“Il Piccolo Sceriffo” & C.
Nei primi anni Cinquanta ero un ragazzo che leggeva con grande passione i fumetti, proprio come tanti coetanei. E, come tanti coetanei, per motivi facilmente immaginabili, non me ne potevo permettere molti.
Il mio giornalino preferito era quello intitolato “Il piccolo sceriffo”, che presentava le storie illustrate del giovanissimo Kit, protagonista di tante belle avventure.
Kit era figlio di uno sceriffo; aveva una sorella, Lizzie, alla quale era molto legato, e amava una ragazza di nome Flossie. Una sera il padre di Kit fu ucciso da uno sconosciuto, ma il ragazzo, avendo fiutato la pista giusta, riuscì a catturare l’assassino per assicurarlo alla giustizia. Grande fu l’ammirazione della gente nei riguardi di quel piccolo eroe, al punto che Kit fu acclamato sceriffo. Da quel momento per lui vi fu un continuo lottare contro i criminali in una serie illimitata di rischiose avventure, dalle quali usciva sempre vittorioso. Per i suoi spostamenti si serviva del cavallo Black, uno splendido stallone nero, ed era
sempre accompagnato dal fedele cane Roki.
Le storie del piccolo sceriffo uscivano a strisce in minuscoli giornali di poche pagine, che costavano venti lire; una somma non grande, ma ragguardevole sessant’anni addietro per un ragazzino. Si faceva presto a divorare quelle poche pagine e poi si stava ad aspettare con ansia il nuovo numero per un’interminabile settimana.
Una striscia de “Il Piccolo Sceriffo”
Perché con ansia? Perché ogni storia veniva interrotta in un punto cruciale; per esempio, mentre un bandito prendeva la mira per colpire Kit. Santa innocenza! Non sapevo allora che un eroe dei fumetti non poteva morire, infatti la settimana successiva si vedeva che per un verso o per un altro Kit riusciva a salvarsi. Quegli eroi godevano di una immortalità conferita loro dagli ideatori dei racconti, che spesso erano gli stessi disegnatori.
Nella mia carriera di lettore di fumetti solo un protagonista vidi morire. Era Pecos Bill, eroe leggendario, che un giorno fu prelevato dai “Cavalieri del Cielo”. Questi formavano una lunghissima processione, che iniziava fra le nubi (i più lontani addirittura si confondevano con esse) e scendeva fino al suolo. Poi i Cavalieri del Cielo ripartivano insieme a Pecos Bill, anche lui a cavallo, e si dileguavano fra le nuvole dalle quali erano apparsi. Quello mi è sempre sembrato un modo gentile per presentare la morte, un’immagine emozionante e molto bella dal punto di vista artistico.
Altri personaggi che popolavano la mia fantasia di ragazzo erano Capitan Miki e i suoi inseparabili compagni di avventure, Doppio Rhum e il Dottor Salasso. Leggevo con piacere, quando ne avevo la possibilità, anche gli “Albi dell’Intrepido” e quelli del “Monello”.

Capitan Miki era un ranger del Nevada, sempre impegnato, come il Piccolo sceriffo, nella lotta contro i malviventi. Doppio Rhum era un simpatico vecchietto che lo aveva visto crescere e lo amava come un figlio: era bevitore insaziabile di rhum, come il suo soprannome fa capire. Il Dottor Salasso era un medico, inguaribile bevitore come come Doppio Rhum. Faceva eccezione Capitan Miki, il quale beveva solo latte o limonate. “Per tutte le sbornie!” era l’esclamazione tipica di Doppio Rum, mentre il dottor Salasso era solito esclamare: “Per tutte le appendiciti!” oppure “Per mille laparotomie!” Quelle espressioni si coglievano talvolta per le strade sulle labbra dei ragazzini. Si diceva anche “Acc!” quando qualcosa andava male o “Cribbio!”per esprimere meraviglia.
Un giorno mi trovavo a Trapani in casa di una mia zia, dov’ero andato per trascorrere qualche ora in compagnia di due cugini quasi coetanei. Mentre giocavamo, con mia grande sorpresa scoprii nella loro stanza uno scatolone pieno zeppo di giornaletti di Topolino. La tentazione fu grande e cominciai a leggerli senza indugio. Mia zia, visto il mio interesse per quei fumetti, me li regalò, perché lei periodicamente svuotava quella scatola per fare posto ad altri giornalini che puntualmente entravano a casa sua. Quello fu per me un dono tanto inatteso quanto gradito e felice portai a casa con una certa fatica il mio piccolo tesoro cartaceo.
Eravamo all’inizio dell’estate. Le scuole si erano chiuse da pochi giorni e quindi ebbi più di tre mesi perr leggere e rileggere i giornaletti dei miei cugini. Quando mi rivedo, con la memoria, immerso in quelle piacevoli letture, mi ricordo che in una storia di Walt Disney c’era un personaggio appassionato di televisione; egli stava ore ed ore davanti al teleschermo a sorbirsi tutti i film e i telefilm che trasmettevano. Un giorno esclamò soddisfatto: “Che pomeriggio, ragazzi! Quattro film e quattordici telefilm.” Io, parafrasando le sue parole, vorrei dire: “Che estate, ragazzi! Un gran numero di giornaletti con centinaia di storie bellissime.”
Gli adulti non sempre vedevano di buon occhio i fumetti, perché li consideravano cattivi maestri e fonte di distrazione per gli studenti. Mi ricordo, a questo proposito, che allora frequentavo un’associazione parrocchiale, nella quale per Carnevale fu organizzato un rogo dei fumetti. Ogni ragazzo era stato invitato a portare i giornalini che aveva a casa; questi vennero, poi, ammucchiati nel centro del cortile e bruciati con un rito che ricordava i roghi della vanità organizzati da Fra’ Girolamo Savonarola a Firenze sul finire del secolo quindicesimo.
Io oggi, a distanza di molti anni, penso che da quelle letture ai ragazzi potevano arrivare soltanto buoni ammaestramenti, perché esaltavano grandi valori, quali l’onestà, la legalità, la lealtà, l’eroismo, valori che non sempre nella realtà vengono rispettati. I fumetti, inoltre, erano scritti in buon italiano, con un lessico vario ed appropriato, quindi potevano essere un valido sostegno per chi studiava.
Quei giornalini erano per i ragazzi causa di distrazione? Non lo credo, perché nell’Italia uscita da poco dalla guerra i ragazzi generalmente non disponevano di molti soldi e, per conseguenza, non potevano acquistare molti fumetti. Essi se li procuravano, per dirla con gli antichi Romani, “cum grano salis” (con un granello di sale), ossia in quantità minima.
Topolino (Dante) e Pippo (Virgilio) in una pagina dell’Inferno dantesco. Parodia di Walt Disney che risale agli anni Cinquanta.
Posted: aprile 27th, 2010 under Miscellanea.
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