C’era una volta la… prostituzione sacra

Romani con il nome di Venere. A Erice
sorgeva un tempio dedicato a lei.
Nel corso del rito religioso la sacerdotessa del tempio si offriva al re. Questo congiungimento carnale era un atto di devozione verso la dea dell’amore e della fertilità (chiamata Afrodite in Grecia, Venere a Roma, Ishtar presso i popoli mesopotamici) e aveva lo scopo di caricare le persone che lo compivano di energia vitale; questa a sua volta serviva ad accrescere la fecondità di uomini, animali e piante. Ecco perché quell’atto, lungi dall’essere immorale o volgare, era una cerimonia religiosa alla quale gli antichi attribuivano altissimo valore. L’umano, praticamente, si congiungeva con il divino, la terra con il cielo.
Questa pratica era più diffusa nei periodi di pericolo per un popolo (dovuto, per esempio, alla siccità, alla carestia o alla moria di animali).
Il rapporto sessuale nei templi non avveniva soltanto fra il re e la sacerdotessa: infatti per motivi religiosi si concedevano ai visitatori prostitute ospitate in quei luoghi sacri e donne libere in visita al tempio.
In epoca molto antica nella prostituzione sacra l’aspetto religioso prevaleva su quello erotico, mentre in seguito il primo andò sempre più affievolendosi per lasciare prevalere il secondo. Qualche studioso ha pensato che la prostituzione sacra servisse a propiziarsi gli dei con il sacrificio della donna, ossia di un essere debole nella scala sociale, in sostituzione dei sacrifici umani, che si facevano in epoche molto più lontane.
Per gli antichi la prostituzione era una pratica normale; a volte, come si è visto, doverosa. In quei tempi la nudità del corpo umano non creava scandalo; lo stesso si può dire dell’atto sessuale.
E’ degno di essere ricordato quanto avveniva presso gli Assiri. Questi facevano obbligo ad ogni donna di andare una volta nella vita a prostituirsi nel tempio. Nei periodi prescritti le donne, dopo essere giunte nello spazio sacro, si mettevano a sedere e aspettavano che il visitatore facesse la sua scelta buttando una moneta sul grembo della preferita. Questa moneta veniva consegnata in seguito ai sacerdoti perché la conservassero nel tesoro del tempio.
Alcuni templi in questo modo accumularono enormi ricchezze.
E’ ovvio che una donna bella poteva tornare presto in famiglia perché veniva scelta subito. Invece una meno bella impiegava del tempo per saldare il suo debito con la divinità. Vi lascio immaginare quanto dovesse aspettare una donna brutta. Lo storico greco Erodoto dice che l’attesa a volte durava anni.
Erano numerosi i templi dell’area mediterranea nei quali veniva praticata la prostituzione sacra: greci, babilonesi, assiri, fenici, etruschi. Si ricordano in modo particolare il tempio di Venere ad Erice, in Sicilia, e il tempio di Afrodite a Corinto, in Grecia. In quest’ultimo tempio vi era un migliaio di prostitute, chiamate ierodule, che in greco significa schiave sacre. Le loro tariffe erano particolarmente elevate. I bambini nati dai loro rapporti sessuali restavano nel tempio fino ad una certa età, poi venivano allontanati.
La prostituzione sacra fu praticata fino al secolo scorso anche in alcuni templi indiani a beneficio dei pellegrini. Solo nel 1950 le autorità la vietarono.
Presso alcuni popoli vigeva l’usanza di far prostituire dentro l’area del tempio le donne che dovevano ancora sposarsi. Era, questa, la cosiddetta prelibazione, ossia la deflorazione delle ragazze giunte all’età del matrimonio; essa veniva fatta per scaramanzia. Quale pericolo correvano quelle ragazze? Non si sa bene, ma si pensa all’atavico terrore del contatto con il sangue (ricordiamo come venivano emarginate presso alcuni popoli le donne mestruate). Il tabù del sangue che contamina probabilmente induceva i genitori ad offrire la figlia ad un estraneo prima del matrimonio per evitare che una maledizione gravasse sulla sua futura famiglia.
Posted: febbraio 15th, 2010 under Civiltà classica.
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