga per tutti l’esempio di Jacopo da Lentini, uno dei migliori poeti siciliani, il quale in un sonetto esprime il forte desiderio di andare in Paradiso, ma senza la sua donna, “quella ch’ha bionda testa e chiaro viso”, non vorrebbe entrarci perché il Paradiso non gli sembrerebbe tale.
Se le donne bionde in Provenza non erano numerose, potevano esserlo quelle della Sicilia?

Nella seconda metà del secolo XIII  si diffonde in Toscana il Dolce stil novo, una corrente poetica che esalta la donna per le sue virtù, mentre del suo aspetto fisico si limita ad apprezzare gli elementi che maggiormente attengono alla bellezza dell’anima, ossia il modo d’incedere, di salutare e di sorridere. Tuttavia uno di quei poeti, Cino da Pistoia, quando parla di Selvaggia, la donna da lui amata, fa un riferimento alle sue “trezze bionde”. 

LauraAnche Laura, la donna amata a cantata per tutta la vita dal Petrarca, ha capelli biondi. Cito a questo proposito due poesie che sono fra le più belle della sua vasta produzione. La prima ricorda il giorno in cui il Petrarca vide Laura per la prima volta:

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che in mille dolci nodi l’avvolgea…

Stupenda immagine quella del vento che gioca con i capelli biondi di Laura avvolgendoli in tanti dolci nodi. L’altra poesia ci trasporta alle sorgenti del fiume Sorga, in Provemza, dove gli avignonesi erano soliti recarsi nelle belle giornate. Anche Laura va in quel luogo ameno e bagna le sue membra nelle acque del fiume o si siede sull’erba. Il poeta la guarda, estasiato, mentre una pioggia di fiori scende sul suo grembo e sulle sue bionde trecce

ch’oro forbito e perle
eran quel dì a vederle

Nel Quattrocento, quindi sul finire del Medio Evo, vede la luce il poemetto “La Nencia da Barberino” attribuito a Lorenzo il Magnifico. Protagonista femminile é un’attraente popolana di nome Nencia, della quale è follemente innamorato un giovane contadino. Anche la Nencia ha i capelli biondi: 

“Ha gli occhi suoi più neri ch’un carbone
di sotto a quelle trecce biondoline.”

Nel Cinquecento, età del Rinascimento, è molto diffuso il cosiddetto Petrarchismo, ossia la tendenza a scrivere poesie liriche secondo lo stile del cantore di Laura. Molti addirittura ne imitavano anche stati d’animo ed espressioni. In ossequio a questa tendenza le donne cantate da quei poeti sono bionde, come Laura.
Nel Cinquecento ci sono anche poetesse che seguono la moda del Petrarchismo; la più celebre è la cortigiana Gaspara Stampa, innamorata di un nobile di nome Collaltino di Collalto, che non si cura abbastanza di lei. Gaspara dice così in un sonetto:

Arsi, piansi, cantai; piango, ardo, canto; 
piangerò, arderò, canterò sempre…

 Ci credereste? Anche Collaltino é “di pelo biondo”, per usare un’espressione di quella poetessa.
Al fascino dei capelli biondi non si sottrae neanche Ludovico Ariosto, come ci dicono questi suoi versi:

“La rete fu di quelle fila d’oro
 in che ‘l mio pensier vago intricò l’ale…”
(sonetto IX)

cioè i suoi pensieri furono catturati da una rete costituita dai capelli biondi di una donna.

Ruggero salva Angelica da un mostro marino
  J. A Ingres, Ruggero salva Angelica da un mostro


E’ bionda anche la bella Angelica, il principale personaggio femminile dell’Orlando furioso. Mi viene in mente a questo proposito la scena in cui Ruggero, osservando Angelica seduta su uno scoglio, vede “l’aura sventolar l’aurate chiome”, cioè vede che l’aria sventola le chiome dorate di Angelica.
Il colmo si ha quando l’Ariosto nel suo poema presenta Medoro, un giovinetto bellissimo arrivato dall’Africa, al seguito del suo re, per combattere contro i cristiani. Egli ha i capelli crespi, perché é un moro, ma quei capelli l’Ariosto non esita a vederli biondi, secondo il canone della bellezza allora imperante. Io penso che africani con i capelli crespi, ossia corti e ondulati, ce ne siano un’infinità, ma il problema è trovarne qualcuno con i capelli biondi!
In verità c’è nella poesia del Cinquecento una donna che non ha i capelli biondi, ma è figura caricaturale creata dal poeta burlesco Francesco Redi, il quale schernisce i petrarchisti stanco del loro stereotipato ideale femminile. Il Berni presenta una donna apparentemente bella, ma a ben guardare ogni espressione del poeta ne evidenzia un difetto. Anche per quanto i riguarda i capelli, che sono

chiome d’argento fine irte e attorte
senz’arte attorno ad un bel viso d’oro

I capelli di quella donna, dunque, bianchi, ispidi e arruffati, incorniciano il suo volto rubicondo.

Solo nel Seicento, con la poesia dei Marinisti, i capelli delle donne non saranno esclusivamente biondi. Il poeta Marcello Giovanetti compone un sonetto intitolato  “Loda una chioma nera” e un altro poeta, Pietro Casaburi, dedica dei versi ad una “bella chioma nera”. Invece Giovan Leone Sempronio s’ispira alla “chioma rossa di bella donna”:

Tutta amor, tutto gioco e tutto scherzo,
il suo vermiglio crin Lidia sciogliea
e un diluvio di fiamme a poco a poco
sovra l’anima mia piover parea”.

Le donne bionde compaiono pure nella poesia del Seicento, ma, come ho già detto, non hanno l’esclusiva. Lo stesso caposcuola del Marinismo, Giambattista Marino, in un sonetto amoroso ci mostra la donna amata che, sciogliendo i suoi luminosi biondi capelli, sembra che voglia raddoppiare la luce del sole.  In un altro sonetto descrivendo una donna che si pettina vede il pettine come una navicella d’avorio che solca onde dorate, ossia i capelli biondi.
La donna dell’età barocca è realistica e si presenta nella sua quotidianità: può essere buona o cattiva, piena di dignità o meschina fino all’eccesso. C’è la donna che nuota, quella che gioca a palla, c’è (udite! udite!) quella che ha fra i capelli degli innominabili insetti; c’è perfino quella che viene frustata in pubblico.
A cominciare dal Seicento le donne  cantate dai poeti non avranno più capelli convenzionali, ma naturali; infatti è bionda l’Ermengarda del Manzoni perché appartiene al popolo dei Longobardi, mentre ha “neri e giovanili capelli” la Lucia dei Promessi sposi; anche la Silvia leopardiana ha “negre chiome”. Il discorso potrebbe durare a lungo, ma ci porterebbe lontano e forse è meglio interromperlo prima che i benevoli lettori di Albatros perdano la pazienza.

Sordello, il trovatore di Goito

Il poeta Sordello

Mi è venuta l’idea di parlare di Sordello perché un caro amico, Sergio Cobelli, nato a Goito (Mantova), mi ha fatto dono di una interessante monografia su questo antico autore italiano, che visse nel secolo XIII e fu tenuto in grande considerazione dai contemporanei.
L’opera alla quale mi riferisco s’intitola “Sordello da Goito” ed è stata scritta da Emilio Faccioli, un illustre cittadino di Goito, vissuto nel secolo scorso, prima docente e poi preside nei Licei, infine professore di Letteratura italiana presso l’Università di Firenze. 
Presenterò, dunque, Sordello tenendo conto di quanto ho appreso dal libro del Faccioli, ma anche facendo tesoro delle mie conoscenze acquisite precedentemente.
Sordello era un trovatore che, pur essendo di origini italiane, scriveva secondo la moda dei poeti provenzali; addirittura fra coloro che in Italia seguivano quella tendenza fu il più apprezzato.     
Egli é poco conosciuto, o addirittura ignorato, da chi non ha fatto studi specifici. Tutt’al più può essere ricordato per il famoso episodio del Purgatorio dantesco in cui ci appare statuario e sdegnoso. Dante e Virgilio, usciti dalle tenebre dell’Inferno, camminano in una zona desolata, l’Antipurgatorio, dove incontrano un’anima solitaria e altera, che li guarda “a guisa di lion quando si posa”. Virgilio le si avvicina per conoscere la via più agevole, ma quell’anima, piuttosto che rispondere alla sua domanda, chiede chi siano e da dove vengano. Virgilio sta per dire che è nato a Mantova, ma arriva solo a pronunciare il nome della sua città quando l’anima, non più raccolta ed altera, si slancia verso di lui dicendo: “O mantovano, io son Sordello della tua terra!” ed entrambi i poeti si abbracciano commossi nel ricordo della comune patria.
Dante, vedendo quelle straordinarie manifestazioni di affetto di due conterranei vissuti a distanza di molti secoli, non può fare a meno di compiangere l’Italia del suo tempo, in cui le persone si odiano e si combattono anche quando vivono dentro le stesse mura. 
L’immagine di Sordello altero e sdegnoso molto probabilmente era stata suggerita a Dante da un’opera di quel poeta intitolata “Compianto in morte di Blacatz”. Blacatz d’Aulps era un nobile di gran cuore e Sordello, piangendone la scomparsa, biasima gli altri nobili, che spesso non hanno cuore; essi, scrive, essendo vili e meschini dovrebbero assimilare i valori  che furono propri del signore scomparso. Il poeta di Goito, dunque, non esita a colpire con sdegno quelli che sono in difetto, anche alcuni sovrani, senza riguardo al loro grado nella scala sociale.
Prima di farne una stupenda figura poetica nella Divina Commedia Dante aveva tessuto le lodi del trovatore di Goito nel trattato De vulgari eloquentia.

Sordello, comunque, ha i titoli per essere ricordato dai posteri anche a prescindere dal meraviglioso ritratto che ne ha lasciato Dante; proprio perché è stato, come ho già detto,  il miglior trovatore d’Italia, molto apprezzato nelle corti italiane e ancor più in quelle provenzali, dove riceveva calorosa accoglienza.
I trovatori erano poeti della Provenza, regione della Francia meridionale, che fra i secoli XI e XIII si distinse per una raffinatissima civiltà cortese, dovuta anche al contributo degli stessi trovatori. 
I poeti provenzali, generalmente di origine aristocratica,  si spostavano da una corte all’altra componendo poesie che poi musicavano e cantavano. Molti signori della Provenza erano generosi mecenati che offrivano loro  ospitalità.
Le poesie dei Provenzali avevano prevalentemente tema amoroso, ma non mancavano quelle a carattere politico, didascalico, satirico o polemico.  Grande era la cura che i trovatori riservavano alla forma, tanto che la loro lingua, chiamata lingua d’oc, fu la prima lingua letteraria fra quelle romanze (ossia derivate dal latino). Invece non sempre originali erano per il contenuto i loro componimenti essendo quella produzione letteraria alquanto convenzionale: ogni poeta si dichiara innamorato di una donna irraggiungibile, generalmente la castellana, della qual non fa il nome, per motivi di riservatezza, preferendo ricorrere ad un senhal, cioè ad un nome inventato. Quella donna, di elevata moralità, alla quale il poeta si presenta come servo d’amore, non ricambia i sentimenti del suo devoto; questi. pertanto, soffre e nell’inverno si paragona alla natura triste e desolata, mentre in primavera sente il contrasto con la gioia della natura che si risveglia. Tuttavia, pur fra i luoghi comuni, i poeti più dotati riescono a mantenere una voce originale.
All’inizio del secolo XIII il papa Innocenzo III promosse una crociata contro la Provenza perché vi si annidava una setta di eretici chiamati Albigesi.  La Provenza, dichiarata terra di conquista, fu presa d’assalto da bande di avventurieri e la sua raffinata civiltà si dissolse in un batter d’occhi. Molti poeti provenzali trovarono rifugio in altri paesi d’Europa, anche in Italia, e i poeti di questi paesi appresero forme e contenuti della loro elegantissima poesia e cercarono di scrivere alla stesso modo. Sordello fu uno di loro, il più ispirato e ammirato.
 I documenti del tempo ci dicono ch’egli nacque in seno ad una famiglia di piccola nobiltà e di modeste condizioni economiche. Era di bell’aspetto, amante della poesia e delle donne, dedito sia alle armi che al gioco e alla taverna. L’amore per la poesia gli apri le porte delle corti, dove veniva accolto con grande considerazione. Nelle corti  fu conqistatore di cuori femminili. L’amore più celebre è quello per  Cunizza da Romano, sorella del potente Ezzelino, signore della Marca trevigiana, e moglie del conte Riccardo di Sambonifacio. Cunizza conduceva vita scandalosa; addirittura in un antico testo si legge che “fue in ogni etade innamorata. Ed era di tanta larghezza il suo amore che avrebbe tenuta grande villania a porsi a negarlo a chi cortesemente l’avesse domandato.” In parole più semplici diciamo che si sarebbe sentita scortese se avesse opposto un rifiuto alla garbata richiesta di un incontro amoroso. 
Il poeta mantovano, amante della vita spericolata, addirittura ebbe l’ardire, forse ispirato da Ezzelino, di rapire Cunizza per portarla con sé nella Marca trevigiana. Dopo qualche tempo l’abbandonò (o fu abbandonato da lei?) e sposò una giovane di nome Otta, appartenente alla nobile famiglia degli Strasso. In seguito lasciò la moglie e, temendo la vendetta dei parenti di lei, oltre che di quelli di Cunizza, si trasferì in Provenza, Là, essendo già rinomato poeta, venne accolto con grandi onori in varie corti, ch’erano sopravvissute alla crociata voluta da Innocenzo III. In particolare fu ospite molto apprezzato prima alla corte di Raimondo Berengario e poi di suo genero Carlo d’Angiò.
Quando nel 1266 Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, partì alla volta dell’Italia meridionale per combattere contro Manfredi,  egli seguì l’esercito angioino e poco tempo dopo Carlo per riconoscenza gli fece dono di alcuni castelli  abruzzesi, che gli assicuravano una cospicua rendita. Nell’agosto del 1269 i suoi beni risultano trasferiti ad altra persona; evidentemente Sordello in quell’anno aveva concluso la sua vicenda terrena.
Di questo poeta sono arrivati fino a noi una quarantina di componimenti  principalmente amorosi: alcuni, invece, hanno carattere politico, morale o polemico.  Fra questi ultimi é degno di essere ricordato il poemetto Ensenhamens d’onor (Insegnamenti d’onore)
nel quale dà saggi consigli alle dame e ai cavalieri che vogliono vivere secondo gli ideali cortesi. Alle dame raccomanda di non amare persone dall’animo vile per non perdere la loro dignità; ai cavalieri insegna a dominare le passioni lasciandosi guidare dal senso della misura.
P
erché Sordello è considerato il migliore fra i trovatori italiani? Egli esalta meglio degli altri i valori tipici della poesia provenzale, la quale, a sua volta, é lo specchio della società cortese del tempo. I più importanti di questi valori sono, come ho già detto, l’equilibrio, la lealtà e la magnanimità. Anche Sordello, come altri autori della sua corrente, musicava e cantava i suoi componimenti e nelle corti dell’Italia e della Provenza era apprezzato per le qualità di musico e cantore, oltre che per la validità dei testi poetici.
 Le più belle poesie d’amore furono composte da Sordello per una donna cantata con il senhal (nome convenzionale) di Agradiva. Noi conosciamo, grazie a testimonianze del tempo, il nome di quella donna: era Guida di Rodez, appartenente ad una nobile famiglia della Provenza. Per lei Sordello scrisse versi di questo tenore:
 

Soltanto si vive quando si vive nella gioia
poiché vivere in modo diverso non si deve chiamare vivere…

Tanto penso a lei e tanto l’amo dal profondo del cuore
che temo non possano bastarmi la notte e il giorno per pensare a lei…

Donna Agradiva, radice pregiata, sono tutto vostro
con il cuore, con il corpo, con il mio comportamento e con le mie parole. 

Ugo Foscolo e l’immortalità terrena

            Ritratto di Ugo Foscolo                                                                     

Ritratto del Foscolo

 

Le tombe servono ai vivi e non ai morti. Questo concetto, apparentemente assurdo, sta alla base del Carme dei Sepolcri, composto da Ugo Foscolo in seguito all’Editto di Saint Cloud, ch’era stato emanato in Francia nel 1804 ed esteso nel 1806 anche ai territori italiani sotto la dominazione francese . Esso stabiliva che le tombe dovevano sorgere fuori dal centro abitato e non dovevano essere monumentali, ma semplici e distinte solo dal nome e dal cognome del defunto, senza altre indicazioni.
Il divieto di edificare tombe in città era determinato da motivi igienico-sanitari, mentre la disposizione riguardante le epigrafi nasceva da un discutibile rispetto del principio di uguaglianza.
Il Foscolo in un primo momento resta indifferente alla notizia dell’Editto di Saint Cloud. Egli, materialista, pensa che la tomba non abbia alcun valore per l’estinto perché con la morte finisce tutto. Invece, in seguito, si convince che le tombe servono ai vivi per ricordare meglio le persone care e per essere un giorno ricordati essi stessi
Tra i vivi e i morti s’instaura, dunque, attraverso il sepolcro, quella che l’autore chiama “divina corrispondenza d’amorosi sensi”; é un’illusione, che, tuttavia, consente all’estinto di continuare a vivere anche dopo che avrà chiuso gli occhi per sempre. Ciò può avvenire soltanto per quelle persone che hanno lasciato di sé un buon ricordo. E’, questa, una forma di immortalità, ma esclusivamente terrena (il Foscolo, come ho detto, non credeva in quella ultraterrena della quale parla la Chiesa).

Qualcosa di più rilevante avviene con le tombe dei grandi uomini, che con la genialità o l’eroismo hanno onorato il proprio Paese. Quei sepolcri diventano, allora, custodi delle patrie memorie.
Il Foscolo esalta, a questo proposito, la Basilica di Santa Croce in Firenze, dove sono custodite le tombe di alcuni grandi italiani: Michelangelo, Galilei, Machiavelli e Alfieri. Oggi vi é sepolto lo stesso Foscolo.  Le tombe di questi uomini illustri non servono solo a conservare le memorie del passato, ma anche a suscitare negli animi generosi eroiche virtù: 

“A egregie cose il forte animo accendono
l’urne di forti… e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta”.

                                                               Firenze. La Basilica di Santa Croce

santa-croce-church-florence1

Quando il Foscolo visitò per la prima volta la Basilica di Santa Croce pensò che Firenze era fortunata per i suoi meravigliosi paesaggi e per la sua storia, ma ancor di più perché custodiva  dentro quel Tempio le tombe di grandi italiani.  E aggiungeva: a quelle tombe un giorno, se saremo stanchi della dominazione straniera, chiederemo ispirazione per riscattarci, proprio come era solito fare l’Alfieri.
Vittorio Alfieri ebbe avversione per la tirannide e per i vili. Nel carme dei Sepolcri viene presentato dal Foscolo come un grande che, sdegnato contro i suoi contemporanei, incapaci di riscattarsi dalla presenza straniera, si rifugiava dentro quel tempio. Al dialogo con i vivi, dunque, preferiva il muto colloquio con i grandi del passato. Oggi, conclude il Foscolo, “con questi grandi abita eterno e l’ossa fremono amor di patria”.
Nell’antica Grecia i soldati ateniesi prima di un’impresa rischiosa, per alimentare i loro spiriti guerrieri andavano a raccogliersi in meditazione davanti alle tombe degli eroi morti a Maratona lottando contro gl’invasori persiani.
Anche le tombe di Troia accoglievano degli eroi e da esse, secondo il Foscolo, trasse ispirazione Omero per comporre l’Iliade. L’autore, con una splendida immagine, vede quel vecchio poeta che, cieco, brancola fra gli avelli degli eroi troiani morti per avere combattuto con forza, anche se inutilmente, contro i Greci in difesa della propria libertà.

Il tempo travolge tutto in uno scenario che il Foscolo ci presenta in modo sconvolgente. Tuttavia le tombe dei grandi uomini cantate dai poeti, quando saranno state travolte da quella forza demolitrice, resteranno nel ricordo dei posteri grazie alla poesia, che supera “di mille secoli il silenzio”. 
E’ l’ultima, altissima funzione della tomba: quella di essere ispiratrice della poesia che rende immortali i grandi, anche se si tratta, come ho detto all’inizio, di una immortalità soltanto terrena.
Ecco il valore della poesia per un romantico della tempra di Ugo Foscolo.
Forse quando scriveva il Carme dei Sepolcri l’autore aveva presente quel concetto di Vittorio Alfieri secondo il quale il poeta Omero diede vita immortale all’eroe Achille, invece Achille non ad Omero, ma neanche a se stesso avrebbe saputo dare vita immortale.
Luigi Russo, grande critico letterario del Novecento, mettendo a confronto  l’immortalità cristiana con quella foscoliana, esprime il seguente giudizio: “Non è più l’immortalità dispensata gratuitamente ab aeterno a tutti, ma l’immortalità conseguita per egregie imprese.” Poi aggiunge: “Il carme del Foscolo… è innanzitutto un carme religioso, il carme religioso della nuova immortalità umana.”

Genitori e figli. Piccola antologia poetica

Questa pagina di Albatros contiene alcune poesie ispirate dagli affetti familiari. Esse, infatti, sono dedicate ai genitori o ai figli da celebri autori. 
Sono liriche semplici, dolci, che arrivano facilmente al cuore.
Per tutti gli autori ho dato alcune informazioni di carattere biografico, ma soltanto per le poesie di Ungaretti e Quasimodo, che sono più complesse, ho scritto brevi note esplicative.

Giovanni Papini
VIOLA VESTITA DI LIMPIDO GIALLO

 Viola vestita di limpido giallo,
che festa, che amore a un tratto scoprirti
venire innanzi con grazia di ballo
di tra i ginepri e l’odore dei mirti!

La ricca estate si filtra e si dora
sopra il tuo piccolo volto rotondo;
ad ogni moto dell’iride mora
bevi nel riso la gioia del mondo.

Par che la terra rifatta stamani
più generosa, più fresca di ieri
voglia specchiarsi negli occhi silvani
tuoi, risplendenti di casti pensieri.

Al tuo venire volante s’allieta
questo mio cuore e con Dio si rimpacia,
l’arida bocca del padre poeta
torna a pregare allor quando ti bacia.

 ———–
Giovanni Papini nacque a Firenze nel 1881 e morì in quella città nel 1956. Autodidattaa e lettore infaticabile, ebbe notevole cultura. Nei primi anni del Novecento aderì al Futurismo. Allo scoppio della Prima guerra mondiale fu convinto interventista, in seguito si avvicinò al Fascismo. Nelle sue scelte ebbe comportamenti ed idee non sempre convincenti, perché esaltava la provocazione e la guerra. Si ricredette, tuttavia, quando vide quali atrocità aveva portato il primo conflitto mondiale. I suoi, comunque, erano stati atteggiamenti tipici della sua generazione.
Fra le sue opere più  significative ricordiamo
Un uomo finito (1910) e Storia di Cristo.

 

Edomdo De Amicis

IL MIO BAMBINO

Come trovo dipinto il mio bambino
in fin di desinare: è uno sgomento!
ha le patacche addosso a cento a cento,
e la bocca color di stufatino; 

ha il nasetto, si sa, tinto di vino
e sulla fronte un pò di condimento,
e uno spaghetto appiccicato al mento
che gli penzola giù sul grembiulino.

 E sfido!, in tutto pesca e tutto tocca,
e si strofina la forchetta in faccia
e stenta un’ora per trovar la bocca;

e  son tutti i miei strilli inefficaci;
egli, vecchio volpone, apre le braccia
ed io gli netto il muso co’ miei baci.

 ————–
Edmondo De Amicis  nacque ad Oneglia (Imperia) nel 1846 e morì a Bordighera (Imperia) nel 1908. Scelse, giovanissimo, la vita militare e combatté a Custoza con il grado di tenente. In seguito si diede al giornalismo.
La sua opera più famosa è il romanzo Cuore (1886), cronaca di un anno scolastico di un bambino delle Elementari. Quest’opera ha commosso generazioni di italiani.

 

Giuseppe Ungaretti

 LA MADRE

Da Sentimento del tempo  (1933)

E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra,
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano. 

In ginocchio, decisa,
sarai una statua di fronte all’Eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita. 

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi. 

E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi. 

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

 ————
In questa lirica Giuseppe Ungaretti pensa al momento in cui potrà rivedere la madre morta, cioé quando avrà chiuso gli occhi per sempre. Con la morte crollerà il muro d’ombra che lo separa dal mondo ultraterreno. Perché muro d’ombra? Perché  è il confine immaginario fra il mondo senza luce nel quale viviamo e quello lumoso dell’Aldilà.
Il poeta sottolinea il profondo senso religioso della madre, che quand’era piccolo lo educò ai principi cristiani  e un giorno gli rivolgerà lo sguardo solo quando Dio lo avrà perdonato. Bella l’immagine statuaria della madre, che attende con fermezza il perdono per il figlio.
Giuseppe Ungaretti nacque nel 1888 ad Alessandria d’Egitto da genitori toscani. Studiò a Parigi. Dopo aver partecipato alla Prima guerra mondiale, si stabilì a Roma. Insegnò Letteratura italiana prima a San Paolo del Brasile e poi all’Università di Roma. Morì a Milano nel 1970.  
Ungaretti è considerato uno dei maggiori poeti del Novecento, figura importante dell’Ermetismo. Pubblicò varie opere di poesia, che in seguito raccolse nel volume Vita d’un uomo.

 

 Camillo Sbarbaro

 PADRE, SE ANCHE TU NON FOSSI IL MIO PADRE

  Da Pianissimo (1914)

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

———————
Camillo Sbarbaro nacque a Santa Margherita Ligure nel 1888 e morì a Savona nel 1967. Collaborò a importanti riviste letterarie, quali La Voce e Lacerba. Insegnò lingue classiche, delle quali era cultore, e  fece molte traduzioni dal greco e dal francese. Fu anche studioso e collezionista di muschi e licheni. Fra le sue opere ricordiamo le raccolte di liriche  Pianissimo e Trucioli.

 

Salvatore Quasimodo

LETTERA ALLA MADRE

Da La vita non é sogno” (1946-48)

«Mater dulcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d’amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo.» – Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. -
«Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
di treni lenti che portavano mandorle e arance,
alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell’ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dulcissima mater

————————-
Questa poesia di Quasimodo è una lettera in versi indirizzata alla vecchia madre rimasta sola in Sicilia dopo la partenza del figlio per Milano.  L’ironia, che ritiene gli sia stata trasmessa dalla madre, è la capacità di guardare gli eventi, anche quelli negativi, con distacco, per non esserne travolto. Il momento più alto della lirica è costituito dagli ultimi versi, in cui il poeta esprime il desiderio che il mondo lasciato in Sicilia (la madre,  gli oggetti), vengano risparmiati dalla “gentile morte”.  E’ la dolce speranza di quanti, allontanatisi da un luogo caro, si augurano di ritrovarlo sempre intatto.
Salvatore Quasimodo nacque a Modica (Ragusa) nel 1901 e morì a Napoli nel 1968. Dopo aver seguito studi tecnici si orientò, da autodidatta, verso la cultura classica facendo pregevoli traduzioni dal greco. Dopo aver lavorato al Genio civile di Reggio Calabria fu nominato nel 1941, per “chiara fama”, professore di Letteratura italiana al Conservatorio di Milano. In un certo periodo della sua vita sentì l’influenza dell’Ermetismo. Fra le sue opere ricordiamo Acque e terre, Oboe sommerso, Ed è subito sera, Giorno dopo giorno, La vita non è sogno, Il falso e il vero verde. Nel 1959 gli fu assegnato il Premio Nobel per la Letteratura.

Orlando nella poesia del Rinascimento

Le mie amiche Claudia ed Elena mi hanno chiesto di parlare brevemente dell’”Orlando furioso”, addirittura mi hanno posto il limite di tremila caratteri. Farò del mio meglio, ma per quanto riguarda i tremila caratteri non posso promettere nulla, perché sono veramente pochi per presentare un’opera vasta e importante qual è il poema dell’Ariosto. Inoltre per parlare dell’Orlando furioso devo necessariamente fare degli accenni all’Orlando innamorato del Boiardo, del quale il Furioso rappresenta la continuazione. Read more »

I capperi di messer Ludovico

Tiziano, ritratto dell'Ariosto

Tiziano: ritratto di Ludovico Ariosto
 

Era chiamato messer Ludovico, presso la corte di Ferrara, il  poeta Ludovico Ariosto, autore di quella grande opera di poesia epico-cavalleresca che è l’ “Orlando furioso”. In essa l’Ariosto, con vivacissima e inesauribile immaginazione, crea un mondo fantastico, nel quale occupano un posto di rilievo le vicende del paladino Orlando, diventato pazzo dopo la fuga della bella Angelica, da lui molto amata. Read more »

La preghiera di Donna Fabia Fabron de Fabrian

Le poesie di Carlo Porta

“La preghiera” è una poesia satirica scritta all’inizio del secolo XIX dal milanese Carlo Porta, uno dei tre grandi poeti satirici di quel secolo; gli altri due sono il toscano Giuseppe Giusti e il romano Giuseppe Gioacchino Belli. Carlo Porta scrive in dialetto milanese, Giuseppe Gioacchino Belli in quello romanesco.
Notevole importanza ha, inoltre, la poesia realistica del Porta, che fa di lui uno dei più grandi autori dell’Ottocento. Questo, tuttavia, é un argomento che può essere approfondito in un’altra occasione.   Oggi  desidero restare nell’ambito della produzione satirica di questo grande autore milanese, il quale prende di mira l’arroganza delle classi privilegiate del suo tempo per l’insensibilità, nonché il disprezzo, da loro mostrati nei riguardi dei meno abbienti.
Questa poesia prende il titolo dalla preghiera che una nobildonna di alto rango e dal nome altisonante (Donna Fabia Fabron de Fabrian) rivolge al Signore dopo un incidente che l’ha messa a disagio davanti ad una folla di popolani. Read more »

Il Petrarca fra Medio Evo ed Età moderna

Affascinato da altri argomenti, ho trascurato per qualche mese la letteratura italiana. Mi pare giusto, pertanto, ritornare ad essa per completare il discorso sul Petrarca. L’argomento di oggi è alquanto complesso, ma cercherò di renderlo facile, nei limiti del possibile.
Il Petrarca visse nel secolo XIV, ossia nel Trecento, un’età di passaggio fra il Medio Evo e l’Età moderna. Nacque ad Arezzo nel 1304 da un notaio fiorentino esiliato dalla sua città perché, come Dante, parteggiava per i Guelfi bianchi. Quand’era ancora bambino seguì la sua famiglia in Francia, per la precisione ad Avignone, in Provenza, in quanto il padre aveva trovato lavoro presso la sede papale, da poco trasferita in quella città. Read more »

Laura, il grande amore del Petrarca

Laura e il Petrarca (illustrazione di un’antica edizione del “Canzoniere”)

laura-e-petrarca-miniatura-canzoniere.jpg

Laura è la donna amata da Francesco Petrarca, che la canta in quasi tutte le sue liriche. Quell’amore, mai ricambiato, nonché inquietudini di carattere morale sono per il poeta motivo di sofferenza e diffondono sopra i suoi versi un’atmosfera di malinconia.
Alcuni decenni prima avevano scritto liriche d’amore i poeti del “Dolce stil novo” (fra i quali Dante e Guido Cavalcanti). Nel loro canto le donne amate perdevano quasi completamente le caratteristiche fisiche; venivano evidenziati soltano il sorriso, lo sguardo e il modo d’incedere, elementi che riflettono soprattutto la bellezza spirituale. Laura, invece, ha una presenza più concreta; infatti vediamo, attraverso le liriche del Petrarca, i suoi biondi capelli mossi dal vento, “il bel fianco” sostenuto da un albero, ”le belle membra” bagnate dalle acque di un fiume. La bellezza di Laura, inoltre, sfiorisce per l’inesorabile scorrere del tempo o per una malattia. Ce ne rendiamo conto leggendo i seguenti versi del sonetto “Erano i capei d’oro”:

“Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che in mille dolci nodi li avvolgea,
e il vago lume oltre misura ardea
di quei begli occhi ch’or ne son sì scarsi…”

Il Petrarca in questa lirica ricorda il momento dell’innamoramento, quando Laura gli apparve bellissima, ma é costretto a constatare che il suo aspetto non é più quello di un tempo; anche i suoi occhi splendono meno. Faccio osservare che quel vento, il quale gioca con i capelli di Laura, costituisce una delle immagini più belle della poesia petrarchesca: poche pennellate per descrivere quella donna nel suo splendore giovanile.
Francesco Petrarca visse nel XIV secolo, ossia nel Trecento. Suo padre era notaio alla Corte pontificia, che in quel tempo aveva sede in Francia, ad Avignone, e il nostro poeta trascorse vari anni in quella città o in località vicine. Proprio in una chiesa di Avignone vide Laura per la prima volta il Venerdì santo del 1327 e se ne innamorò perdutamente.
Le numerose poesie scritte per Laura sono raccolte nel “Canzoniere”, del quale il vero protagonista é lo stesso poeta con tutti i suoi sentimenti: amore, trepidazione, dolore, rimpianto, pentimento, speranza e, infine, sconforto al pensiero che “quanto piace al mondo é breve sogno”. Quelle poesie, pertanto, ci consentono di scoprire anche le pieghe più nascoste del suo animo, le emozioni più intime e il forte travaglio spirituale. Perché questo travaglio? Perché il Petrarca, spirito inquieto, si dibatteva tra passioni terrene e ideali di purezza cristiana. Nel Canzoniere, dunque, lo vediamo tenacemente innamorato di Laura, ma al tempo stesso sentiamo che soffre per quell’amore che, a suo giudizio, lo allontana da Dio.
Sulla base di quanto afferma il Petrarca nelle sue poesie, possiamo dire che Laura era una donna molto bella. Lo avvertiamo in modo particolare nella celebre canzone “Chiare fresche e dolci acque”. In essa l’autore descrive la donna amata mentre si diletta a stare a contatto con la natura incontaminata presso le sorgenti di un fiume che molti abitanti di Avignone erano soliti raggiungere:

“Chiare, fresche e dolci acque
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo, ove piacque,
(con sospir mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse con l’angelico seno;
aere sacro sereno…”

Quel meraviglioso paesaggio incornicia la figura di Laura creando un’immagine dal fascino straordinario:

“Da’ be’ rami scendea,
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra ‘l suo grembo;
ed ella si sedea
umile in tanta gloria,
coverta già de l’amoroso nembo;
qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch’oro forbito e perle
eran quel dì a vederle;
qual si posava in terra e qual su l’onde,
qual con un vago errore
girando perea dir: “Qui regna Amore”.

Laura morì giovane, colpita dalla cosiddetta peste nera, una spaventosa epidemia che imperversò in tutta l’Europa verso la metà del Trecento. In un’altra opera, intitolata “I Trionfi”, il poeta descrive la morte della donna amata dicendo che, dopo essere spirata, sembrava soltanto addormentata e arriva addirittura ad affermare che sul suo volto la stessa morte sembrava bella: “Morte bella parea nel suo bel viso”.
Solo dopo la morte Laura, nell’immaginazione del poeta, diventa con lui dolce e comprensiva. Ricordiamo, ad esempio, il sonetto “Se lamentar augelli”, nel quale il poeta immagina che Laura, morta, gli si mostri per confortarlo invitandolo a non piangere per lei, perché ha chiuso gli occhi sulla terra, ma li ha aperti nella luce di Dio.
Gli studiosi hanno sempre cercato di scoprire, senza successo, chi fosse realmente Laura, però questo ha poca importanza, perché in poesia conta, più che la donna reale, la creatura immaginaria alla quale il poeta dà vita con la sua fantasia.
Molti poeti nelle loro liriche amorose si sono ispirati al Petrarca, ma nessuno di loro ha mostrato di possedere il talento del cantore di Laura. Questa tendenza, che si chiama petrarchismo, è stata particolarmente diffusa nel Cinquecento, cioè nell’età del Rinascimento

La passione politica di Dante

Grandi furono in Dante la passione politica e il coraggio civile. Ai suoi tempi dei due grandi partiti medievali, quello dei Guelfi (sostenitore del papa) e quello dei Ghibellini (sostenitore dell’imperatore) a Firenze c’era soltanto quello dei guelfi, che si erano divisi in Bianchi e Neri. Il poeta era un guelfo bianco appartenente ad una famiglia di piccola nobiltà terriera. Read more »