Letteratura Arte Fotografia - Chiacchierate di Simone con gli amici.

Storia

L’imperatore di una repubblica

L'imperatore Augusto

L’imperatore Augusto (63 a. C. – 14 d. C.)

In questo titolo, indubbiamente curioso, per non dire assurdo, ho voluto sintetizzare la strategia di Augusto, che fu a capo di Roma cercando di non fare capire che le libertà repubblicane andavano scomparendo man mano che tutto il potere veniva accentrato nelle sue mani. Egli, infatti, non abolì le varie magistrature della repubblica,  ma le lasciò in vigore pur occupandole l’una dopo l’altra.
Il popolo romano, comunque, lo approvava perché ne sperimentava la generosità e  finalmente poteva godere di un lungo periodo di pace dopo una serie di guerre intestine che avevano portato lutti e sofferenze di ogni genere.
Questo geniale uomo politico  in giovane età si chiamava Gaio Ottavio. Era pronipote di Cesare, che aveva per lui una particolare predilezione; addirittura lo riteneva, per la serietà e l’intelligenza, idoneo a diventare il suo successore. Possedeva buona cultura e amore per la poesia, aveva un bell’aspetto, ma la sua salute era alquanto precaria, tanto che in viaggio era sempre accompagnato dal suo medico personale.
Egli seppe scegliersi ottimi collaboratori (per esempio Agrippa e Mecenate), che gli resero più facile il governo di uno Stato vasto e complesso, qual era quello di Roma,  formato da numerosi gruppi etnici. Alle etnie diverse corrispondevano lingue diverse, tradizioni e istituzioni diverse, religioni diverse. Senza contare il grave pericolo costituito dalle popolazioni insediate ai confini, alcune delle quali molto bellicose. 

L’ARRIVO DI GAIO OTTAVIO A ROMA

Il giovane Gaio Ottavio irrompe sulla scena politica di Roma all’indomani dell’uccisione di Cesare, nel 44 a. C. quando ancora non ha compiuto i diciannove anni.
Cesare, dopo aver conseguito grandi successi militari, era diventato dittatore a vita e questo non era stato accettato da un buon numero di Romani, che vedevano in pericolo le libertà repubblicane. Non dimentichiamo che a Roma era ancora vivo l’odioso ricordo della monarchia, anche se erano passati vari secoli dalla cacciata dell’ultimo re, Tarquinio il Superbo. Nel 44 a.C. un gruppo di giovani romani, convinti di fare il bene dello Stato, ordì una congiura contro Cesare, che fu ucciso a coltellate nella sede del Senato.  I più animosi fra questi giovani erano Bruto e Cassio.
In quella tragica situazione tentò di dominare la scena politica Marco Antonio, che era stato collaboratore di Cesare. Egli durante i funerali lesse il testamento del dittatore ucciso e grande fu la commozione dei presenti nell’apprendere che Cesare lasciava al popolo romano i giardini ai piedi del Gianicolo e ad ogni proletario 300 sesterzi, che potrebbero corrispondere ai cinque/seicento euro di oggi. Una discreta somma per un indigente! Questo atto di generosità fece capire che Cesare, pur avendo preso tutto il potere, intendeva gestirlo nell’interesse del popolo romano, a lui molto caro.  Cesare lasciava la maggior parte delle sue sostanze al giovanissimo nipote Gaio Ottavio, adottato come figlio. Questi apprese la notizia della morte cruenta di Cesare ad Apollonia, nella Penisola balcanica, dove si trovava per fare pratica di vita militare, e si precipitò a Roma. Là, nonostante avesse meno di diciannove anni (era nato nel 63 a. C.), non esitò ad affrontare Antonio per ottenere l’eredità che gli spettava e per impedirgli di prendere il potere a Roma. Egli, inoltre, essendo stato adottato da Cesare, aggiunse al suo nome, secondo il costume romano, quello del padre adottivo e si chiamò Gaio Giulio Cesare Ottaviano.
Da questo momento inizia un periodo fitto di vicende politiche e militari che ritengo opportuno sintetizzare al massimo per non creare confusione e non stancare i lettori. Invito chi ne ha interesse a chiedermi degli approfondimenti.
Dopo aver combattuto contro Antonio costringendolo a riparare in Gallia, Ottaviano trova conveniente allearsi con lui per formare, insieme ad un terzo uomo politico di nome Lepido, un triunvirato (il secondo dopo quello di Cesare, Pompeo e Crasso). Insieme avrebbero governato lo Stato romano diviso in tre aree: l’Occidente (ad Ottaviano), l’Oriente (ad Antonio) e l’Africa (a Lepido).
Gli uccisori di Cesare, che avevano sperato inutilmente nell’appoggio del popolo, erano fuggiti da Roma, ma furono inseguiti da Antonio e Ottaviano, ora alleati, e furono sconfitti. Essi per non cadere nelle mani dei vincitori si diedero la morte.
In seguito Antonio ed Ottaviano diventarono di nuovo nemici perché Antonio, stabilitosi ad Alessandria d’Egitto, si era innamorato della regina Cleopatra, che gli aveva dato anche due figli. Egli addirittura donava a Cleopatra parti del territorio romano che da lei venivano cedute ai figli nati dal loro amore. Questo fornì ad Ottaviano il pretesto per combattere contro Antonio e Cleopatra, che nel 31 a. C. furono sconfitti, in una battaglia navale presso Azio, località sulla costa greca. Dopo la sconfitta i due si suicidarono, quindi Ottaviano rimase unico dominatore della situazione politica.   

L’ASCESA DI OTTAVIANO AL POTERE

Roma aveva una forma di governo repubblicana e democratica. Repubblicana perché le cariche pubbliche erano affidate a varie persone per un periodo determinato; democratica perché il popolo aveva diritto a partecipare ai Comizi, cioè alle Assemblee popolari che eleggevano alcuni magistrati e approvavano delle leggi. Non si trattava, comunque, di una democrazia nel senso moderno della parola, perché solo apparentemente il potere apparteneva a tutto il popolo, in realtà lo deteneva una ristretta oligarchia di famiglie nobili o benestanti.  
Ora Ottaviano tendeva a creare una dittatura fondata sul potere militare, ma i Romani erano troppo legati alla forma repubblicana del loro Stato, quindi mostrare apertamente che tutto il potere era nelle mani di una sola persona sarebbe stato molto rischioso. L’esperienza di Cesare insegnava parecchio a questo proposito. Ottaviano, molto astuto, lasciò in vigore tutte le istituzioni repubblicane, ma giorno dopo giorno le privò del loro valore nel senso che le occupava per controllarle personalmente e fare valere la sua volontà.
All’inizio fu eletto console per dieci anni. I consoli erano due e l’uno poteva mettere il veto all’operato dell’altro, ma Augusto fece in modo che lo affiancasse un collega molto fedele, quindi incapace di contrastarlo.
Poco dopo ottenne le prerogative dei tribuni delle plebe, ossia l’inviolabilità e lo “ius auxilii” (il diritto d’intervenire in aiuto di  un plebeo  che, essendo stato offeso, si appellava a lui).
In seguito ottenne anche la terza prerogativa dei tribuni della plebe, ossia il diritto di veto, con il quale poteva opporsi ad ogni decisione che non fosse di suo gradimento.
Poi ebbe anche il potere proconsolare, cioè diventò capo della maggior parte delle province (le unità amministrative in cui era diviso il territorio romano).

IL TITOLO DI AUGUSTO

Nel 27 a. C. il Senato conferì ad Ottaviano il titolo di Augusto, che ha il seguente significato: “colui che è venerabile e accresce la grandezza della Patria”. Negli anni successivi egli verrà chiamato solo con questo nome.
In seguito il suo potere proconsolare viene esteso a tutte le province dell’Impero e Augusto conquista un’autorità superiore a quella dei consoli, dei proconsoli e del Senato.  
Egli ottenne anche la presidenza del Senato (Princeps senatus) con il diritto a votare per primo. Questo induceva gli altri senatori a seguirne l’esempio per non inimicarselo. Presiedeva anche i comizi, ossia le assemblee del popolo, che approvavano le leggi. Quindi, influenzando il Senato e i Comizi, controllava tutta l’attività legislativa.
Nel 12 a.C. gli venne conferita la carica di Pontefice Massimo, cioè capo del Collegio dei pontefici, che erano custodi e interpreti della tradizione religiosa e giuridica di Roma.
Augusto possedeva anche la potestà censoria. Il censore vigilava sul comportamento dei Romani, una sua nota negativa era sufficiente per interrompere una carriera politica. Pertanto l’imperatore poteva a suo piacimento destituire dall’incarico chi non incontrava il suo favore oppure impedirgli di far parte del Senato o aspirare ad una carica pubblica.
La maggior parte delle entrate dello Stato romano confluivano in una cassa, chiamata Fisco, dipendente direttamente da Augusto, il quale se ne serviva per le pubbliche necessità. A volte per questi fini attingeva anche al suo patrimonio personale.
Ad Augusto spettava anche il diritto di battere monete d’oro e d’argento, mentre il Senato poteva far coniare soltanto quelle di bronzo, meno pregiate.
Nella sua attività politica Augusto era assistito da un Consiglio del Principe, privo di ogni autorità, essendo soltanto un organo consultivo.
Per la protezione dell’imperatore vi era un folto gruppo di guardie che risiedevano nel  Pretorio, altro nome del palazzo imperiale, pertanto si chiamavano pretoriani. Il capo di quelle guardie era il Prefetto del pretorio.

I MERITI DI AUGUSTO

Quali furono i meriti di Augusto?  Furono tanti, in ogni campo della vita sociale, amministrativa, giudiziaria e militare. Per brevità parlerò solo dei principali.
Innanzitutto quello di avere assicurato, dopo la battaglia di Azio contro Antonio e Cleopatra,  una lunga stagione di pace al suo popolo, che aveva sofferto troppo per tutte le guerre civili (fra Mario e Silla, fra Cesare e Pompeo, contro Bruto e Cassio, fra Ottaviano e Antonio). Era quella la cosiddetta  Pax augustea e per evidenziare questa felice condizione di vita viene eretto il monumento chiamato Ara pacis Augustae.
In verità sotto Augusto ci furono delle guerre, ma ai confini dell’impero, soprattutto contro i Germani a settentrione  e contro gli indomabili Parti ad oriente.
A questo proposito ricordo una pagina luttuosa della storia romana, la grave sconfitta subita nel 9 a. C., ad opera dei Germani nella selva di Teutoburgo. Augusto aveva affidato al generale Publio Quintilio Varo le migliori legioni perché rinsaldasse i confini settentrionali dell’Impero, ma i Germani, guidati da un guerriero astuto e vigoroso di nome Arminio, attirarono i Romani in un tranello e li sgominarono. Sembra che Arminio per quella eroica impresa sia entrato nella leggenda e nella poesia con il nome di Sigfrido, l’eroe nazionale tedesco. Di Augusto, invece, si racconta che dopo la notizia della disfatta si aggirava per le stanze del suo palazzo gridando disperatamente: “Vare, Vare, redde mihi legiones!” (O Varo, o Varo, restituiscimi le mie legioni!)
Altri meriti di Augusto? Egli portò avanti un consistente programma di opere pubbliche. Nacquero allora il Pantheon, il Portico di Ottavia, il Teatro di Marcello, ecc. Roma, rivestita di marmi, diventò più bella, la vita dei Romani si fece più agevole e i disoccupati trovarono lavoro.  Vi lascio immaginare la meraviglia del forestiero che, arrivando da una provincia, entrava in quella città  splendida per il colore bianco dominante, perché ricca di templi, di terme, di fontane, di palazzi e di svariate altre costruzioni  rivestite o realizzate in marmo. Orazio in un suo componimento poetico così cantava: “Alme sol, possis nihil urbe Roma visere maius“  (Fecondo sole, possa tu non vedere mai niente più grande di Roma).
Augusto cercò di rendersi conto di persona dei problemi che affliggevano le popolazioni delle province e per questo a volte soggiornò per anni in alcune di esse.
Poiché considerava l’Italia la parte più importante dell’Impero, cercò di evitarne l’indebolimento arginando il calo demografico, che al suo tempo cominciava ad essere consistente. Affrontò quel problema con una politica in difesa della famiglia promettendo dei premi a chi aveva più di tre figli (quattro se si trattava di liberti, cioè schiavi liberati.) Inoltre gravò di una tassa i celibi e le famiglie che non avevano figli.
 Notevole fu anche il contributo che Augusto diede alla cultura. Favorì poeti e scrittori, quali Virgilio, Orazio, Properzio, Tito Livio, che facevano parte del circolo d’intellettuali creato da Mecenate, amico e collaboratore di Augusto.  Dico per inciso che dal nome di Mecenate  derivano i vocaboli mecenate (protettore degli artisti) e  mecenatismo (tendenza a favorire gli artisti e la cultura in genere).
Augusto s’impegnò molto nella salvaguardia della pubblica moralità e nella difesa della religione tradizionale perché era convinto, come tutti i grandi politici, che uno stato moralmente sano e spiritualmente unito si può governare meglio. Vittima di questa sua politica, tendente a restaurare in Roma i buoni costumi del passato, fu anche Giulia, figlia di Augusto dissoluta e viziosa, che costrinse il padre  a mandarla in esilio nell’isola di Ventotene. Altra vittima illustre fu il poeta Ovidio, che agli occhi dell’imperatore si era macchiato di una grave colpa a noi sconosciuta  (egli parlava di “carmen et error”, un componimento poetico e un errore), pertanto fu mandato in esilio in una località lontana dove rimase fino alla morte. 

MORTE DI AUGUSTO E CONCLUSIONI 

Augusto  non ebbe figli maschi, quindi per la successione fu costretto a pensare a qualche parente prossimo meritevole della sue stima. Purtroppo tutti quelli che aveva giudicato idonei a prendere sulle loro spalle il peso di un così grande impero erano morti prematuramente, alcuni in giovanissima età: il nipote Marcello, al quale aveva dato in sposa la figlia Giulia; il generale Agrippa, valente collaboratore e secondo marito di Giulia; i figli di Agrippa e Giulia, Gaio Cesare e Lucio Cesare. Infine dovette ripiegare su Tiberio (figlio di primo letto della sua terza moglie, Livia), anche se i loro rapporti non erano ottimi.
Augusto morì a Nola, nel 14 d. C. all’età di 77 anni, dopo quasi sessant’anni d’intensa attività politica  e quarantacinque anni di governo incontrastato.
In conclusione posso dire che questo imperatore, pur avendo preso tutto il potere nelle sue mani, non fu un dittatore nel senso peggiore della parola perché agì con saggezza, equilibrio e giustizia, pensando esclusivamente al bene del suo Stato e e soprattutto evitando che  Roma venisse ancora funestata dalle guerre civili. Per altro tolse poco alla democrazia perché, come ho detto, Roma solo apparentemente era democratica, in realtà il potere era gestito da alcune potenti famiglie.
Con il suo impegno politico Augusto fece sì che Roma svolgesse un’altissima funzione civilizzatrice nei territori conquistati diffondendo la sua cultura letteraria, giuridica e tecnico-scientifica, che l’aveva fatta grande e degna di ammirazione da parte di tutti gli altri popoli.

Rivoluzioni con la scrittura

Una pagina della Bibbia di Gutemberg
Una pagina della Bibbia di Gutemberg, il primo libro stampato con caratteri mobili.

Chiamo rivoluzioni quei mutamenti notevoli operati nella società dall’uso della scrittura, che periodicamente ha subito innovazioni straordinarie.
La scrittura ha accompagnato le vicende umane da tempi antichissimi favorendo i rapporti fra le persone, la diffusione delle idee e la conquista di un più alto grado di civiltà.

La più antica rivoluzione fu operata da quei popoli che, prima di altri, inventarono segni convenzionali corrispondenti a determinati suoni o concetti. In questo modo fu possibile registrare gli avvenimenti più importanti per impedire che se ne perdesse la memoria. Nel Mediterraneo i primi a lasciarci documenti scritti furono gli Egiziani, gli Assiro-babilonesi e i Fenici.
All’inizio si scriveva sulla pietra e sulle tavolette d’argilla, in seguito sui papiri e sulla pergamena. I papiri venivano realizzati tagliando a strisce sottilissime il midollo del papiro, pianta erbacea un tempo molto diffusa in Egitto. Poi quelle striscioline venivano disposte in strati alternati, prima per un verso, poi per l’altro, e compresse in modo che facessero presa per formare un robusto foglio.  
La pergamena viene realizzata con pelli di animali, specialmente ovini, preparate in modo da diventare lisce e rigide. Prende il nome dalla città di Pergamo, che fu la prima a produrla. La usarono gli antichi popoli del Mediterraneo e se ne face largo uso finché non fu inventata la carta, sul finire del Medio Evo.
La scrittura  ha consentito agli studiosi di ricostruire, sulla base di documenti certi ed inequivocabili, il cammino dell’uomo nella Storia.  Questo perché i frutti dell’ingegno (letterari, scientifici, religiosi o di altro genere) prima tramandati oralmente dal padre al figlio, dal maestro al discepolo o da un sacerdote ad un altro, potevano essere scritti e, quindi, sottratti all’oblio.
Addirittura nella città di Alessandria, in Egitto, fu realizzata una grandiosa Biblioteca  con il fine di custodire tutto lo scibile umano. Opere di ogni genere venivano copiate, conservate e messe a disposizione degli studiosi. Purtroppo un malaugurato incendio distrusse, in tempi antichissimi, quella biblioteca e il suo prezioso contenuto. La perdita fu per la cultura enorme e irrimediabile, perché tante opere furono perdute definitivamente. Di tanti scritti antichi ignoriamo perfino l’esistenza.
L’invenzione della scrittura è tanto importante da costituire per gli storici la linea di demarcazione fra la Preistoria e la Storia. La Preistoria è, infatti, quel periodo del quale non esistono documenti scritti, per cui viene ricorstruito attraverso l’esame di vari reperti (manufatti, graffiti, ecc.); la Storia, invece, inizia quando l’uomo, usando dei segni convenzionali, scrive ciò vuole comunicare, ricordare meglio o tramandare ai posteri.
Le date di questo passaggio epocale cambiano secondo le aree geografiche, perché l’invenzione della scrittura non avviene contemporaneamente presso tutti i popoli. Comunemente si va dal Mille all’Ottocento prima di Cristo, subito dopo l’inizio dell’età del ferro. 

Non ci sono state altre rivoluzioni nella scrittura fino alla metà del secolo quindicesimo (ossia intorno al 1450), quando il tedesco Giovanni Gutemberg inventò la stampa. In verità alcuni anni prima si era diffusa l’usanza d’incidere pagine intere su tavolette di legno, che poi venivano inchiostrate e premute, per mezzo di un torchio, sulla carta. In tal modo con una sola tavoletta si potevano stampare vari fogli, ma questo sistema, molto faticoso, permetteva di stampare poche copie perché le tavolette, sottoposte ad una continua usura, non duravano a lungo. Gutemberg, invece, ha inventato i caratteri mobili, con i quali componeva le pagine e, dopo averle stampate, le scomponeva per prepararne altre.
La prima opera stampata da quel geniale tipografo tedesco è la Bibbia, che oggi è considerata un cimelio di altissimo valore. All’inizio furono stampate opere a carattere religioso, in seguito si passò a quelle profane (letterarie e scientifiche o di altro genere).
In Italia un grande pioniere nel campo della stampa fu il veneziano Aldo Manuzio, al quale si devono le cosiddette “edizioni aldine”.
Una curiosità: le opere pubblicate nel corso del Quattrocento si chiamano incunaboli, perché l’arte della stampa era ancora “in cuna” (nella culla), vale a dire all’inizio. Gli incunaboli, oggi rarissimi, valgono molto.

Enormi sono i vantaggi arrecati alla cultura dall’invenzione della stampa. Prima chi voleva possedere un’opera, per consultarla a suo piacimento, doveva trascriverla o farsela trascrivere con alti costi, per cui solo i più ricchi potevano permettersi questo lusso. E’ rimasta celebre la biblioteca del Petrarca, ricchissima di opere classiche. Quel poeta, amante della cultura ed economicamente agiato, poté, infatti, permettersi un vasto e prezioso patrimonio librario.
Chi, invece, non aveva molti soldi cercava di prendere quanti più appunti poteva da un libro ricevuto in prestito o d’impararne a memoria quante più informazioni possibili. Per questo la memoria nel Medio Evo era considerata alla stregua di una materia scolastica e veniva esercitata al massimo.
Grazie alla stampa le idee rivoluzionarie di Martin Lutero si diffusero rapidamente in Europa, in quanto i cristiani potevano accedere con facilità ai suoi scritti. Inoltre potevano leggere per conto proprio la Bibbia. Ricordiamo che, secondo Lutero, ogni credente deve interpretare personalmente i testi sacri senza l’intermediazione dei sacerdoti. Ogni cristiano – affermava quel monaco – è sacerdote di se stesso. 

Con l’invenzione della stampa la produzione di libri si fece ogni giorno più abbondante e le case, non certo quelle della povera gente, ma quelle dei nobili e della borghesia, si fornirono di biblioteche più o meno ricche. Fra il Settecento e l’Ottocento  il padre del Leopardi realizzò una vastissima biblioteca, per la quale non esitò a dilapidare il suo patrimonio. Su quei libri suo figlio Giacomo, il grande poeta, condusse uno studio da lui stesso definito “matto e  disperatissimo” conseguendo una cultura immensa.  

Enciclopedia

Senza la stampa come si sarebbero diffuse in tutta l’Europa le idee dell’Illuminismo? Questo grande movimento culturale combatteva l’ignoranza e la superstizione invitando gli uomini a lasciarsi guidare dalla ragione. Libertà e giustizia, fondate sulla conquista dei diritti civili e politici, sulla separazione dei poteri dello Stato e sull’equa distribuzione del carico fiscale, furono le parole d’ordine di quella grande corrente di pensiero. Essa in Francia portò alla rivoluzione, mentre nel resto del mondo civile pose le basi per un migliore rapporto fra il cittadino e lo Stato.
Fra le opere degli Illuministi particolare rilievo assume l’Enciclopedia, realizzata dal Diderot per allontanare dalle persone le ombre dell’ignoranza.  
Nel Settecento inizia la diffusione dei giornali, che con il tempo si fanno sempre più numerosi. Nell’Ottocento e nel Novecento cresce sempre di più il numero degli editori,  ma il libro rimane a lungo prodotto proibito per i meno abbienti, a causa del suo alto costo. Senonchè nella seconda metà del secolo scorso sono stati realizzati i primi libri tascabili, venduti a prezzo contenuto grazie grazie al procedimento di stampa meno costoso, al formato ridotto, al carattere più piccolo e alla rilegatura economica  D’allora è stato immesso nel mercato librario un numero altissimo di opere di tutti i tempi e di tutti i Paesi con effetti positivi sulla crescita spirituale ed intellettuale delle persone. Chiunque, con un spesa minima, può in viaggio, in villeggiatura o in una sala d’attesa   impegnare piacevolmente il tempo arricchendo pure le proprie conoscenze.

Oggi siamo all’inizio di una nuova rivoluzione nel campo della scrittura, destinata a dare notevole impulso all’attività culturale. Mi riferisco all’invenzione del cosiddetto “eBook”, costituito da una sorta di lavagnetta elettronica sulla quale scorrono le pagine di un libro o di un giornale immagazzinati con altre centinaia di opere in una memoria interna. Il lettore, che ora si chiama “eReader”, ha la possibilità d’ ingrandire  o ridurre a piacere i caratteri  del testo che sta leggendo.  
C’è già un accordo tra un grande motore di ricerca e alcune importanti biblioteche, che intendono informatizzare il loro patrimonio librario per metterlo in rete.
Quella lavagnetta, dunque, potrà presto consentire di leggere un numero altissimo di opere, anche molto rare. In questo modo si realizzerà pienamente il mito della Biblioteca di Alessandria, con una crescita esponenziale rispetto al progetto degli antichi, perché con il tempo veramente potrà apparire su quella lavagnetta tutto lo scibile. 
Io sarò fra quelli che utilizzeranno con vivo interesse questo recente frutto della tecnologia, ma voglio dire con tutta franchezza che difficilmente potrò abbandonare il libro cartaceo, con il quale ho confidenza sin da quando ero bambino.

Teodora. Dal circo al trono

Teodora e la sua corte

Chiesa di San Vitale a Ravenna: Teodora e la sua corte (mosaico)

Oggi presento agli amici di Albatros un ritratto dell’imperatrice Teodora, moglie di Giustiniano, imperatore romano del sesto secolo.  Questo argomento ci porta a Costantinopoli, una città che prima si chiamava Bisanzio; nel quarto secolo dopo Cristo cambiò nome in onore dell’imperatore Costantino, il quale vi trasferì la capitale dell’Impero romano; nel quindicesimo secolo, occupata dai Turchi, é stata chiamata Istanbul.    

Teodora, nata a Cipro nei primi anni del sesto secolo, apparteneva ad una modestissima famiglia. Il padre, infatti, era guardiano di orsi nel circo e quando morì lasciò la moglie e tre figlie in povertà. Teodora era ancora una bambina, ma, appena ebbe l’età giusta, fu inserita dalla madre nell’ambiente del circo, allora considerato sconveniente per una donna. Là diventò attrice e ballerina, impegnata in spettacoli molto audaci. Il suo numero di maggior successo era il ballo con le oche, La ragazza entrava in scena, insieme a delle oche addestrate, completamente nuda; addosso aveva soltanto alcuni chicchi di miglio appiccicati sui seni e sul pube.  Le oche cominciavano a beccare quei semi e Teodora si dimenava, fingendo di volersi sottrarre a quel fastidio, con movenze molto sensuali che mandavano in visibilio il pubblico.
Quando Giustiniano, nipote dell’imperatore Giustino,  la conobbe  la trovò straordinariamente bella ed intelligente e se ne innamorò tanto che volle sposarla.
Alla morte dello zio, nel 527 , Giustiniano diventò imperatore e associò al trono la moglie, ricevendone preziosi consigli per la gestione del potere.   Teodora, una volta ascesa alla più alta carica dell’Impero, tenne un contegno sempre dignitoso, cercando di dimenticare e, soprattutto, far dimenticare agli altri il suo poco decoroso passato di ballerina e forse di prostituta.
Se ne ricordò, invece, lo scrittore Procopio di Cesarea, autore d’importanti opere storiche, ma anche di un libretto (“Historia arcana”, la storia segreta) carico di pettegolezzi sull’imperatore e sulla sua consorte. Questo scritto  per secoli pesò quanto un macigno sulla figura di Teodora. In verità Procopio aveva il dente avvelenato nei riguardi della corte di Bisanzio perché ne era stato scacciato insieme al suo protettore, il generale Belisario; quindi è lecito supporre che nelle sue memorie ci siano delle esagerazioni.
Oltre che intelligente, Teodora era donna dal carattere ferreo, capace di grandi passioni e di altrettanto grandi rancori, soprattutto nei riguardi di coloro che volevano ostacolare la sua attività politica. Ne fece le spese il generale  Belisario, che pure aveva riportano dei successi nella lotta contro i nemici dell’Impero; egli, caduto in disgrazia agli occhi dell’imperatrice, fu sostituito dal generale Narsete, che, invece, godeva della sua stima.
Oggi  gli storici non hanno dubbi sulle origini modeste e sui trascorsi poco dignitosi di Teodora, ma non credono che sia tutto vero quanto fu scritto sul suo conto. I difetti, in ogni caso, appartenevano al passato dell’imperatrice, mentre ciò che contava era la saggezza con la quale sapeva intervenire in situazioni molto importanti.
Ammirevole fu, per esempio, il suo comportamento quando, nel gennaio del 532, ci fu una violenta sommossa del popolo, stanco dell’eccessivo fiscalismo. I rivoltosi si spinsero addirittura davanti al Palazzo imperiale con l’intenzione di assalirlo. Giustiniano e i suoi collaboratori, percependo il grave pericolo per il potere, oltre che per la loro vita, avevano progettato di allontanarsi con le navi, poiché il mare era per loro l’unica via di scampo. A quel punto intervenne Teodora per ricordare loro, con un’energia eccezionale, che la fuga non si addice agli uomini di potere.  “Ai regnanti – disse – non è consentito fuggire. Io spero di non essere mai privata di questa porpora e di non vedere il giorno in cui le persone che incontrerò non mi chiameranno più imperatrice. Se tu, imperatore, desideri salvarti, non ci sono problemi: infatti siamo molto ricchi, il mare è vicino e le navi sono pronte a salpare. Pensa, comunque, che, pur salvandoti, un giorno potresti convincerti che la morte era preferibile alla salvezza. Io apprezzo quell’antica espressione secondo la quale l’abito regale è anche un bel lenzuolo funebre.”
Quelle parole diedero coraggio a Giustiniano e ai suoi collaboratori, che organizzarono senza indugio la difesa e quel brutto momento fu superato brillantemente.
L’episodio che ho raccontato non deve indurre ad esprimere un giudizio negativo su Giustiniano, il quale in realtà fu un grande capo politico, impegnato al massimo nella guida dello Stato tanto da meritare il soprannome d’imperatore insonne. Egli ebbe il merito di riconquistare terre dell’Occidente romano, ch’erano state occupate dai barbari,  ma lo ricordiamo soprattutto per un’opera dalla quale ancor oggi l’umanità trae vantaggio. Con la collaborazione di un insigne giurista di nome Triboniano, raccolse nel cosiddetto “Corpus iuris civilis” (Corpo del diritto civile)  le leggi degli imperatori romani e le interpretazioni degli esperti nel campo del diritto privato, sfrondandole di quanto era superfluo, inopportuno o anacronistico.  E’ risaputo che il diritto, soprattutto quello privato, è quanto di più grande ci abbia trasmesso l’antica Roma. Se ancora oggi nelle Università esso può essere studiato in modo ampio ed approfondito lo dobbiamo al progetto realizzato da Giustiniano. Senza di esso quel patromonio poteva andare perduto.
Teodora, come ho detto, fu preziosa collaboratrice dell’imperatore. A lei si devono, fra l’altro, importanti provvedimenti in difesa delle donne. Innanzitutto fu riconosciuto loro il diritto ad entrare nell’asse ereditario, mentre prima per la successione non erano tenute in considerazione. Inoltre fu approvata una legge, nuova nel suo genere, che puniva con l’esilio gli sfruttatori delle prostitute.  
Teodora era di fede cristiana, ma aderiva al monofisismo, un’eresia, diffusa nelle province orientali, secondo la quale in Gesù la natura divina prevale su quella umana. L’imperatrice avrebbe voluto farne addirittura la religione di tutto lo Stato, ma Giustiniano non approvò quella scelta perché non voleva arrivare ad una rottura con il Papa, che condannava il monofisismo. Sua moglie, tuttavia, continuò ad appoggiare quegli eretici, numerosi nelle province orientali, perché il suo acume politico le diceva che essi potevano diventare validi alleati per l’affermazione dell’autorità imperiale. 
Questa donna ebbe fortissimo il senso della propria femminilità: amava gli abiti eleganti e i gioielli. Ne abbiamo un’eccezionale testimonianza in un bellissimo mosaico che adorna la chiesa di San Vitale a Ravenna. Esso la raffigura nello splendore della sua eleganza e del suo fascino femminile.
Teodora morì nel 548 per un cancro al polmone e il suo corpo fu imbalsamato, come si usava fare con i personaggi di alto rango. Dopo mille anni, cioè nel secolo XVI, un visitatore, entrato con una torcia in mano nella cripta in cui era custodito il corpo dell’imperatrice, si avvicinò troppo e troppo incautamente a quel corpo, che fu raggiunto dalla fiamma e diventò in pochi secondi un mucchietto di cenere.

La concezione dell’Amore in Platone

Alcuni amici, dopo aver letto ciò che ho scritto su Platone, mi hanno chiesto di continuare a parlare di questo grande filosofo. Rosario, in particolare, desidera sapere che cosa sia l’Amore platonico. Accolgo con piacere la loro gentile richiesta.
Gli antichi Greci, essendo pagani, divinizzavano tutte le forze della natura, anche l’amore, che, secondo la loro religione, veniva ispirato dal dio Eros.  Platone dà grande importanza a questa divinità, alla quale attribuisce il merito di mantenere e perpetuare l’esistenza nel mondo.  Read more »

I due mondi di Platone

aristotele-e-platone-luca_della_robbia.jpg Luca della Robbia: I filosofi Aristotile e Platone. Platone fu discepolo di Socrate e maestro di Aristotile (Firenze, Campanile di Giotto)

Cari amici di Albatros, l’argomento che vi presento oggi appartiene alla filosofia e quindi è un po’ impegnativo per chi non ha conoscenza di questa materia. Io, tuttavia, ho cercato di semplificarlo al massimo, per cui leggendo con attenzione chiunque potrà capirlo e trovarlo interessante.

Platone, discepolo di Socrate, è un filosofo ateniese vissuto fra il quinto e il quarto secolo avanti Cristo. Le sue concezioni. oltre ad essere molto importanti nella storia della filosofia, possiedono anche un grande fascino perché talvolta si avvicinano alla poesia. Read more »

La saggezza di Socrate

 socrate.jpg CHI ERA SOCRATE
E’ una bellissima figura quella del filosofo greco Socrate, uno dei più antichi pensatori. Figlio di uno scultore e di un’ostetrica, nacque e visse ad Atene nel quinto secolo avanti Cristo.
Aveva carattere aperto e gioviale, vivace intelligenza, capacità di profondi ragionamenti. Amava l’ironia, nonché le parole scherzose e sarcastiche, era un buon conversatore e un acuto osservatore dei costumi degli uomini, sempre proteso, nelle sue disquisizioni, alla ricerca del bene comune o individuale. Era brutto e trascurato nella persona, in compenso mostrava nelle conversazioni una non comune ricchezza spirituale ed intellettuale con argomentazioni avvincenti e parole piene di fascino. Un suo discepolo, Platone, lo paragonò ad uno di quei tabernacoli ai quali i greci davano aspetto di mostri, ma dentro racchiudevano la divinità. Read more »

Corti, cortigiani e cortigiane

LE CORTI DEL RINASCIMENTO

Attorno ad un sovrano o ad un principe vi è sempre una corte costituita da persone che frequentano il palazzo del potere per collaborare o per ottenere dei vantaggi. Questo vale per tutte le corti di ogni epoca e di ogni paese. Io intendo limitare la mia esposizione alle corti italiane del Rinascimento, ossia di quel periodo storico compreso fra la seconda metà del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento.
Tante corti vi erano allora in Italia perché tanti erano gli Stati grandi e piccoli della nostra penisola. Quelle corti non solo costituivano un centro di potere, ma erano anche sedi di straordinarie attività culturali; infatti i signori si circondavano di eccellenti uomini che potessero aiutarli nell’azione politica, ma aprivano le porte del loro palazzo anche a filosofi, scienziati, poeti, artisti, musici e cantori. Li aiutavano e li incoraggiavano avvantaggiandosi, in compenso, delle opere da loro realizzate.
Questa tendenza a favorire artisti e letterati si chiama mecenatismo (dal nome di Mecenate, che nell’antica Roma, al tempo di Augusto, proteggeva i poeti). Addirittura i signori facevano a gara per avere nelle loro corti gl’intellettuali e gli artisti migliori, i quali rendevano splendidi i loro palazzi e le loro città. L’amore per la cultura e per il bello fu molto sentito anche dai papi del Rinascimento. Fra i personaggi illustri protetti da principi o papi ricordo Sandro Botticelli, Ludovico Ariosto, Leonardo da Vinci, Benvenuto Cellini, Raffaello Sanzio, Michelangelo Buonarroti.

I CORTIGIANI

Coloro che aspiravano a collaborare con il signore (dandogli saggi consigli e curando le relazioni esterne), dovevano possedere un’ampia cultura, soprattutto giuridica, il fascino della parola e la gentilezza del comportamento per essere precisi nei loro giudizi e affabili nel comunicare con gli altri. Il cortigiano doveva essere soprattutto diplomatico per svolgere al meglio i delicati compiti che gli venivano affidati.
Sotto il punto di vista della raffinatezza e della cultura la corte di Urbino era considerata la migliore, tanto che un aspirante cortigiano sentiva l’esigenza di soggiornarvi per qualche tempo allo scopo di perfezionare la sua preparazione e il suo stile di vita. Là venivano accolti, al tempo di Federico di Montefeltro e del figlio Guidubaldo, artisti e pensatori di talento.
Fra i personaggi illustri che frequentarono la corte di Urbino durante il Rinascimento vi fu Baldassare Castiglione, che ne rimase incantato al punto d’ambientarvi la sua famosa opera intitolata “Il Cortigiano”. In essa l’autore insegna come si possa diventare perfetti gentiluomini di corte.
Si deve osservare, tuttavia, che la parola cortigiano è bivalente, perché evoca anche l’immagine di persone che nella corte cercavano vantaggi e favori sferrando gomitate ai loro pari e facendo, per converso, inchini e sorrisi di adulazione al principe e ai suoi più stretti collaboratori. Non c’è dubbio che la corte era il luogo ideale per la proliferazione di simili personaggi.

LE CORTIGIANE
Bivalente è anche il termine cortigiana. In senso assoluto indica la dama che vive a corte o la frequenta assiduamente facendosi apprezzare per intelligenza, saggezza, cultura e buone maniere. Tuttavia nel Cinquecento quella parola servì prevalentemente per indicare le donne che, pur vivendo nell’ambito della corte, moralmente lasciavano a desiderare, quando addirittura non erano vere e proprie prostitute. Queste cortigiane si dividevano in due categorie: vi erano le “cortigiane oneste”, così chiamate perché possedevano buona cultura e avevano rapporti, non sempre amorosi, con intellettuali e uomini di alto rango; altre, invece, erano incolte e propense ai facili amori.
Mentre il Castiglione scrisse “Il Cortigiano” per formare impareggiabili uomini di corte, Pietro Aretino scrisse “I ragionamenti”, un’opera nella quale una madre insegna alla figlia le arti per diventare una perfetta cortigiana, nel senso meno dignitoso della parola. Era un curioso personaggio l’Aretino: frequentando le corti riusciva ad acquisire delle informazioni riservate e poi se ne serviva per ricattare gl’interessati minacciandoli di fare uno scandalo. A volte gli stessi principi ricorrevano al suo aiuto, dietro congrui compensi, per mettere nei guai un avversario politico. Un verseggiatore suo contemporaneo espresse sull’Aretino questo giudizio in versi:

“Di tutti disse mal fuor che di Cristo
scusandosi col dir: “Non lo conosco”.

LE POETESSE DEL RINASCIMENTO

Nell’età del Rinascimento si assiste ad un fenomeno nuovo, che è sociale e culturale al tempo stesso: le donne, che nel passato raramente si erano accostate alla cultura, ora si lasciano attrarre dal suo fascino in un clima di maggiore libertà. Le dame di corte, infatti, partecipano alle conversazioni, assistono alle attività teatrali, tengono corrispondenza con uomini illustri e scrivono libri, soprattutto di poesia.
Le poetesse in quel tempo scrivevano secondo il modello allora imperante, ch’era costituito dal Canzoniere del Petrarca. Quello del petrarchismo nel Cinquecento è, infatti, un capitolo vastissimo. Uomini e donne capaci di scrivere versi subirono spesso l’influenza del cantore di Laura; alcuni di loro, pur tenendo presente quel modello, riuscirono ad essere originali, per cui, anche se non furono grandi poeti, almeno scrissero opere dignitose. Altri, invece, seguendo pedissequamente le orme del Petrarca, ne imitarono gli stati d’animo e l’espressioni, quindi le loro opere vengono considerate semplici esercitazioni poetiche, non più di tanto.
Questo discorso vale anche per le poetesse del Cinquecento, che furono numerose. Ricordo in particolare la signora di Correggio Veronica Gambara, le veneziane Gaspara Stampa e Veronica Franco e infine la nobile romana Vittoria Colonna, donna di grande cultura e d’intensa spiritualità, che ebbe rapporti di amicizia con illustri personaggi, fra i quali Michelangelo Buonarroti.
Fra queste poetesse la più ispirata fu senza dubbio Gaspara Stampa, che ebbe una vita sentimentale intensa, ma in particolare amò fortemente un nobile, Collaltino di Collalto. Questi, dopo una relazione di pochi anni, l’abbandonò arrecandole grande sofferenza. Gaspara scrisse per quest’uomo molte poesie d’amore e di dolore, che sono raccolte nel suo Canzoniere. In esso si può cogliere l’eco della poesia petrarchesca, anche se l’autrice seppe mantenere una voce originale.

I “clerici vagantes” fra Università e osterie

studenti-medievali.jpg  Alcuni studenti medievali seguono la lezione di un maestro

Dal lontano Medio Evo (esattamente dal secoli XII e XIII) ci è giunto un cospicuo numero di canti che prendono il nome di “Carmina burana”. Sono scritti per la maggior parte nel latino semplice di quel tempo; alcuni, invece, sono in tedesco. Carmina in latino significa canti o poesie. Sono detti burana perché furono scoperti in un monastero della Germania che anticamente si chiamava Bura Sancti Benedicti. Sono le canzoni coraggiose o ricche di delicati sentimenti o addirittura licenziose, secondo i casi, che gli studenti medievali cantavano quando erano liberi dagli studi, soprattutto quando s’incontravano nelle osterie. Di alcuni canti è stata tramandata anche la musica.
Questi studenti venivano chiamati “clerici vagantes”, cioè ecclesiastici giramondo, perché affrontavano viaggi lunghissimi e rischiosissimi per seguire le lezioni di un determinato maestro che andava per la maggiore. Se, poi, quel maestro si recava altrove essi non esitavano a seguirlo. Spesso era il maestro che restava nella sua sede, mentre gli studenti si trasferivano per andare ad ascoltarne un altro.
Perché ecclesiastici? Perché le Università in quel tempo sorgevano nelle città per iniziativa di una Cattedrale o di un’Abbazia e per frequentarle gli studenti dovevano essere ammessi alla carriera ecclesiastica prendendo, di solito, gli ordini minori; in altre parole diventavano suddiaconi o diaconi e riuscivano talvolta ad ottenere un beneficio ecclesiastico, che consentiva loro di pagarsi gli studi. Alcune scuole, invece, erano gestite da maestri laici.
Quando pensiamo ai “clerici vagantes” ci viene alla mente l’immagine di giovani dissoluti e scanzonati che se ne stavano spesso nelle taverne a bere, giocare a dadi e rincorrere i piaceri della carne. Non c’è dubbio che avevano interessi di questo genere, ma non era questa la loro occupazione preminente perché gli studenti seguivano con interesse le lezioni dei maestri e s’impegnavano molto nello studio. Per loro sarebbe stato assurdo lasciare le famiglie (in genere benestanti o facoltose) e affrontare disagi e sacrifici senza ottenerne una vantaggiosa contropartita.
Gli studenti medievali erano spiriti liberi, capaci di muovere delle critiche, anche aspre, alle autorità politiche e a quelle religiose; prendevano di mira, in particolare, papi e cardinali, che venivano accusati di simonia e di altri vizi. Vi lascio immaginare quali potessero essere le reazioni della Chiesa davanti ai comportamenti dei “clerici vagantes” e alle accuse che questi le rivolgevano. Essa rispondeva condannando la loro vita errabonda e irregolare, il loro modo di abbigliarsi e togliendo loro i benefici ecclesiastici e la libertà di portare l’abito religioso.
Il fenomeno dei “clerici vagantes” durò fino al Trecento, quando, per le mutate condizioni economiche, sociali e culturali dell’Europa, lentamente andò scomparendo.
I canti degli studenti universitari contenuti nel codice di Bura sono poco più di duecento, tutti anonimi, anche se di alcuni, per varie circostanze, sono stati individuati gli autori. Essi si dividono in tre gruppi: il primo contiene poesie satiriche e polemiche contro il clero ingordo e vizioso o contro il potere politico ingiusto; il secondo contiene poesie a carattere amoroso; nel terzo vi sono componimenti scherzosi o giocosi che inneggiano ai piaceri carnali, al gioco con i dadi, al vino e alla buona tavola.
Per dare un’idea dei canti contenuti nel primo gruppo cito i seguenti versi:

In huius mundi patria
regnat idolatria;
ubique sunt venalia
dona spiritualia.
Custodes sunt raptores
atque lupi pastores.
principes et reges
subverterunt leges

Doctores apostolici
et iudices catholici

student devorare
gregem sibi commissum.

TRADUZIONE:
Regna in questo mondo l’idolatria e ovunque si fa commercio di beni spirituali. I custodi ora rubano e i lupi sono diventati pastori. I re e i principi stravolgono le leggi.
I dottori della Chiesa e i giudici ecclesiastici
tendono a divorare il gregge che hanno avuto in custodia.

Per le poesie d’amore, quelle del secondo gruppo, vi presento la più famosa. L’autore, dopo aver detto che l’amore é una forza irresistibile, fa la distinzione fra amore puro (amor purus), che non tende al soddisfacimento dei sensi, e l’amore misto (amor mixtus) che cerca soltanto i piaceri carnali ed é, pertanto, peccaminoso. Poi porta l’esempio della sua personale esperienza:

Ludo cum Caecilia
nihil timeatis:
sum ut in custodia
fragilis aetatis,
ne marcescant lilia
suae castitatis.

Amoris solamine
Virgino cum virgine;
aro non in semine,
pecco sine crimine.

TRADUZIONE:

Gioco con Cecilia, ma non abbiate timore,
sono come il custode della sua giovane età
perché non si guastino
i gigli della sua purezza.

Nei giochi dell’amore
faccio il vergine con una vergine.
Mi piace arare, ma non seminare,
quindi commetto un peccato veniale, non uno grave.

Fra le poesie del terzo gruppo la più nota é quella intitolata “In taberna quando sumus” (Quando siamo all’osteria), nella quale l’autore tesse le lodi del vino e della vita godereccia. Vi trascrivo i versi più significativi:

In taberna quando sumus,
non curamus quid sit humus,
sed ad ludum properamus,
cui semper insudamus.
……..
Quidam ludunt, quidam bibunt,
quidam indiscrete vivunt.
Sed in ludo qui morantur,
ex his quidam denudantur,
,,,,,,,

Bibit hera, bibit herus,
bibit miles, bibit clerus,
bibit ille, bibit illa,
bibit servus cum ancilla,
bibit velox, bibit piger,
bibit albus, bibit niger,
bibit constans, bibit vagus,
bibit rudis, bibit magus,

bibit pauper et egrotus,
bibit exul et ignotus,
bibit puer, bibit canus,
bibit presul et decanus,
bibit soror, bibit frater,
bibit anus, bibit mater,
bibit ista, bibit ille,
bibunt centum, bibunt mille.

TRADUZIONE:
Quando ci troviamo all’osteria
non ci curiamo più del mondo,
ma pensiamo solo al gioco
che c’impegna moltissimo.

Alcuni giocano, alcuni bevono,
c’è chi si comporta senza decenza.
Ma tra coloro che si accaniscono nel gioco
ci sono quelli che si riducono senza abiti.

Beve la signora e beve il signore,
beve il soldato e beve l’ecclesiastico,
beve questo e beve quella,
beve il servo con l’ancella,
beve il veloce, beve il pigro,
beve il bianco e beve il nero,
beve il tenace e bene l’incostante,
beve l’ignorante e beve il dotto.

Beve il povero e l’ammalato,
beve l’esule e lo sconosciuto,
bene il fanciullo, beve il vecchio,
bevono il vescovo e il decano.
Beve la sorella e beve il fratello,
beve la nonna, beve la madre,
beve questa beve quella
bevono cento, bevono mille.

Questa, invece, é una poesia che esalta i piaceri dei sensi:

Si puer cum puellula
moraretur in cellula
felix coniunctio
amore succrescente,
pari remedio
propulso procul tedio!

Fit ludus ineffabilis
membris lacertis labilis.

TRADUZIONE:

Se un ragazzo e una ragazzetta
se ne stessero insieme in una stanzetta
sarebbe un’unione felice
perchè aumenterebbe il loro amore
e con questo rimedio
si allontanerebbe la noia.
E’ un gioco indescrivibile
di membra, braccia e tenere labbra.

I “clerici vagantes” scomparvero, come ho già detto, per il mutare dei tempi, ma la presenza degli studenti nelle varie sedi universitarie italiane e straniere è stata nei secoli una costante, anzi un crescendo. Allo stesso modo una costante è stata da parte loro l’esaltazione di Bacco e Venere, ossia amore e vino, spesso in forma caricaturale o volutamente eccessiva.

Il mio ricordo del “Papa buono”

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Il 25 gennaio del 2009 si sono compiuti cinquant’anni da quando il papa Giovanni XXIII fece conoscere la sua intenzione d’indire un Concilio della Chiesa. Questa ricorrenza mi ha portato una serie di ricordi legati alla figura di colui che oggi universalmente viene chiamato “il Papa buono”.
Il cardinale Angelo Roncalli, patriarca di Venezia, diventò papa, con il nome di Giovanni XXIII, nel 1959 all’età di settantasette anni. Io ero allora studente di Liceo, in procinto di fondare con alcuni coetanei un’associazione cattolica presso una parrocchia della mia città. Mi piacque darle, con il consenso del parroco e di tutti i soci, il nome del nuovo papa, che ispirava a tutti molta simpatia.
Ogni sera rientravamo a casa insieme al parroco, ch’era un uomo, come direbbe il Manzoni, “di mente e di cuore”, buono e saggio. Strada facendo commentavamo, con la sua guida, le notizie riguardanti il nuovo papa. Si parlava, per esempio, del nome che aveva scelto, malgrado ci fosse stato agli inizi del XV secolo un papa chiamato Giovanni XXIII. Poiché sulla sua legittimità c’erano da secoli forti dubbi,  Papa Roncalli, buon conoscitore della Storia, scelse per il suo nome il numero ordinale XXIII dimostrando che non considerava valida l’elezione del precedente Giovanni XXIII.
Strada facendo parlavamo anche dell’enciclica “Mater et Magistra” (1961), nella quale Papa Roncalli rivolge la sua attenzione al mondo del lavoro con la sollecitudine che al Cristianesimo, religione fondata sull’amore e sulla fratellanza, non deve mancare.  Il nostro buon parroco ci faceva notare tutti gli aspetti positivi di quel documento, frutto della sensibilità che il papa aveva per i problemi sociali.
Un’altra enciclica importante è la “Pacem in terris” (aprile 1963), che affronta il problema dell’armonia fra i popoli in un momento in cui la pace nel mondo era messa in pericolo da attriti internazionali. Dopo le terrificanti esperienze di due guerre mondiali l’umanità sentiva il bisogno di scongiurare una terzo conflitto e il papa con la sua sensibilità si adoperava per la salvaguardia della pace. Per fortuna in quel periodo governava negli Stati Uniti un grande presidente, John Kennedy, proteso pure alla difesa di quel bene inestimabile.
Per chi non lo sapesse si chiama enciclica una lettera solenne nella quale il Papa tratta un argomento importante per la Chiesa o per la società.
Grande attenzione rivolgeva Giovanni XXIII ai sofferenti, come attestano la sua visita ai reclusi di Regina Coeli e quella ai bambini dell’ospedale Bambin Gesù di Roma.  Le prime parole che disse ai carcerati furono queste: “Ecco sono venuto. Mi avete visto. Ho fissato i miei occhi nei vostri, ho messo il mio cuore vicino al vostro cuore…”  Quando andò a trovare i piccoli degenti di un ospedale ebbe parole buone e carezze per tutti. Quella mano che si avvicina alla guancia di un bambino, quel sorriso buono sul volto del Papa sono immagini indimenticabili mostrate dalla televisione, allora all’inizio delle sue trasmissioni a diffusione nazionale. Altro ricordo: quando il papa andò in treno a Loreto per visitare il Santuario della Madonna. L’ho visto affacciato al finestrino intento a salutare sorridente quelli che erano andati a salutarlo. In realtà Giovanni XXIII era sempre sorridente. Quando appariva in televisione si aveva l’impressione che entrasse nelle famiglie, la sua dolcezza e la sua affabilità davano gioia.
Quanto era lieto il papa il giorno in cui furono aperti i lavori del Concilio Vaticano II. La sera, si affacciò per salutare i fedeli che gremivano la piazza sottostante. Avendo visto che in cielo c’era una bella luce, osservò che anche la luna era contenta per quella giornata. Poi, a conclusione del suo breve discorso, chiese ai presenti di fare, tornati a casa, una carezza ai loro figli. E aggiunse: “Dite: questa è la carezza del papa”. Le sue erano parole semplici, piene di umanità e di carità, lo facevano apparire come un amico, una persona cara. Per questo la gente lo ammirava, anzi lo amava.
Che cos’è un Concilio? E’ la riunione di eminenti uomini di chiesa e di teologi che discutono, a volte anche per anni, per mettere a fuoco determinate questioni di vitale importanza per la Chiesa. Ci sono stati concili per combattere delle eresie, per stabilire certe verità o per mettere ordine in seno alla Chiesa stessa.
Al Concilio Vaticano II papa Giovanni  pensò subito dopo la sua elezione, malgrado molti, all’inizio, lo abbiano ritenuto un papa di transizione, che a causa dell’età avanzata avrebbe retto la Chiesa per poco tempo e per gli affari ordinari, niente di più. Errore! Giovanni XXIII fu, invece, un grande innovatore, che seppe liberare la Chiesa da un retaggio antico, ormai in contrasto con i tempi, per proiettarla verso il futuro in condizioni di poter meglio interpretare la società contemporanea. Egli, inoltre, avviò un proficuo dialogo con le altre religioni e con il mondo laico.
Se voglio portare un esempio di poco conto vi parlo dell’anacronistica sedia gestatoria, sulla quale si sono seduti i suoi predecessori per passare in mezzo alla folla dei fedeli ed ora definitivamente messa in disparte dal nuovo papa, che non ama questa pompa e vuole camminare in mezzo alla gente.
Tuttavia l’esempio più significativo è quello del Concilio Vaticano II, attraverso il quale la Chiesa s’interrogò sul suo ruolo nel mondo moderno e sulle esigenze di rinnovamento interno. A quell’assise furono invitati anche i rappresentanti delle altre confessioni cristiane. Era la prima volta che la Chiesa si apriva a quei fratelli separati per instaurare con loro un clima di distensione.
Purtroppo Giovanni XXIII non poté assistere alla conclusione del Concilio perché la morte lo colse prima.  Quella grande eredità fu trasmessa al suo successore, Paolo VI, sotto il cui pontificato il Concilio fu concluso.
E’ merito di quel Concilio l’abolizione della messa in latino, perché la gente deve capire come sta pregando e quindi la liturgia viene celebrata nella lingua del popolo.  E’ stata anche modificata la disposizione dell’altare perché il celebrante sia rivolto verso i fedeli, in quanto la messa non è un rito individuale, ma collettivo. E’ notevole, inoltre, il coinvolgimento dei laici nell’attività della Chiesa.
Giovanni XXIII morì nel giungo del 1963, dopo cinque anni di pontificato. Quando si diffuse la voce che stava molto male, che addirittura stava per morire, uomini di tutto il mondo pregarono per lui con grande fede e grande affetto. Mi colpirono, in particolare, le parole di una persona che si professava non credente: “Nella misura in cui un ateo riesce a pregare io prego per voi.” Ci può essere una preghiera più intensa?
Alcuni mesi più tardi, in novembre, morì tragicamente il presidente Kennedy, anch’egli molto amato in tutto il mondo per le speranze che aveva acceso. Alla fine del 1963 la “Domenica del Corriere” pubblicò nell’ultima copertina di dicembre un’immagine struggente. Raffigurava un campo arato sul quale avanzavano, l’uno accanto all’altro, verso il tramonto del sole, Giovanni XXIII e John Kennedy, due campioni della pace scomparsi nello stesso anno e universalmente rimpianti.
Ogni volta che mi trovo nella Basilica di San Pietro sento il bisogno di scendere nelle Grotte vaticane perché, durante il percorso fra le tombe dei papi, ho l’impressione di camminare nella storia; ogni tomba mi ricorda non solo un papa che ho studiato o del quale ho parlato ai miei alunni, ma tutta la sua epoca. Prima mi faceva bene allo spirito raccogliermi in meditazione davanti alla tomba di Giovanni XXIII; era, ve l’assicuro, un’emozione inesprimibile. Quando Papa Roncalli è stato proclamato beato il suo corpo è stato traslato sopra, nella Basilica. Ora tutti quelli che, a quarantacinque anni dalla sua morte, continuano ad amarlo e a venerarlo attendono che la Chiesa lo proclami santo.   

Il romanzo d’amore di Abelardo ed Eloisa

abelardo-ed-eloisa.jpg Abelardo ed Eloisa scoperti da Fulberto                   

 

 


E’ avvincente la storia d’amore di Pietro Abelardo ed Eloisa. Ed é anche terribile. Accaduta nel secolo undicesimo, cioè quasi mille anni addietro, è rimasta viva nella memoria dei posteri, come avviene per tutti i fatti sorprendenti, che il tempo non riesce a cancellare, anzi li fa entrare nel mito.
Abelardo ed Eloisa sono una celebre coppia d’innamorati vissuti veramente, a differenza di tante altre coppie inventate dai poeti, Di loro ci rimane una raccolta di lettere, nonché la tomba, in Francia, il paese nel quale vissero e morirono. Read more »