La tragedia di Edipo

Fra gli argomenti dei quali si occupa la psicanalisi un posto di rilievo spetta ai complessi, dei quali il più conosciuto è il complesso di Edipo. Con questa espressione si fa riferimento all’attrazione che i figli in tenera età sentono per il genitore di sesso opposto, per cui considerano l’altro genitore un rivale e inconsciamente arrivano a desiderarne anche la morte. Quando questa condizione riguarda le bambine si parla anche di complesso di Elettra.
Tale fenomeno ha preso questo nome perché un personaggio della mitologia greca inconsapevolmente uccide il padre e sposa la madre, con terribili conseguenze morali. sociali e fisiche a cominciare dal giorno in cui si renderà conto della verità. Questo personaggio tragico è appunto Edipo, figlio non desiderato di Laio, re di Tebe.
Perché figlio non desiderato? Perché l’oracolo di Delfi aveva annunziato a Laio che suo figlio lo avrebbe ucciso e avrebbe sposato la madre. Gli antichi prestavano fede agli oracoli, fermamente convinti che parlassero ispirati dalla divinità. Vi erano anche degli appositi santuari, nei quali i fedeli di recavano per conoscere il loro futuro o altre verità. Il più famoso era il santuario di Apollo a Delfi, dove la sacerdotessa, chiamata Pizia, parlava in nome di quel grande dio.
Laio era andato a Delfi perché voleva sapere per quale motivo sua moglie non riusciva a mettere al mondo un figlio e ne aveva ricevuto quell’avvertimento sconvolgente. Per evitare che avvenissero fatti tanto gravi Laio ripudiò la moglie, ma questa, dopo averlo fatto ubriacare, riuscì a giacere con lui. Frutto di quell’inganno fu la nascita di un bambino, che Laio, memore della profezia, non volle in casa. Egli, pertanto, lo consegnò ad un servo perché lo abbandonasse su un monte. Il servo non ebbe il coraggio di far morire quel bambino innocente e lo affidò ad un pastore, il quale lo portò nella reggia di Corinto, Lì il bambino fu chiamato Edìpo e allevato amorosamente come un figlio dal re e da sua moglie. Pertanto crebbe convinto che quelli fossero i suoi veri genitori.
Un giorno, tuttavia, apprese la terribile profezia che lo riguardava, cioè che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre.
Il pensiero che avrebbe potuto fare queste due cose orrende lo indusse a restare lontano da Corinto e a peregrinare per tutta la Grecia. In un crocevia ebbe un contrasto con un viandante e, preso dall’ira, lo uccise, Quel viandante era il re di Tebe, Laio, ossia suo padre, che si stava recando al santuario. Uccidendolo Edipo fece, inconsciamente, quanto era stato vaticinato. Poi continuò il suo viaggio alla volta di Tebe.
Nei pressi di quella città esisteva un mostro chiamato Sfinge. Era uno dei mostri dalla natura composita, frequenti nell’immaginario degli antichi Greci, come le sirene, i centauri, i satiri, ecc. La Sfinge aveva corpo di leone, testa di donna, ali di uccello e coda di serpente. Essa era crudelissima; infatti ad ogni persona che le passava davanti poneva un quesito e uccideva chi non le dava la risposta giusta.
Nessuno fino all’arrivo di Edipo a Tebe era riuscito a risolvere gli enigmi della Sfinge; pertanto, dopo la morte di Laio, fu stabilito che alla persona capace di liberare la città da quel mostro non solo sarebbe stato offerto il trono, ma anche la possibilità di sposare la vedova di Laio. Edipo affronta la Sfinge e risolve il seguente enigma da essa proposto: “Qual é la creatura che quando è piccola cammina con quattro piedi, quando è grande cammina con due piedi e quando è vecchia cammina con tre piedi?” Ecco la risposta di Edipo: “Quella creatura é l’uomo.” L’uomo, infatti, da piccolo gattona, quindi cammina con quattro piedi, poi riesce a camminare con le sue gambe, ma in età avanzata, avendo bisogno di un bastone, cammina con tre gambe.
Secondo una tradizione, la Sfinge, sconvolta per la sconfitta, si buttò dalla rupe sulla quale stava accovacciata. Secondo un’altra tradizione fu buttata giù dallo stesso Edipo. In un caso o nell’altro avvenne ciò che i tebani avevano desiderato.
Dico per inciso che quello della Sfinge é il più antico indovinello che si conosca.
Dopo questo successo Edipo fu considerato un eroe ed ebbe diritto a sedere sul trono di Tebe e a sposare la regina Giocasta, che, come sappiamo, era sua madre. In questo modo la profezia dell’oracolo si avverò del tutto.
Fino a quando furono ignari della terribile verirà che li riguardava Edipo e Giocasta vissero serenamente, anche perché la loro casa fu allietata dalla nascita di quattro figli: due maschi, Etéocle e Polinice, e due femmine, Antìgone ed Ismene.
Un giorno Giocasta raccontava come era morto suo marito, ucciso in un crocevia da un forestiero. Alcuni particolari evidenziati dalla moglie fecero capire ad Edipo ch’era stato proprio lui ad uccidere il re di Tebe, ma ancora non sapeva che quello era suo padre.
In seguito un pastore rivelò ad Edipo qual era la sua vera origine, perché proprio lui lo aveva salvato evitandogli la morte. Avendo ascoltato le parole del pastore, Edipo sentì forte il bisogno di avere completa conoscenza di quella vicenda e ci riuscì attraverso la testimonianza di persone che ne erano al corrente. Capì, pertanto, che Laio era suo padre e che Giocasta era sua madre. Aveva inconsapevolmente ucciso l’uno e sposato l’altra, proprio come era stato profetizzato.
Quando la verità venne alla luce, tragica e terribile, Giocasta s’impiccò ed Edipo, al sommo della disperazione, per castigarsi di quanto aveva fatto si accecò.
Il mito di Edipo fu trattato da vari autori dell’antichità, a cominciare da Omero, e fu portato sulla scena dai grandi tragediografi greci Eschilo, Sofocle ed Euripide. Per alcuni, dopo questa terribile scoperta Edipo, pur affranto dal dolore, continuò a regnare a Tebe; per altri fu scacciato dai figli; per altri, ancora, scelse volontariamente l’esilio accompagnato da una delle figlie. Egli, lasciata Tebe, si recò nell’Attica, dove gli abitanti del luogo avrebbero voluto scacciarlo terrorizzati dalla sua ptresenza, ma il re di Atene, Teseo, lo accolse nella sua reggia. Un giorno Edipo s’incamminò in un bosco sacro e da quel momento di lui non si seppe più nulla.
Una volta ho avuto occasione di dire che la tragedia nasce da un contrasto fra razionale ed irrazionale, ossia fra l’uomo, essere razionale, e una forza superiore, che è ineluttabile, incomprensibile ed imprevedibile, quindi irrazionale. Nella tragedia greca questa forza è il Fato, cioè il destino, al quale nessuno può sfuggire. Il fato era, addirittura, più forte di Giove, il re degli dei. Nella sua lotta contro il Fato l’uomo soccombe. Soccombere non significa necessariamente morire, anche se spesso le tragedie terminano con la morte dei protagonisti; significa anche essere rovinati, emarginati, perseguitati dal rimorso o diventare pazzi. Edipo, per esempio, dopo avere appreso la terribile verità che lo riguardava, continuò a vivere, ma la sua esistenza si svolse all’insegna della disperazione e del rimorso.
Sofocle, nato nelle vicinanze di Atene all’inizio del quinto secolo avanti Cristo, è il drammaturgo che meglio di altri ha presentato la vicenda di Edipo. Questo autore, grazie alla sua genialità poetica, penetra nell’animo del protagonista per osservarlo mentre la verità si va componendo, tessera dopo tessera, come un mosaico, e per metterne in luce la terribile esperienza. All’eroe tebano Sofocle dedicò due tragedie: “Edipo re” ed “Edipo a Colono”. La tragedia “Edipo re” si conclude con queste gravi parole messe sulla bocca del Corifeo (il capo del coro):
” O tebani, osservate, questo é Edipo,
il potente, il quale riuscì a risolvere il celebre enigma.
Chi non lo ha invidiato per la sua fortuna?
Ed ecco in quali mali si é trovato.
Nessuno deve considerare felice un uomo
prima che quello sia morto,
prima che concluda un’esistenza senza dolori.
Anche gli artisti greci s’ispirarono al mito di Edipo, soprattutto nella decorazione di vasi, alcuni dei quali sono arrivati fino ai nostri giorni. All’inizio di questa pagina ho inserito l’immagine di Edipo davanti alla Sfinge realizzata su una coppa greca per il vino.
Posted: aprile 19th, 2010 under Mitologia.
Comments: 10

