L’imperatore di una repubblica

L’imperatore Augusto (63 a. C. – 14 d. C.)
In questo titolo, indubbiamente curioso, per non dire assurdo, ho voluto sintetizzare la strategia di Augusto, che fu a capo di Roma cercando di non fare capire che le libertà repubblicane andavano scomparendo man mano che tutto il potere veniva accentrato nelle sue mani. Egli, infatti, non abolì le varie magistrature della repubblica, ma le lasciò in vigore pur occupandole l’una dopo l’altra.
Il popolo romano, comunque, lo approvava perché ne sperimentava la generosità e finalmente poteva godere di un lungo periodo di pace dopo una serie di guerre intestine che avevano portato lutti e sofferenze di ogni genere.
Questo geniale uomo politico in giovane età si chiamava Gaio Ottavio. Era pronipote di Cesare, che aveva per lui una particolare predilezione; addirittura lo riteneva, per la serietà e l’intelligenza, idoneo a diventare il suo successore. Possedeva buona cultura e amore per la poesia, aveva un bell’aspetto, ma la sua salute era alquanto precaria, tanto che in viaggio era sempre accompagnato dal suo medico personale.
Egli seppe scegliersi ottimi collaboratori (per esempio Agrippa e Mecenate), che gli resero più facile il governo di uno Stato vasto e complesso, qual era quello di Roma, formato da numerosi gruppi etnici. Alle etnie diverse corrispondevano lingue diverse, tradizioni e istituzioni diverse, religioni diverse. Senza contare il grave pericolo costituito dalle popolazioni insediate ai confini, alcune delle quali molto bellicose.
L’ARRIVO DI GAIO OTTAVIO A ROMA
Il giovane Gaio Ottavio irrompe sulla scena politica di Roma all’indomani dell’uccisione di Cesare, nel 44 a. C. quando ancora non ha compiuto i diciannove anni.
Cesare, dopo aver conseguito grandi successi militari, era diventato dittatore a vita e questo non era stato accettato da un buon numero di Romani, che vedevano in pericolo le libertà repubblicane. Non dimentichiamo che a Roma era ancora vivo l’odioso ricordo della monarchia, anche se erano passati vari secoli dalla cacciata dell’ultimo re, Tarquinio il Superbo. Nel 44 a.C. un gruppo di giovani romani, convinti di fare il bene dello Stato, ordì una congiura contro Cesare, che fu ucciso a coltellate nella sede del Senato. I più animosi fra questi giovani erano Bruto e Cassio.
In quella tragica situazione tentò di dominare la scena politica Marco Antonio, che era stato collaboratore di Cesare. Egli durante i funerali lesse il testamento del dittatore ucciso e grande fu la commozione dei presenti nell’apprendere che Cesare lasciava al popolo romano i giardini ai piedi del Gianicolo e ad ogni proletario 300 sesterzi, che potrebbero corrispondere ai cinque/seicento euro di oggi. Una discreta somma per un indigente! Questo atto di generosità fece capire che Cesare, pur avendo preso tutto il potere, intendeva gestirlo nell’interesse del popolo romano, a lui molto caro. Cesare lasciava la maggior parte delle sue sostanze al giovanissimo nipote Gaio Ottavio, adottato come figlio. Questi apprese la notizia della morte cruenta di Cesare ad Apollonia, nella Penisola balcanica, dove si trovava per fare pratica di vita militare, e si precipitò a Roma. Là, nonostante avesse meno di diciannove anni (era nato nel 63 a. C.), non esitò ad affrontare Antonio per ottenere l’eredità che gli spettava e per impedirgli di prendere il potere a Roma. Egli, inoltre, essendo stato adottato da Cesare, aggiunse al suo nome, secondo il costume romano, quello del padre adottivo e si chiamò Gaio Giulio Cesare Ottaviano.
Da questo momento inizia un periodo fitto di vicende politiche e militari che ritengo opportuno sintetizzare al massimo per non creare confusione e non stancare i lettori. Invito chi ne ha interesse a chiedermi degli approfondimenti.
Dopo aver combattuto contro Antonio costringendolo a riparare in Gallia, Ottaviano trova conveniente allearsi con lui per formare, insieme ad un terzo uomo politico di nome Lepido, un triunvirato (il secondo dopo quello di Cesare, Pompeo e Crasso). Insieme avrebbero governato lo Stato romano diviso in tre aree: l’Occidente (ad Ottaviano), l’Oriente (ad Antonio) e l’Africa (a Lepido).
Gli uccisori di Cesare, che avevano sperato inutilmente nell’appoggio del popolo, erano fuggiti da Roma, ma furono inseguiti da Antonio e Ottaviano, ora alleati, e furono sconfitti. Essi per non cadere nelle mani dei vincitori si diedero la morte.
In seguito Antonio ed Ottaviano diventarono di nuovo nemici perché Antonio, stabilitosi ad Alessandria d’Egitto, si era innamorato della regina Cleopatra, che gli aveva dato anche due figli. Egli addirittura donava a Cleopatra parti del territorio romano che da lei venivano cedute ai figli nati dal loro amore. Questo fornì ad Ottaviano il pretesto per combattere contro Antonio e Cleopatra, che nel 31 a. C. furono sconfitti, in una battaglia navale presso Azio, località sulla costa greca. Dopo la sconfitta i due si suicidarono, quindi Ottaviano rimase unico dominatore della situazione politica.
L’ASCESA DI OTTAVIANO AL POTERE
Roma aveva una forma di governo repubblicana e democratica. Repubblicana perché le cariche pubbliche erano affidate a varie persone per un periodo determinato; democratica perché il popolo aveva diritto a partecipare ai Comizi, cioè alle Assemblee popolari che eleggevano alcuni magistrati e approvavano delle leggi. Non si trattava, comunque, di una democrazia nel senso moderno della parola, perché solo apparentemente il potere apparteneva a tutto il popolo, in realtà lo deteneva una ristretta oligarchia di famiglie nobili o benestanti.
Ora Ottaviano tendeva a creare una dittatura fondata sul potere militare, ma i Romani erano troppo legati alla forma repubblicana del loro Stato, quindi mostrare apertamente che tutto il potere era nelle mani di una sola persona sarebbe stato molto rischioso. L’esperienza di Cesare insegnava parecchio a questo proposito. Ottaviano, molto astuto, lasciò in vigore tutte le istituzioni repubblicane, ma giorno dopo giorno le privò del loro valore nel senso che le occupava per controllarle personalmente e fare valere la sua volontà.
All’inizio fu eletto console per dieci anni. I consoli erano due e l’uno poteva mettere il veto all’operato dell’altro, ma Augusto fece in modo che lo affiancasse un collega molto fedele, quindi incapace di contrastarlo.
Poco dopo ottenne le prerogative dei tribuni delle plebe, ossia l’inviolabilità e lo “ius auxilii” (il diritto d’intervenire in aiuto di un plebeo che, essendo stato offeso, si appellava a lui).
In seguito ottenne anche la terza prerogativa dei tribuni della plebe, ossia il diritto di veto, con il quale poteva opporsi ad ogni decisione che non fosse di suo gradimento.
Poi ebbe anche il potere proconsolare, cioè diventò capo della maggior parte delle province (le unità amministrative in cui era diviso il territorio romano).
IL TITOLO DI AUGUSTO
Nel 27 a. C. il Senato conferì ad Ottaviano il titolo di Augusto, che ha il seguente significato: “colui che è venerabile e accresce la grandezza della Patria”. Negli anni successivi egli verrà chiamato solo con questo nome.
In seguito il suo potere proconsolare viene esteso a tutte le province dell’Impero e Augusto conquista un’autorità superiore a quella dei consoli, dei proconsoli e del Senato.
Egli ottenne anche la presidenza del Senato (Princeps senatus) con il diritto a votare per primo. Questo induceva gli altri senatori a seguirne l’esempio per non inimicarselo. Presiedeva anche i comizi, ossia le assemblee del popolo, che approvavano le leggi. Quindi, influenzando il Senato e i Comizi, controllava tutta l’attività legislativa.
Nel 12 a.C. gli venne conferita la carica di Pontefice Massimo, cioè capo del Collegio dei pontefici, che erano custodi e interpreti della tradizione religiosa e giuridica di Roma.
Augusto possedeva anche la potestà censoria. Il censore vigilava sul comportamento dei Romani, una sua nota negativa era sufficiente per interrompere una carriera politica. Pertanto l’imperatore poteva a suo piacimento destituire dall’incarico chi non incontrava il suo favore oppure impedirgli di far parte del Senato o aspirare ad una carica pubblica.
La maggior parte delle entrate dello Stato romano confluivano in una cassa, chiamata Fisco, dipendente direttamente da Augusto, il quale se ne serviva per le pubbliche necessità. A volte per questi fini attingeva anche al suo patrimonio personale.
Ad Augusto spettava anche il diritto di battere monete d’oro e d’argento, mentre il Senato poteva far coniare soltanto quelle di bronzo, meno pregiate.
Nella sua attività politica Augusto era assistito da un Consiglio del Principe, privo di ogni autorità, essendo soltanto un organo consultivo.
Per la protezione dell’imperatore vi era un folto gruppo di guardie che risiedevano nel Pretorio, altro nome del palazzo imperiale, pertanto si chiamavano pretoriani. Il capo di quelle guardie era il Prefetto del pretorio.
I MERITI DI AUGUSTO
Quali furono i meriti di Augusto? Furono tanti, in ogni campo della vita sociale, amministrativa, giudiziaria e militare. Per brevità parlerò solo dei principali.
Innanzitutto quello di avere assicurato, dopo la battaglia di Azio contro Antonio e Cleopatra, una lunga stagione di pace al suo popolo, che aveva sofferto troppo per tutte le guerre civili (fra Mario e Silla, fra Cesare e Pompeo, contro Bruto e Cassio, fra Ottaviano e Antonio). Era quella la cosiddetta Pax augustea e per evidenziare questa felice condizione di vita viene eretto il monumento chiamato Ara pacis Augustae.
In verità sotto Augusto ci furono delle guerre, ma ai confini dell’impero, soprattutto contro i Germani a settentrione e contro gli indomabili Parti ad oriente.
A questo proposito ricordo una pagina luttuosa della storia romana, la grave sconfitta subita nel 9 a. C., ad opera dei Germani nella selva di Teutoburgo. Augusto aveva affidato al generale Publio Quintilio Varo le migliori legioni perché rinsaldasse i confini settentrionali dell’Impero, ma i Germani, guidati da un guerriero astuto e vigoroso di nome Arminio, attirarono i Romani in un tranello e li sgominarono. Sembra che Arminio per quella eroica impresa sia entrato nella leggenda e nella poesia con il nome di Sigfrido, l’eroe nazionale tedesco. Di Augusto, invece, si racconta che dopo la notizia della disfatta si aggirava per le stanze del suo palazzo gridando disperatamente: “Vare, Vare, redde mihi legiones!” (O Varo, o Varo, restituiscimi le mie legioni!)
Altri meriti di Augusto? Egli portò avanti un consistente programma di opere pubbliche. Nacquero allora il Pantheon, il Portico di Ottavia, il Teatro di Marcello, ecc. Roma, rivestita di marmi, diventò più bella, la vita dei Romani si fece più agevole e i disoccupati trovarono lavoro. Vi lascio immaginare la meraviglia del forestiero che, arrivando da una provincia, entrava in quella città splendida per il colore bianco dominante, perché ricca di templi, di terme, di fontane, di palazzi e di svariate altre costruzioni rivestite o realizzate in marmo. Orazio in un suo componimento poetico così cantava: “Alme sol, possis nihil urbe Roma visere maius“ (Fecondo sole, possa tu non vedere mai niente più grande di Roma).
Augusto cercò di rendersi conto di persona dei problemi che affliggevano le popolazioni delle province e per questo a volte soggiornò per anni in alcune di esse.
Poiché considerava l’Italia la parte più importante dell’Impero, cercò di evitarne l’indebolimento arginando il calo demografico, che al suo tempo cominciava ad essere consistente. Affrontò quel problema con una politica in difesa della famiglia promettendo dei premi a chi aveva più di tre figli (quattro se si trattava di liberti, cioè schiavi liberati.) Inoltre gravò di una tassa i celibi e le famiglie che non avevano figli.
Notevole fu anche il contributo che Augusto diede alla cultura. Favorì poeti e scrittori, quali Virgilio, Orazio, Properzio, Tito Livio, che facevano parte del circolo d’intellettuali creato da Mecenate, amico e collaboratore di Augusto. Dico per inciso che dal nome di Mecenate derivano i vocaboli mecenate (protettore degli artisti) e mecenatismo (tendenza a favorire gli artisti e la cultura in genere).
Augusto s’impegnò molto nella salvaguardia della pubblica moralità e nella difesa della religione tradizionale perché era convinto, come tutti i grandi politici, che uno stato moralmente sano e spiritualmente unito si può governare meglio. Vittima di questa sua politica, tendente a restaurare in Roma i buoni costumi del passato, fu anche Giulia, figlia di Augusto dissoluta e viziosa, che costrinse il padre a mandarla in esilio nell’isola di Ventotene. Altra vittima illustre fu il poeta Ovidio, che agli occhi dell’imperatore si era macchiato di una grave colpa a noi sconosciuta (egli parlava di “carmen et error”, un componimento poetico e un errore), pertanto fu mandato in esilio in una località lontana dove rimase fino alla morte.
MORTE DI AUGUSTO E CONCLUSIONI
Augusto non ebbe figli maschi, quindi per la successione fu costretto a pensare a qualche parente prossimo meritevole della sue stima. Purtroppo tutti quelli che aveva giudicato idonei a prendere sulle loro spalle il peso di un così grande impero erano morti prematuramente, alcuni in giovanissima età: il nipote Marcello, al quale aveva dato in sposa la figlia Giulia; il generale Agrippa, valente collaboratore e secondo marito di Giulia; i figli di Agrippa e Giulia, Gaio Cesare e Lucio Cesare. Infine dovette ripiegare su Tiberio (figlio di primo letto della sua terza moglie, Livia), anche se i loro rapporti non erano ottimi.
Augusto morì a Nola, nel 14 d. C. all’età di 77 anni, dopo quasi sessant’anni d’intensa attività politica e quarantacinque anni di governo incontrastato.
In conclusione posso dire che questo imperatore, pur avendo preso tutto il potere nelle sue mani, non fu un dittatore nel senso peggiore della parola perché agì con saggezza, equilibrio e giustizia, pensando esclusivamente al bene del suo Stato e e soprattutto evitando che Roma venisse ancora funestata dalle guerre civili. Per altro tolse poco alla democrazia perché, come ho detto, Roma solo apparentemente era democratica, in realtà il potere era gestito da alcune potenti famiglie.
Con il suo impegno politico Augusto fece sì che Roma svolgesse un’altissima funzione civilizzatrice nei territori conquistati diffondendo la sua cultura letteraria, giuridica e tecnico-scientifica, che l’aveva fatta grande e degna di ammirazione da parte di tutti gli altri popoli.
Posted: giugno 12th, 2010 under Storia.
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