Letteratura Arte Fotografia - Chiacchierate di Simone con gli amici.

Mitologia

La tragedia di Edipo

Edipo davanti alla Sfinge

 

Fra gli argomenti dei quali si occupa la psicanalisi un posto di rilievo spetta ai complessi, dei quali il più conosciuto è il complesso di Edipo. Con questa espressione si fa riferimento all’attrazione che i figli in tenera età sentono  per il genitore di sesso opposto, per cui considerano l’altro genitore un rivale e inconsciamente arrivano a desiderarne anche la morte. Quando questa condizione riguarda le bambine si parla anche di complesso di Elettra.
Tale fenomeno ha preso questo nome perché un personaggio della mitologia greca inconsapevolmente uccide il padre e sposa la madre, con terribili conseguenze morali. sociali e fisiche a cominciare dal giorno in cui si renderà conto della verità. Questo personaggio tragico è appunto Edipo, figlio non desiderato di Laio, re di Tebe.
Perché figlio non desiderato? Perché l’oracolo di Delfi aveva annunziato a Laio che suo figlio lo avrebbe ucciso e avrebbe sposato la madre. Gli antichi prestavano fede agli oracoli, fermamente convinti che parlassero ispirati dalla divinità. Vi erano anche degli appositi santuari, nei quali i fedeli di recavano per conoscere il loro futuro o altre verità. Il più famoso era il santuario di Apollo a Delfi, dove la sacerdotessa, chiamata Pizia, parlava in nome di quel grande dio.

Laio era andato a Delfi perché voleva sapere per quale motivo sua moglie non riusciva a mettere al mondo un figlio e ne aveva ricevuto quell’avvertimento sconvolgente. Per evitare che avvenissero fatti tanto gravi Laio ripudiò la moglie, ma questa, dopo averlo fatto ubriacare, riuscì a giacere con lui. Frutto di quell’inganno fu la nascita di un bambino, che Laio, memore della profezia, non volle in casa. Egli, pertanto, lo consegnò ad un servo perché lo abbandonasse su un monte. Il servo non ebbe il coraggio di far morire quel bambino innocente e lo affidò ad un pastore, il quale lo portò nella reggia di Corinto, Lì il bambino fu chiamato Edìpo e allevato amorosamente come un figlio dal re e da sua moglie. Pertanto crebbe convinto che quelli fossero i suoi veri genitori.
Un giorno, tuttavia, apprese la terribile profezia che lo riguardava, cioè che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre. 
Il pensiero che avrebbe potuto fare queste due cose orrende lo indusse a restare lontano da Corinto e a peregrinare per tutta la Grecia. In un crocevia ebbe un contrasto con un viandante e, preso dall’ira, lo uccise, Quel viandante era il re di Tebe, Laio, ossia suo padre, che si stava recando al santuario. Uccidendolo Edipo fece, inconsciamente, quanto era stato vaticinato. Poi continuò il suo viaggio alla volta di Tebe.
Nei pressi di quella città esisteva un mostro chiamato Sfinge. Era uno dei mostri dalla natura composita, frequenti nell’immaginario degli antichi Greci, come le sirene, i centauri, i satiri, ecc. La Sfinge aveva corpo di leone, testa di donna, ali di uccello e coda di serpente. Essa era crudelissima; infatti ad ogni persona che le passava davanti poneva un quesito e uccideva chi non le dava la risposta giusta.
Nessuno fino all’arrivo di Edipo a Tebe era riuscito a risolvere gli enigmi della Sfinge; pertanto, dopo la morte di Laio, fu stabilito che alla persona capace di liberare la città da quel mostro non solo sarebbe stato offerto il trono, ma anche la possibilità di sposare la vedova di Laio. Edipo affronta la Sfinge e risolve il seguente enigma da essa proposto: “Qual é la creatura che quando è piccola cammina con quattro piedi, quando è grande cammina con due piedi e quando è vecchia cammina con tre piedi?” Ecco la risposta di Edipo: “Quella creatura é l’uomo.” L’uomo, infatti, da piccolo gattona, quindi cammina con quattro piedi, poi riesce a camminare con le sue gambe, ma in età avanzata, avendo bisogno di un bastone, cammina con tre gambe.
Secondo una tradizione, la Sfinge, sconvolta per la sconfitta, si buttò dalla rupe sulla quale stava accovacciata. Secondo un’altra tradizione fu buttata giù dallo stesso Edipo. In un caso o nell’altro avvenne ciò che i tebani avevano desiderato.
Dico per inciso che quello della Sfinge é il più antico indovinello che si conosca.
Dopo questo successo Edipo fu considerato un eroe ed ebbe diritto a sedere sul trono di Tebe e a sposare la regina Giocasta, che, come sappiamo, era sua madre. In questo modo la profezia dell’oracolo si avverò del tutto.
Fino a quando furono ignari della
terribile verirà che li riguardava Edipo e Giocasta vissero serenamente, anche perché la loro casa fu allietata dalla nascita di quattro figli: due maschi, Etéocle e Polinice, e due femmine, Antìgone ed Ismene.
Un giorno Giocasta raccontava come era morto suo marito, ucciso in un crocevia da un forestiero. Alcuni particolari evidenziati dalla moglie fecero capire ad Edipo ch’era stato proprio lui ad uccidere il re di Tebe, ma ancora non sapeva che quello era suo padre.
In seguito un pastore rivelò ad Edipo qual era la sua vera origine, perché proprio lui lo aveva salvato evitandogli la morte. Avendo ascoltato le parole del pastore, Edipo sentì forte il bisogno di avere completa conoscenza di quella vicenda e ci riuscì attraverso la testimonianza di persone che ne erano al corrente. Capì, pertanto, che Laio era suo padre e che Giocasta era sua madre. Aveva inconsapevolmente ucciso l’uno e sposato l’altra, proprio come era stato profetizzato.
Quando la verità venne alla luce, tragica e terribile, Giocasta s’impiccò ed Edipo, al sommo della disperazione, per castigarsi di quanto aveva fatto si accecò.

Il mito di Edipo fu trattato da vari autori dell’antichità, a cominciare da Omero, e fu portato sulla scena dai grandi tragediografi greci Eschilo, Sofocle ed Euripide. Per alcuni, dopo questa terribile scoperta Edipo, pur affranto dal dolore, continuò a regnare a Tebe; per altri fu scacciato dai figli; per altri, ancora, scelse volontariamente l’esilio accompagnato da una delle figlie. Egli, lasciata Tebe, si recò nell’Attica, dove gli abitanti del luogo avrebbero voluto scacciarlo terrorizzati dalla sua ptresenza, ma il re di Atene, Teseo, lo accolse nella sua reggia. Un giorno Edipo s’incamminò in un bosco sacro e da quel momento di lui non si seppe più nulla.

Una volta ho avuto occasione di dire che la tragedia nasce da un contrasto fra razionale ed irrazionale, ossia fra l’uomo, essere razionale, e una forza superiore, che è ineluttabile, incomprensibile ed imprevedibile, quindi irrazionale. Nella tragedia greca questa forza è il Fato, cioè il destino, al quale nessuno può sfuggire. Il fato era, addirittura, più forte di Giove, il re degli dei. Nella sua lotta contro il Fato l’uomo soccombe. Soccombere non significa necessariamente morire, anche se spesso le tragedie terminano con la morte dei protagonisti; significa anche essere rovinati, emarginati, perseguitati dal rimorso o diventare pazzi. Edipo, per esempio, dopo avere appreso la terribile verità che lo riguardava, continuò a vivere, ma la sua esistenza si svolse all’insegna della disperazione e del rimorso.

Sofocle, nato nelle vicinanze di Atene all’inizio del quinto secolo avanti Cristo, è il drammaturgo che meglio di altri ha presentato la vicenda di Edipo. Questo autore,  grazie alla sua genialità poetica, penetra nell’animo del protagonista per osservarlo mentre la verità si va componendo, tessera dopo tessera, come un mosaico, e per metterne in luce la terribile esperienza. All’eroe tebano Sofocle dedicò due tragedie: “Edipo re” ed  “Edipo a Colono”. La tragedia “Edipo re” si conclude con queste gravi parole messe sulla bocca del Corifeo (il capo del coro):

” O tebani, osservate, questo é Edipo,
il potente, il quale riuscì a risolvere il celebre enigma.
Chi non lo ha invidiato per la sua fortuna?
Ed ecco in quali mali si é trovato.
Nessuno deve considerare felice un uomo
prima che quello sia morto,
prima che concluda un’esistenza senza dolori.

Anche gli artisti greci s’ispirarono al mito di Edipo, soprattutto nella decorazione di vasi, alcuni dei quali sono arrivati fino ai nostri giorni. All’inizio di questa pagina ho inserito l’immagine di Edipo davanti alla Sfinge realizzata su una coppa greca per il vino.

Il mito di Oreste

manifesto6003.jpgIl manifesto di una rappresentazione dell’Orestiade al Teatro greco di Siracusa

Delle numerose tragedie scritte da Eschilo, il famoso drammaturgo greco, a noi ne sono pervenute solo sette.  Fra queste vi è la cosiddetta “Trilogia di Oreste”, chiamata anche Orestea oppure Orestiade; si tratta di un gruppo di tre tragedie in cui la figura dominante é appunto quella di Oreste, figlio di Agamennone e di Clitennestra. Read more »

L’insana passione di Pasifae

pasifaeminotauro.jpg  Pasifae con il piccolo Minotauro in braccio

Nella mitologia ci sono tante vicende amorose, dalle più tenere alle più turpi, ma quella di Pasifae è addirittura disumana, nel senso vero della parola, perché questa donna s’innamorò di un giovane toro e fece di tutto per congiungersi con esso. Secondo la mitologia, Pasifae era figlia del Sole e della ninfa Perseide. Avendo sposato Minosse, re di Creta, era diventata regina di quell’isola, in epoca antica molto potente. Read more »

Il mito di Orfeo ed Euridice

Il poeta latino Ovidio nelle sue Metamorfosi, monumentale opera nella quale narra in versi molti miti greco-romani, ci parla della vicenda di Orfeo ed Euridice. Orfeo era, secondo la mitologia, poeta e musico di eccezionale talento, figlio del dio Apollo (secondo altri di Eagro) e della musa Calliope. Quando suonava la lira incantava non solo gli uomini, ma anche gli animali e la natura in genere. Euridice era la sua giovane e bellissima sposa, che un giorno, correndo per sfuggire ad un tentativo di violenza da parte del pastore Aristeo, inavvertitamente mise il piede sopra un serpente velenoso. Questo le diede un morso che per lei fu fatale. Euridice. infatti, morì e scese nell’Averno, ch’era per gli antichi il regno dei morti.  Read more »

Il ratto di Proserpina

“Il ratto di Proserpina” é una vicenda mitologica ambientata in Sicilia, per l’esattezza nel territorio di Enna. Ce ne parla il poeta latino Ovidio in un’opera intitolata “Metamorfosi”.
Racconta, dunque, quel grande poeta che un giorno nei pressi del lago Pergusa, non lontano dalle mura della città di Enna, si divertiva fra le erbe e i fiori la giovane Proserpina, figlia bellissima della dea Cerere, ch’era la protettrice dell’agricoltura. Read more »

Il mito di Glauco

 Bella la storia di Glauco, e tutta siciliana. Nella nostra isola c’erano molte città di origine greca, nelle quali erano diffuse la religione e la cultura della terra d’origine e quindi anche la mitologia, ma alle storie originarie della Grecia si affiancarono anche quelle nate in Sicilia. Quella di Glauco è una di queste, senza dubbio fra le più suggestive.
Glauco era un giovane di splendido aspetto, figlio di Posidone (Nettuno), dio del mare. Proveniente dalla Beozia, arrivò un giorno in Sicilia, precisamente nella zona di Capo Peloro e vi rimase fino alla vecchiaia procurandosi da vivere per mezzo della pesca. Read more »

La vicenda di Pìramo e Tisbe

E’ bella e commovente  la storia di Piramo e Tisbe ed è stata cantata pure da Ovidio nelle “Metamòrfosi”, anche se appartiene alla cultura persiana.

Piramo e Tisbe erano due giovani babilonesi, entrambi bellissimi, e vivevano in case attigue, pertanto si conoscevano fin da quando erano bambini. Crescendo sentivano ogni giorno di più un’attrazione reciproca, che non tardò a trasformarsi in un forte sentimento d’amore. Purtroppo non avevano la possibilità d’incontrasi perché i loro familiari lo vietavano. Read more »

Per Elena

Cara Elena, tutte le divinità greco-romane erano antropomorfiche, cioé avevano aspetto umano. Esse possedevano anche passioni umane, l`abbiamo visto con Apollo, che freme per amore nel mito che vi ho presentato.

Le ninfe erano divinità minori con  aspetto di fanciulle bellissime, che suscitavano i desideri dei satiri, mostri mitologici con corpo di uomo e zampe di montone; questi tendevano loro degli agguati con la speranza di poterle violentare. Le ninfe, invece, desideravano mantenersi pure. 

Apollo e Dafne

A  Mariù, ad Elena e a tutti quelli che amano i racconti mitologici.

Oggi mi piace parlarvi del mito di Apollo e Dafne. Apollo era un potente dio di bellissimo aspetto, protettore della musica e della poesia, nonché della filosofia e della matematica. Dafne era, invece, una ninfa, figlia del dio marino Peneo. Le ninfe erano divinità femminili che prediligevano i boschi, i monti, i fiumi e le sorgenti d’acqua. Alcune vivevano anche nel mare. Read more »

Il mito di Amore e Psyche

Nella mitologia e nella letteratura si parla di tante coppie d’innamorati (Ero e Leandro, Piramo e Tisbe, Orfeo ed Euridice, Giulietta e Romeo, Ugo e Parisina, ecc.), ma le loro storie sono spesso tragiche, mentre questa è a lieto fine e mi pare adatta per una giornata di festa.

Hanno raccontato i poeti antichi che c’era una fanciulla bellissima, di nome Psiche, la figlia più giovane di un re. Nessuno osava chiederla in sposa perché era considerata per la sua straordinaria bellezza una divinità e quasi veniva dorata. Questo suscitò l’invidia di Venere, dea della bellezza e dell’amore, che mandò sulla terra suo figlio Eros, ossia Amore, con l’incarico di fare innamorare Psiche di una persona che la rendesse infelice per tutta la vita. Read more »