Letteratura Arte Fotografia - Chiacchierate di Simone con gli amici.

Miscellanea

“Il Piccolo Sceriffo” & C.

Nei primi anni Cinquanta ero un ragazzo che leggeva con grande passione i fumetti, proprio come tanti coetanei. E, come tanti coetanei, per motivi facilmente immaginabili, non me ne potevo permettere molti.
Il mio giornalino preferito era quello intitolato “Il piccolo sceriffo”, che presentava le storie illustrate del giovanissimo Kit, protagonista di tante belle avventure.  
  
Kit era figlio di uno sceriffo; aveva una sorella, Lizzie, alla quale era molto legato, e amava una ragazza di nome Flossie.  Una sera il padre di Kit fu ucciso da uno sconosciuto, ma il ragazzo, avendo fiutato la pista giusta, riuscì a catturare l’assassino per assicurarlo alla giustizia. Grande fu l’ammirazione della gente nei riguardi di quel piccolo eroe, al punto che Kit fu acclamato sceriffo. Da quel momento per lui vi fu un continuo lottare contro i criminali in una serie illimitata di rischiose avventure, dalle quali usciva sempre vittorioso. Per i suoi spostamenti si serviva del cavallo Black, uno splendido stallone nero, ed era
sempre accompagnato dal fedele cane  Roki.
Le storie del piccolo sceriffo uscivano a strisce in minuscoli giornali  di poche pagine, che costavano venti lire; una somma non grande, ma ragguardevole sessant’anni addietro per un ragazzino. Si faceva presto a divorare quelle poche pagine e poi si stava ad aspettare con ansia il nuovo numero per un’interminabile settimana.
Il piccolo sceriffo, 2

 

  Una striscia de “Il Piccolo Sceriffo”

Perché con ansia? Perché ogni storia veniva interrotta in un punto cruciale; per esempio, mentre un bandito prendeva la mira per colpire Kit. Santa innocenza! Non sapevo allora che un eroe dei fumetti non poteva morire, infatti la settimana successiva si vedeva che per un verso o per un altro Kit riusciva a salvarsi.  Quegli eroi godevano di una immortalità conferita loro dagli ideatori dei racconti, che spesso erano gli stessi disegnatori.
Nella mia carriera di lettore di fumetti solo un protagonista vidi morire. Era Pecos Bill, eroe leggendario, che un giorno fu prelevato dai “Cavalieri del Cielo”. Questi formavano una lunghissima processione, che iniziava fra le nubi (i più lontani addirittura si confondevano con esse) e scendeva fino al suolo. Poi i Cavalieri del Cielo ripartivano insieme a Pecos Bill, anche lui a cavallo, e si dileguavano fra le nuvole dalle quali erano apparsi.  Quello mi è sempre sembrato un modo gentile per presentare la morte, un’immagine emozionante e molto bella dal punto di vista artistico.
Altri personaggi che popolavano la mia fantasia di ragazzo erano Capitan Miki e i suoi inseparabili compagni di avventure, Doppio Rhum e il Dottor Salasso. Leggevo con piacere, quando ne avevo la possibilità, anche gli “Albi dell’Intrepido” e quelli del “Monello”.

 Capiran Miki e i suoi amici

Capitan Miki era un ranger del Nevada, sempre impegnato, come il Piccolo sceriffo, nella lotta contro i malviventi. Doppio Rhum era un simpatico vecchietto che lo aveva visto crescere e lo amava come un figlio: era bevitore insaziabile di rhum, come il suo soprannome fa capire. Il Dottor Salasso era un medico, inguaribile bevitore come come Doppio Rhum. Faceva eccezione Capitan Miki, il quale beveva solo latte o limonate. “Per tutte le sbornie!” era l’esclamazione tipica di Doppio Rum, mentre il dottor Salasso era solito esclamare: “Per tutte le appendiciti!” oppure “Per mille laparotomie!” Quelle espressioni si coglievano talvolta per le strade sulle labbra dei ragazzini. Si diceva anche “Acc!” quando qualcosa andava male o “Cribbio!”per esprimere meraviglia.

 Un giorno mi trovavo a Trapani in casa di una mia zia, dov’ero andato per trascorrere qualche ora in compagnia di due cugini quasi coetanei. Mentre giocavamo, con mia grande sorpresa scoprii nella loro stanza uno scatolone pieno zeppo di giornaletti di Topolino. La tentazione fu grande e cominciai a leggerli senza indugio.  Mia zia, visto il mio interesse per quei fumetti, me li regalò, perché lei periodicamente svuotava quella scatola per fare posto ad altri giornalini che puntualmente entravano a casa sua. Quello fu per me un dono tanto inatteso quanto gradito e felice portai a casa con una certa fatica il mio piccolo tesoro cartaceo.
Eravamo all’inizio dell’estate. Le scuole si erano chiuse da pochi giorni e quindi ebbi più di tre mesi perr leggere e rileggere i giornaletti dei miei cugini. Quando  mi rivedo, con la memoria, immerso in quelle piacevoli letture, mi ricordo che in una storia di Walt Disney c’era un personaggio appassionato di televisione; egli stava ore ed ore davanti al teleschermo a sorbirsi tutti i film e i telefilm che trasmettevano. Un giorno esclamò soddisfatto: “Che pomeriggio, ragazzi! Quattro film e quattordici telefilm.” Io, parafrasando le sue parole, vorrei dire: “Che estate, ragazzi!  Un gran numero di giornaletti con centinaia di storie bellissime.”

Gli adulti non sempre vedevano di buon occhio i fumetti, perché li consideravano cattivi maestri e fonte di distrazione per gli studenti. Mi ricordo, a questo proposito, che allora frequentavo un’associazione parrocchiale,  nella quale per Carnevale fu organizzato un rogo dei fumetti. Ogni ragazzo era stato invitato a portare i giornalini che aveva a casa; questi vennero, poi, ammucchiati nel centro del cortile e bruciati con un rito che ricordava i roghi della vanità organizzati da Fra’ Girolamo Savonarola a Firenze sul finire del secolo quindicesimo.
Io oggi, a distanza di molti anni, penso che da quelle letture ai ragazzi potevano arrivare soltanto buoni ammaestramenti, perché esaltavano grandi valori, quali l’onestà, la legalità, la lealtà, l’eroismo, valori che non sempre nella realtà vengono rispettati.  I fumetti, inoltre, erano scritti in buon italiano, con un lessico vario ed appropriato, quindi potevano essere un valido sostegno per chi studiava.
Quei giornalini erano per i ragazzi causa di distrazione? Non lo credo, perché nell’Italia uscita da poco dalla guerra i ragazzi generalmente non disponevano di molti soldi e, per conseguenza, non potevano acquistare molti fumetti. Essi se li procuravano, per dirla con gli antichi Romani, “cum grano salis” (con un granello di sale), ossia in quantità minima.

Topolino (Dante) e Pippo (Virgilio) in una pagina dell’Inferno dantesco. Parodia di Walt Disney che risale agli anni Cinquanta.

Topolino. Parodia dell'Inferno

Il settimanale “Giovani”

Copertina GIOVANI

Quand’ero ragazzo scrivevo delle poesie (mi viene la tentazione di dire: “Chi non ha mai scritto poesie scagli la prima pietra”!). Poi l’ispirazione venne meno ed io non feci nulla per costringerla a tornare. Alcune di quelle poesie apparvero su un giornale di Torino intitolato “Giovani”. Era, questo, un settimanale pubblicato dalla SEI (Società Editrice Internazionale), casa editrice torinese d’ispirazione cattolica. 
Educare i giovani al culto del vero, del giusto e del bello era appunto il fine che “GIOVANI” intendeva perseguire. Oggi, pensando a ciò che veniva pubblicato da quel settimanale, posso dire che ci riusciva pienamente.
Era una rivista ricca di pagine e di contenuti, parlava ai giovani e ai giovani dava anche la parola. Di quest’ultimo aspetto si occupava il redattore Vanni Leto, che ricordo con emozione perché godevo della sua benevolenza e questo era per me, adolescente, motivo di gioia e d’orgoglio.
Conobbi questo giornale quand’ero quattordicenne e rimasi suo fedele e appassionato lettore fino all’età di diciassette anni.  Arrivava ogni settimana il giovedì ed io non mancavo mai a quell’appuntamento in edicola. Principalmente perché mi piaceva leggere tutte le cose interessanti che “Giovani” proponeva, ma anche perché, per un verso o per un altro, ci poteva essere qualcosa che mi riguardasse: la pubblicazione di una mia poesia, l’esito di un concorso al quale avevo partecipato, la risposta ad un mio quesito.
In ogni numero c’erano la puntata di un romanzo per ragazzi e alcuni servizi di attualità presentati in forma semplice, chiara, adatta all’età dei giovanissimi lettori. C’erano, poi, numerose rubriche. Una era quella culturale, che presentava con chiarezza argomenti di vario genere; s’intitolava:  “… Et ab hic et ab hoc…” (Prendere da una parte e dall’altra, cioé: un po’ di tutto). Il titolo era in latino perché allora numerosi ragazzi  potevano capirlo. C’erano, inoltre, la rubrica del galateo e quella a carattere scientifico. C’erano poi le risposte ai quesiti che i giovani lettori ponevano; risposte ampie, esaurienti, e pur sempre chiare, fornite da specialisti.
C’era, infine, la pagina delle barzellette, divertentissime.

Parlare del mio rapporto con il giornale “Giovani”, che per tre anni mi ha offerto l’occasione di fare utili e piacevoli letture, per me è oggi motivo di emozione; anche  perché considero questo mio breve scritto un tributo di affetto e di riconoscenza al giornale stesso e a chi lo realizzava. Soprattutto  a Vanni Leto. Quel redattore e il suo giornale hanno avuto un ruolo importante per la mia crescita intellettuale e spirituale negli anni delicati dell’adolescenza, quando non si è più bambini, ma neanche si è ancora adulti. 
Colgo l’occasione per far leggere agli amici di Albatros una mia poesia scritta quando avevo quindici anni (oltre mezzo secolo addietro) e pubblicata dal giornale “Giovani”. S’intitola “Dio” e presenta un’inquietudine spirituale che penso sia comune a molti adolescenti.
Prima di concludere questa presentazione vorrei fare una domanda: anche i miei amici di Albatros leggevano dei giornali quando erano ragazzi? Parlarne sarebbe per loro un emozionante tuffo nel passato. Leggere le loro risposte sarebbe un’esperienza piacevole ed interessante.

La poesia Dio (Giovani)

Atlantide. Mito o realtà?

Thomas Cole, Atlantide

Atlantide come l’ha immaginata il pittore americano Thomas Cole (1801-1848)

Quello di Atlantide è uno dei grandi misteri della storia, per i quali l’uomo non ha mai saputo trovare una spiegazione inoppugnabile. Si tramanda che in tempi molto antichi vi era una grande isola, sede di una raffinatissima civiltà, che per un cataclisma fu sommersa dalle acque e rimase sepolta in fondo al mare. Nessuno sa dire con esattezza se e dove sia esistita quest’isola (che qualcuno, data la sua estensione, chiama continente); pertanto nei secoli è stato un continuo gareggiare da parte di studiosi e di scienziati, o semplicemente di appassionati, per cercare di dare una precisa collocazione a questa terra misteriosa.

Il primo a parlarcene è stato il filosofo Platone, il quale racconta in alcune sue opere che il saggio Solone, trovandosi in Egitto, si vantava delle antiche origini della civiltà ateniese. Uno dei sacerdoti egiziani gli fece notare che c’era stata una civiltà molto più antica, scomparsa improvvisamente in un solo giorno.  Quel sacerdote descriveva nei minimi particolari la conformazione di quella terra e il modo di vivere dei suoi abitanti. Quello era il regno di Atlantide.

Platone presenta quell’isola con queste parole:: “Oltre quello stretto denominato Colonne d’Ercole c’era un’isola più grande della Libia e dell’Asia messe insieme, e da essa si potevano raggiungere altre isole e da queste isole si poteva arrivare alla terraferma, che stava di fronte… In quell’isola, chiamata Atlantide, v’ era un regno che dominava non solo tutta l’isola, ma anche numerose altre isole e alcune regioni del continente che stava di fronte. Il suo potere giungeva, inoltre, al di qua delle Colonne d’Ercole includendo la Libia, l’Egitto e altre regioni dell’Europa… Novemila anni addietro quell’isola e i suoi abitanti scomparvero a causa di uno spaventoso cataclisma.”

In seguito il filosofo passa ad una particolareggiata descrizione dei luoghi dicendo che “dal mare, verso il mezzo dell’intera isola, si estendeva una pianura; la più bella e la più fertile di tutte le pianure, e sorgeva un monte non molto elevato… ”  Atlantide, come c’informa ancora Platone, era caratterizzata dalla presenza di numerosi e ampi canali, possedeva miniere di metalli utili o preziosi e produceva grano e frutti in abbondanza. Il filosofo ateniese ci dice anche che gli Atlantidi costruivano grandi e belle opere pubbliche e che avevano una eccellente organizzazione politico-militare. Essi possedevano un esercito di valorosi guerrieri e, poco prima del cataclisma, avevano perfino tentato di sottomettere la Grecia. 

Alcuni studiosi pensano che quello di Atllantide sia uno dei miti di Platone, il quale a volte amava dare forza ai suoi concetti servendosi di racconti favolosi. In questo mio blog ho parlato una volta del Mito della caverna (Vedi “I due mondi di Platone” in Cultura classica). Altri, invece pensano che Platone abbia ripreso un’antichissima tradizione le cui origini si perdono nella notte dei tempi.

Le leggende e le tradizioni nascono spesso da fatti veri, che con il passare di molto tempo diventano mitici, favolosi, irreali.  Porto l’esempio del diluvio universale; esso fa pensare all’epoca antichissima in cui si sciolsero i ghiacciai con aumento del livello del mare e conseguente scomparsa delle terre meno elevate. Qualcosa del genere può essere accaduto con Atlantide.  Non è assurdo pensare che una raffinata civiltà sia scomparsa per lo scioglimento dei ghiacciai alla fine delle grandi glaciazioni. E’ anche possibile che la causa della sua fine sia stato un fortissimo terremoto seguito da una gigantesca onda anomala, quella che oggi chiamiamo tsunami.

Ammesso che sia veramente esistita,  si deve riconoscere che Atlantide é scomparsa geograficamente, ma ha continuato a vivere nella memoria degli uomini per arrivare a Platone e, attraverso i suoi scritti, fino ai nostri giorni.

 Ora la domanda che gli studiosi si pongono da sempre senza trovare risposta: dove sorgeva Atlantide? Platone dice che si trovava oltre le colonne d’Ercole, ossia dopo lo stretto di Gibilterra, quindi si è pensato alle isole Canarie o alle Azzorre; qualcuno si è spinto più avanti ed é arrivato alla Bolivia. Qualcuno andando ancora più avanti, ha visto Atlantide nella Terra del fuoco, un’isola che si trova s a sud dell’America meridionale. Ci ha messo mano anche un sensitivo, il quale ha “visto” che Atlantide sorgeva nel mar dei Sargassi, che si trova nella parte settentrionale dell’Oceano Atlantico.

C’è, poi, chi è convinto che le colonne d’Ercole non erano nell’odierno Stretto di Gibilterra, ma nel Canale di Sicilia, in tempi remoti meno largo di oggi in quanto alcune terre non erano ancora state sommerse dal mare. In questo caso oltre le colonne d’Ercole si troverebbe una grande isola, la Sardegna, mentre la terraferma di fronte, della quale parla Platone, sarebbe la penisola iberica. E’, dunque, la Sardegna ciò che rimane della mitica Atlantide? E’, per altro, storicamente accertato che in epoca lontana ci fu nel Mediterraneo un fortissimo terremoto seguito da una gigantesca onda anomala,  E’ possibile, dunque, che un vasto territorio di questo mare, abitato da un popolo molto civilizzato, sia stato inghiottito dalle acque.

Recentemente per sciogliere l’enigma di Atlantide si è fatto ricorso alle speciali mappe di Google che, con l’ausilio dei satelliti, riesce a guardare anche nelle profondità marine. Queste osservazioni hanno consentito di scoprire sotto l’Oceano Atlantico, al largo dell’Africa, un’ampia struttura rettangolare simile ad una città. Sarà questa la capitale del mitico regno scomparso?  Se è così vi lascio immaginare la gioia di quelli che credono nell’esistenza di Atlantide (io sono fra questi) e la delusione di chi ha voluto considerare quella terra frutto della fantasia.
Google. comunque, ha negato che l’immagine rilevata nell’Atlantico possa riferirsi ad una città sommersa e ha detto che si tratta, piuttosto, di un effetto ottico.  Basta la smentita di Google a spegnere le illusioni di chi aveva salutato con entusiasmo questo evento? La speranza, si sa, é sempre l’ultima a morire.

Di Atlantide si sono occupati in quasi due millenni e mezzo filosofi e scienziati, a cominciare da Aristotile, che non credette al racconto del suo maestro, Platone. Inoltre questa leggenda ha ispirato anche scrittori. pittori e musicisti. Se ne sono impossessati pure cineasti e fumettisti e, recentemente è entrata anche nei videogiochi.  Nel 2004  le Isole Fær, che costituiscono una regione autonoma del regno di Danimarca, hanno emesso un francobollo dedicato al  mito di Atlantide.

AUGURI A TUTTI GLI AMICI DI ALBATROS

Cari amici, faccio tanti auguri a voi e alle vostre famiglie per un sereno Natale e un meraviglioso Anno 2010.

Colgo l’occasione per farvi leggere una bella poesia di Salvatore Equizzi, che si adatta perfettamente al periodo nel quale ci troviamo. E’ tratta dalla raccolta La civata ed é’ scritta in siciliano. Per chi non ha dimestichezza con questo dialetto aggiungo la traduzione in lingua italiana fatta da Giancarlo Equizzi, nipote dell’autore. 

Albatros si concederà un periodo di riposo durante le prossime feste, quindi ci rivedremo all’inizio del nuovo anno.  A presto. Simone

NATALI

Tuttu è biancura, fridda è la nuttata

ma mai lu celu fu tantu vicinu,

cadi la nivi modda e spinsirata

e chiovi celu, chiovi gersuminu:

La terra si lu cogghi e si nn’appara,

certu pi na gran festa si pripara.

 

L’arvuli nudi nni la fridda terra

avviluti di centu furturati

quantu cchiù ponnu spincinu di ‘nterra

li vrazza ‘mpuviruti e assiccumati

e cc’è nni dd’attu na muta prijera,

l’anima ansiusa di cu soffri e spera.

 

E speranu li ciumi chianciulini

spersi, cunfusi, ‘ngramagghiati e stanchi,

speranu li muntagni sularini

vecchi pinsusi cu li testi bianchi,

spera la terra ca si puru ciata

sutta d’un mantu friddu è vurricata.

 

Ma eccu un primu toccu di campana

vola dicennu: E’ natu lu Missia!

navutru toccu curri, s’alluntana,

e in ogni cori ‘mpinci e tuppulia,

po’ nautri centu e l’ariu chinu chinu

murmura è festa! E’ natu lu Bamminu.

 

Lu sentinu dda ‘nfunnu li pastura

nta sonnu e vigghia, e cridinu sunnari

pirchì cci agghiorna nni la notti scura

e stralunati ‘un sannu a chi pinsari;

po’ currinu a sdrirrutta nni ddu locu

unni una grutta pari tutta un focu.

 

E trovanu, miraculu divinu,

dintra na fridda e nuda manciatura,

vicinu di la matri lu Bamminu

ntra un ghiocu d’occhi ca tuttu ‘nnamura

e dintra a l’occhi beddi di Maria,

cc’è tuttu l’universu ca firria.

 

E’ festa è festa! Unn’era tramuntana

già fici occhiu l’arba di l’amuri,

nescinu l’armaluzzi di la tana

e li spiranzi pigghianu culuri.

La nivi squagghia cadi a stizza a stizza,

si strudi ‘nchiantu pi la cuntintizza.

 

Traduzione:

NATALE

 Tutto è candore, gelida è la notte

ma mai il cielo fu tanto vicino,

cade la neve a fiocchi dolcemente

e piove cielo, piove gelsomino:

la terra lo raccoglie e si fa bella

certo per una gran festa si prepara.

 

Gli alberi spogli nella fredda terra

tormentati da cento fortunali

quanto più possono spingono verso il cielo

i rami senza foglie e rinsecchiti

e c’è in quell’atto una muta preghiera

dell’ansia di chi soffre e spera.

 

E sperano i fiumi piangenti

smarriti, confusi, mesti e stanchi

sperano le montagne solitarie

come vecchi pensosi con le teste bianche

spera la terra che, seppure  respira,

é sepolta sotto un manto di neve

 

Ma ecco un primo rintocco di campana

che annuncia che è nato il Messia!

Un altro rintocco in lontananza

 e in ogni cuore giunge e bussa

poi altri cento e l’aria piene piena

mormora: E’ festa. E’ nato il bambino.

 

Le sentono in lontananza i pastori

fra sonno e veglia, credono di sognare

perché fa giorno nella notte scura

attoniti non sanno a cosa pensare

e poi corrono velocemente in quel luogo

dove una grotta sembra tutta un fuoco

 

E trovano miracolo divino

dentro quella fredda povera mangiatoia

vicino alla madre, il bambino

in un gioco d’occhi che tutto innamora

e dentro gli occhi belli di Maria

ruota tutto l’Universo.

 

E’ festa è festa! Dove tramontava il sole

è sorta l’alba dell’amore

escono gli animaletti dalle tane

e le speranze prendono colore

La neve si scioglie lentamente

e si consuma in pianto per la gioia.

La leggenda della papessa Giovanna

                                          Papessa Giovanna 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

Secondo un’antichissima voce di popolo, nel secolo IX  per due anni, fra l’855 e l’857,  le funzioni di papa furono esercitate da una donna con il nome di Giovanni VIII.  Essa con l’inganno era riuscita a percorrere tutti i gradini della gerarchia ecclesiastica fino al pontificato. Read more »

Leggevate il “Corriere dei Piccoli”?

27-12-1908-corriere-dei-piccoli-primo-numero.jpg

Il primo numero del
“Corriere dei Piccoli” (27 dicembre 1908)

      Quanti di voi da bambini leggevano il “Corriere dei Piccoli”? Io lo leggevo e ne ho un ricordo bellissimo. Era un settimanale per l’infanzia nato, come supplemento al Corriere della Sera, il 27 dicembre 1908. Fu fondato e diretto per molti anni dal giornalista Silvio Spaventa Filippi, ma l’idea era stata di un’educatrice, Paola Lombroso Carrara. Il primo numero ebbe una tiratura di 80.000 copie, mentre negli anni Sessanta arrivò ad essere stampato in oltre 700.000 copie. Direttori rimasti celebri furono, oltre al fondatore, anche Giovanni Mosca, Guglielmo Zucconi e Carlo Triberti. Quest’ultimo si avvalse di autori e disegnatori di grande talento, come Hugo Pratt e Jacovitti. Read more »

Saffo. Il canto dell’amore

alceo-e-saffo-vaso-v-sec.jpg I poeti Alceo e Saffo. Pittura su vaso greco (inizio del V secolo a. C.)

Le liriche di Saffo, poetessa vissuta nei primi secoli della civiltà greca, sono fra le più belle di tutti i tempi.
Nata da nobile famiglia verso la fine del settimo secolo a. C. ad Ereso, nell’isola di Lesbo, Saffo trascorse la sua vita a Mitilene, la città più grande di quell’isola. Se ne allontanò per poco tempo quando fu mandata in esilio in Sicilia. Poiché non risulta che abbia preso parte alle lotte politiche della sua città, si pensa che quel provvedimento mirasse a colpire non lei personalmente, ma la sua famiglia. Read more »

Il Cavalier Marino e la poetica della meraviglia

gb-marino.jpg 

 Nel ‘600 si diffonde in Italia un nuova concezione della poesia, denominata Marinismo dal nome del suo ideatore, Giambattista Marino. Il Marino, spesso chiamato dai contemporanei e dai posteri Cavalier Marino, non concepisce la poesia come manifestazione del sentimento, ma come frutto di virtuosismi verbali, di espressioni sorprendenti. Secondo lui  “è del poeta il fin la meraviglia. Dico dell’eccellente e non del goffo. Chi non sa far stupir vada alla striglia.” La poesia, dunque, non deve emozionare o commuovere, ma deve meravigliare per l’originalità delle immagini, per i sorprendenti giochi di parole, per le ardite metafore. La metafora è un parlare figurato con il quale per indicare un soggetto ne se indica un altro che con quello abbia analogia. Read more »

Il giornale di poesia “Pò t’ù cuntu!”

La testata del giornale

Quand’ero molto giovane scrivevo poesie. Mi viene la tentazione di dire, parafrasando un’espressione del Vangelo: Chi non ha scritto poesie scagli la prima pietra. Ne scrivevo in lingua e in dialetto siciliano. Poi l’ispirazione è venuta meno e non ho fatto niente per costringerla a ritornare, convinto che le forzature sono sempre brutte, soprattutto in poesia, attività spontanea per eccellenza.
Pubblicavo i miei versi dialettali sul giornale palermitano “Pò t’ù cuntu!”, che mi aveva fatto conoscere un amico falegname, poeta di vena fresca e immediata, capace d’improvvisare rime con estrema facilità. La sua bottega, dove volavano alla rinfusa trucioli e versi, era frequentata da altri poeti dialettali ed io, ch’ero il più giovane (avevo soltanto diciassette anni) partecipavo con piacere a quegli incontri.
Il giornale “Pò t’ù cuntu!”, un quindicinale costituito ora da quattro, ora da sei larghe pagine, pubblicava poesie e talvolta prose prevalentemente in dialetto siciliano. Il titolo completo era il seguente: “Pò t’ù cuntu! e (con carattere più piccolo) chiddu ch’un ti piaci ti lu canci” (Poi te lo racconto e quello che non ti piace te lo cambi). Sottotitolo: Quinnicinali poeticu, casalinu, sfacinnatu, murritusu (Quindicinale poetico, casalingo, sfaccendato, irrequieto). Seguiva una simpatica avvertenza: “I lavori non pubblicati sono reperibili presso i cascavaddara della città” (la direzione informava scherzosamente che i lavori non pubblicati potevano essere reperiti presso i venditori di formaggio, perché venivano ceduti a quei commercianti, che li avrebbero utilizzati per incartare la loro merce.
Questo quindicinale era diretto da Peppino Denaro, di Partanna Mondello, che aveva una forte passione per il mare e per la poesia. Infatti era navigante e brillante poeta, stimato e amato da tutti i suoi collaboratori. Egli lo diresse per una quarantina d’anni e vi pubblicò le sue poesie con lo pseudonimo di Turneddu; ma i poeti che si stringevano attorno al suo giornale preferivano chiamarlo, per affetto e riverenza, Patri Turneddu.
Un giorno, trovandomi a Palermo, pensai di andarlo a trovare. Gli avevo detto al telefono ch’ero un collaboratore di “Pò t’ù cuntu” e fui accolto da lui con molta gentilezza. Addirittura mi regalò due sue pubblicazioni con dedica: una raccolta di poesie dialettali intitolata “Scàccani” (risate scroscianti) e una raccolta di prose della quale non ricordo il titolo. Consideravo i libri di Peppino Denaro un dono prezioso, un cimelio, anche perché quell’uomo era un mito fra i poeti dialettali siciliani, ma ebbi la sfortuna di prestarli ad un amico (amico?), che purtroppo non me li restituì più. Oggi li rimpiango ancora.
Nel giornale di Peppino Denaro c’era anche uno spazio riservato alla Posta del Direttore, con la particolarità che le risposte venivano date rigorosamente in versi. Mi ricordo la risposta che diede ad un poeta il quale pretendeva che gli pubblicasse delle poesie senza abbonarsi al giornale. Gli disse così: “Siccome ccà, caru amico, nuddu è fissa, paghi le seggia e ti senti la missa” (Dal momento che qui, caro amico, nessuno è stupido, prima paghi la sedia e poi ascolti la Messa). E’ comprensibile questa richiesta di denaro perché il suo giornale si reggeva in vita con i soldi degli abbonamenti e delle copie vendute nelle edicole palermitane, nonché con le generose offerte dei numerosi amici.
Ad un poeta, le cui poesie non gli erano piaciute, il direttore rispose pure in versi, ma io ricordo solo il senso delle sue parole: Caro amico, i suoi versi erano sdruccioli e sdrucciolarono dentro il cestino.

Peppino Denaro per il suo giornale aveva inventato anche un curioso personaggio chiamato Cecé, un emigrato siciliano residente a Chicago, ma con il cuore e il pensiero sempre rivolti a Palermo, dove aveva lasciato sua moglie, l’adorata Ciolla. Le lettere che le scriveva erano sempre cariche di affetto, ma anche di espressioni scherzose. Una, in particolare, mi è rimasta in mente. Cecé sente il vivissimo desiderio di tornare da sua moglie e quindi scrive per lei questi versi:

Me ne fotto dell’onne aggitate
e dei mari ululanti ed infiti,
me ne torno ai miei patri liti
dove c’è Ciolla che mi aspetta.

Anche Ciolla era ispirata dalla Musa e componeva per il suo “caro amore elettrizzante” questo stornello:

Fior di risicchio,
un acelluzzo mi dicìo all’orecchio
che con le donne fai il bellospicchio,
però se vegno lì ti rompo il secchio.

Credo che il risicchio sia un vocabolo inventato per la rima con bellospichio e per l’assonanza con secchio. La parola secchio é un eufemismo per evitarne una volgare.

Peppino Denaro oltre ad essere il direttore del giornale “Pò t’ù cuntu!”, ne costituiva anche e soprattutto l’anima, la forza vitale. Sotto la sua guida quel giornale non era soltanto una pubblicazione semplice e simpatica, ma un’impareggiabile palestra di poesia dialettale ed un cenacolo ideale, che metteva insieme poeti di tutte le estrazioni sociali e di varia cultura. In quel sodalizio avveniva anche questo: i più colti non si vergognavano di avere spazio nelle stesse pagine degl’incolti e questi ultimi non si sentivano a disagio al confronto con gli altri. Si può pensare ad un esempio più bello di democrazia?
Gli autori a volte erano autentici poeti, altre volte erano soltanto dei verseggiatori. Mi ricordo un aneddoto del mio amico falegname a proposito di una donna che componeva versi debolucci. Egli si riprometteva di scriverle per dirle queste parole improvvisate, com’era nel suo stile: ‘Un sacciu si si schetta o maritata, si chista è ‘na poesia o ‘na nsalata.” (Non so se sei nubile o coniugata, se questa è una poesia o un’insalata).
Poeti valorosi, semplici verseggiatori, lettori che non scrivevano poesie, ma le leggevano con interesse e amore, tutte queste persone, residenti in Italia e all’estero, si sentivano legate a “Pò t’ù cuntu” e al suo direttore da stima e affetto, perché Patri Turneddu nel loro immaginario più che un poeta era addirittura un vate e il suo giornale un punto di riferimento ineguagliabile.
Il giornale “Pò t’ù cuntu!” non si pubblica più da decenni ed ho l’impressione che se ne sia persa la memoria. Il quindicinale di Patri Turneddu fu stampato per circa quarant’anni, fu letto e amato da moltissimi siciliani, fu un fenomeno di cultura e di costume; é triste, dunque, pensare che é caduto nell’oblio. Io per quanto posso cerco di tenerne viva la memoria. Con riconoscenza. Con nostalgia.

Beffe e beffati alla corte di Ferrara

Cari amici, la chiacchierata di alcuni giorni addietro su corti e cortigiani mi ha portato alla mente la figura di un cortigiano vissuto molti secoli addietro nella città di Ferrara, alla corte degli Estensi. Era, questi, il fiorentino Pietro Gonnella, molto intelligente e fortemente dotato di senso dell’umorismo, rinomato per le sue beffe. Era assai caro al marchese Nicolò, che non solo lo stimava molto, ma gli voleva anche un gran bene, in questo ampiamente ricambiato dal suo fedele cortigiano. Oggi nessuno si ricorderebbe più del Gonnella se non lo avessero immortalato nelle loro novelle prima Franco Sacchetti e poi Matteo Bandello.
Tanti aneddoti si raccontano sugli scherzi fatti dal Gonnella ai danni di personaggi della corte, anche del suo signore, ma, fra questi, due, narrati dal Bandello, mi sembrano i più interessanti. Dico per inciso che di Matteo Bandello vi ho presentato alcuni mesi addietro la novella di Ugo e Parisina, rispettivamente figlio e moglie di Nicolò III d’Este, che li face giustiziare perché colti in flagranza di adulterio.
Il Gonnella, contando sulla protezione del suo signore, un giorno si permise di fare una burla addirittura alla marchesa, che voleva conoscere sua moglie, da poco arrivata a Ferrara. Il Gonnella le disse che la poveretta aveva una forte sordità, quindi, parlando con lei, bisognava alzare molto la voce. A sua moglie, invece, disse che la marchesa aveva un pessimo udito, pertanto per farsi sentire da lei doveva gridare. Quando le due donne si trovarono l’una davanti all’altra si misero a parlare ad altissima voce con grande divertimento di chi stava ad ascoltarle.
La marchesa, quando seppe che era stata vittima di uno scherzo, finse di non darsene cura e mantenne con il Gonnella rapporti apparentemente cordiali, ma in cuor suo meditava la vendetta. Un giorno il Gonnella fu attirato con un pretesto nell’appartamento della signora, dove si erano nascoste dame e damigelle che dal Gonnella erano state infastidite. Queste vennero fuori armate di bastoni e gli si fecero attorno per colpirlo. Il Gonnella, avendo capito che la situazione si era messa male per lui, cercò di salvarsi facendo ricorso alla sua proverbiale astuzia. Disse così alla marchesa: “Capisco che cosa mi aspetta e sono rassegnato, ma mi faccia una grazia. Chiedo che le prime a colpirmi siano quelle dame che hanno tradito il marito e quelle donne che, non ancora sposate, hanno avuto un amante. A queste parole le signore e le damigelle non osarono alzare una mano contro di lui perché significava ammettere di essere state disoneste. Mentre ognuna diceva all’altra “Comincia tu! Comincia tu!” il Gonnella approfittò del loro imbarazzo per allontanarsi in fretta.
In un’altra novella il Bandello racconta che il Gonnella accompagnava il suo signore durante una passeggiata lungo il Po. Il marchese soffriva per una fastidiosa febbre quartana (altro nome della malaria), che non è continuativa, ma si presenta in modo intermittente. Visto che nessun medico era riuscito a dargli sollievo, il Gonnella, per il bene del suo signore, pensò di fare ricorso alla medicina popolare, secondo la quale una forte paura poteva portare alla guarigione. Allora, senza nessun preavviso, nel punto in cui le acque del Po non sono alte e pericolose, diede una spinta al marchese facendolo precipitare nel fiume.
Nicolò d’Este purtroppo non gradì quel rimedio inatteso e non richiesto, pertanto fece arrestare e processare il suo cortigiano. La sentenza fu terribile: pena di morte tramite decapitazione.
Nel giorno stabilito per l’esecuzione il Gonnella fu portato dalle guardie sul patibolo con gli occhi bendati e fu costretto ad inginocchiarsi e a poggiare la testa sul ceppo perché il boia lo colpisse. Al momento della decapitazione, piuttosto che la scure, sul capo del Gonnella si abbattè un secchio d’acqua fredda fra le risate di chi era al corrente di quanto sarebbe accaduto.
Il duca in realtà non si era adirato con lui, ma aveva approfittato di quell’occasione per fare questo cattivo scherzo, che al Gonnella costò caro. Infatti il pover’uomo morì d’infarto per la forte paura che aveva preso. Il marchese, che aveva sempre avuto per lui amicizia ed affetto, soffrì molto per l’imprevista conseguenza della sua burla e per molto tempo non riuscì a trovare consolazione.