Letteratura Arte Fotografia - Chiacchierate di Simone con gli amici.

Spazio Amici

Oggi vi racconto una bella storia d’amore

E’ la storia di Elena e Federico, due cari amici miei e di Albatros, che ho conosciuto nel Libro degli ospiti del sito internet Sicilia nel Mondo (www.sicilianelmondo.com). In quel Libro si é formato un folto gruppo di siciliani che vivono in posti anche lontanissimi: nella loro terra, in altre regioni italiane e in vari Paesi stranieri. Essi, parlando di tutto, pian piano  sono diventati amici e qualche volta addirittura s’incontrano.  Io personalmente ho ricevuto nella mia città la visita di Kathy e Totò, che abitano a Bolognetta (PA); di Con e Santina, che vivono in Australia; di Jerry ed Helen, che venivano dal Canada; di Coluccio e Catherine, che si trovano nella Provenza; infine di Elena e Federico, accompagnati da Asja, l’inseparabile bassottina di Elena, che i lettori di Albatros conoscono perché nella sezione Portfolio ho presentato una sua eccezionale performance al Parco.
Federico Vaccaro, per gli amici Fefé, noto ed eccellente poeta in dialetto siciliano, viveva solo, a Palermo; sola viveva, a Torino, Elena Minafò, simpatica siciliana,  di bel carattere e di piacevole conversazione. Un giorno Elena e Fefé  si sono conosciuti in quel Libro degli ospiti, poi si sono incontrati, infine si sono innamorati e presto si uniranno in matrimonio. Stiamo, dunque, all’erta perché c’é nell’aria odore di confetti!
Le fotografie che vi presento sono state scattate recentemente sulla nave che collega Genova a Palermo. Fefé, da perfetto gentiluomo, qual é sempre stato,  in vista delle nozze é andato in Piemonte ed é tornato insieme alla sua promessa sposa, per farle compagnia durante il viaggio in nave.
Quando Elena ha saputo che volevo mettere su Albatros le fotografie della loro traversata mi ha scritto così: “
Sono contenta se mi “regali” una paginetta!!!  Voglio che tutto il mondo sappia che sono felice!!“  Basta guardare le fotografie per capire quanta verità ci sia nelle sue parole.  
Ora il problema della solitudine é di Asja perché, se vuol farsi qualche buona amicizia a Palermo, deve imparare ad… abbaiare in siciliano!

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Fefé ed Elena

“Suor Letizia” – Un racconto di Claudia

Domani sarà celebrato il “Giorno della memoria” per ricordare le vittime del genocidio ai danni degli Ebrei e le persone generose che cercarono di ridurne la gravità. Al tempo stesso si vuole tenere vivo il ricordo di quelle atrocità affinché gli uomini evitino per l’avvenire di ripeterle.
Alla vigilia di questa ricorrenza pubblico per gli amici di Albatros un racconto di Claudia Lo Blundo Giarletta che s’ispira a quelle tristi vicende.
Claudia é una mia amica residente ad Avellino. Dopo aver dedicato molti anni all’attività di Assistente sociale, maturando una non comune esperienza nel campo dei disagi individuali e sociali, oggi, giunta nella cosiddetta “età libera”, continua  a dedicarsi ad un’attività che sempre le é stata congeniale, quella della scrittura. Ha al suo attivo tanti bei racconti, molti dei quali pubblicati nella raccolta “Lei… incompresa o incomprensibile”.  Le sue protagoniste sono spesso donne con problemi esistenziali o con esperienze traumatiche alle spalle. Proprio come suor Letizia, il personaggio principale del racconto che oggi presento agli amici di Albatros.
La sezione “Spazio Amici” di questo blog contiene già due racconti di Claudia intitolati  “Il sabato sera” e “Oltre la mia porta”. 

                                          S U O R    L E T I Z I A

Era stata ammessa al postulandato dopo aver conseguito il diploma magistrale; trascorsi sei mesi, aveva indossato il velo bianco delle novizie e, scaduti i due anni di rito, in una giornata di festa, in compagnia di altre sei giovani, aveva consacrato la propria vita a Dio.
Il vescovo, durante la celebrazione del rito, aveva detto che dai segni esterni si poteva capire che Dio aveva dimostrato il proprio compiacimento nell’accogliere i voti di quelle anime elette regalando loro un tempo particolarmente radioso per una giornata che, pur se all’inizio della primavera, sembrava aver messo in fuga i freddi invernali. 

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Miracolosamente sfuggita alla morte nel campo di concentramento in cui era morta la madre, a circa otto anni era stata accolta in un collegio di suore.  
Durante gli anni successivi aveva trascorso brevi periodi fuori istituto, soggiornando presso parenti e, già studentessa, presso la famiglia di qualche compagna, ma rientrava sempre volentieri in collegio e diceva:
“Come l’uccello che torna al suo nido!”.
Non avrebbe saputo immaginare la propria esistenza in un luogo diverso e le era sembrato giusto entrare a far parte della famiglia di quelle suore che l’avevano tanto aiutata.
Poiché era sempre serena, disponibile con tutti, pronta ad ascoltare gli altri, più che a parlare, al momento del suo ingresso in noviziato le era stato imposto il nome di Letizia: Suor Letizia!
Cosa può fare una giovane che si chiami Letizia, se non essere sempre messaggera di gioia?
Suor Letizia insegnava alle adolescenti non soltanto i programmi scolastici, ma anche quei comportamenti necessari per una crescita equilibrata nella vita personale e sociale.
Lei desiderava che tutte quelle giovani scoprissero il segreto per essere, soprattutto, serene e diceva:
“Quando il cuore è in pace con Dio è in pace anche con il prossimo!”.

   Suor Letizia non amava parlare della propria infanzia; non aveva voluto proseguire gli studi universitari: non le interessavano gli studi filosofici né la incuriosiva imparare a capire la psiche umana secondo gli studi presentati da Freud.
Diceva: “Quando hai Dio, hai tutto!”.
Con il trascorrere degli anni, la vita di suor Letizia sembrava scorrere sempre uguale tanto che ad un osservatore esterno poteva addirittura, sembrare monotona.
Emessi i voti perpetui era diventata Madre Letizia ed il suo cuore amava di un tenero affetto materno tutti quei giovani fiori che per motivi più diversi, si trovavano in collegio.
Ma la sua non era una vita noiosa, anzi era serena, scandita dagli orari imposti dalla regola e dai doveri del suo ufficio: dopo le ore di insegnamento aveva il compito di seguire le adolescenti, quindi scuola al mattino e presenza costante al fianco delle ragazze, al pomeriggio: tra queste due attività la preghiera.

 In un’assolata domenica di maggio, mentre tutto, intorno, era silenzio e quasi tutte le ragazze erano tornate a casa per la giornata di festa, Madre Letizia leggeva in biblioteca; con lei c’era Luisa, poco più che bambina, appena dodicenne.
 Bussarono al portone  d’ingresso. Madre Letizia stava per alzarsi, ma Luisa, più svelta, disse: “Vado io!”.
Madre Letizia le gridò:
“Prima di aprire domanda chi è!”.
Ma Luisa non poteva sentirla, di corsa era giunta al portone.
Madre Letizia si immerse nella lettura; ad un tratto un grido: “Aiuto, aiuto!”.
Madre Letizia si alzò facendo rovesciare, nella fretta, la sedia sulla quale era seduta, e corse nel corridoio adiacente la biblioteca, quello sul quale si apriva il portone  d’ingresso.
“Aiuto Madre, Madre!”.
Dinanzi agli occhi di Madre Letizia si stava svolgendo una scena disgustosa; chi aveva bussato era un uomo con indosso solo il cappotto; stringeva sul proprio corpo nudo, con forza, la piccola Luisa che cercava di svincolarsi mentre le mani di lui si intrufolavano sotto il vestito di lei.
Madre Letizia prese un pesante porta ombrelli che si trovava lì vicino e, con tutta la forza di cui la caricò la sua rabbia, lo tirò addosso all’uomo che cadde a terra.
Le altre Suore giungevano nel momento in cui l’oggetto colpiva pesantemente l’uomo.
Seguì un logico trambusto; Madre Letizia accolse tra le proprie braccia la piccola Luisa ma non si capiva bene chi, delle due, avesse più bisogno di aiuto.
Con gli occhi chiusi, mentre carezzava amorevolmente Luisa, scossa da conati di vomito, Madre Letizia stentatamente ed ansimando diceva:
“Calmati, non pensarci più, è tutto passato; ora conta: uno, due, tre, quattro…”
Improvvisamente Madre Letizia cadde a terra svenuta, sotto gli occhi esterrefatti, delle due consorelle.
Era stata chiamata la polizia ed anche il medico, il quale, accorso prontamente per occuparsi di una bambina spaventata si trovò dinanzi una suora svenuta.
Il medico parlò di stato di shock ed assicurò che il malessere sarebbe stato di breve durata.
“La Madre ha avuto molta presenza di spirito, molto coraggio e ha dovuto fare un gesto contrario alla propria natura benevola” disse. “Adesso ha bisogno di molto riposo, deve stare attenta alla propria salute; deve fare un elettrocardiogramma, perché sembra che il suo cuore sia a pezzi”.
Appena ripresa dallo svenimento, Madre Letizia domandò notizie di Luisa.  
La bambina le andò vicina e le domandò:
“Perché mi ha detto di contare?”.
Madre Letizia la guardò tristemente:
“Non ricordo, non ricordo cosa ho detto!”.

Invece ricordava!
Le era affiorato alla mente ciò che era accaduto ad una bambina di sette o otto anni, prigioniera in un campo di concentramento del quale non ricordava più il nome.
Beatrice ignorava cosa fosse la guerra; sapeva però che a causa della guerra lei era costretta a vivere lontana dalla propria casa, dai compagni. Nel campo dove si trovava con sua madre, Anna, erano tutte donne; il campo non era molto grande. Ogni capanna, come lei chiamava le abitazioni, comprendeva venti letti da campo. Le donne indossavano brutti pantaloni da uomo, con scarpe pesanti e ruvidi cappotti d’inverno; coltivavano la terra sia che vi fosse freddo gelido sia che il sole caldo, sulla pianura, rendesse arida la pelle mentre la testa sembrava sempre sul punto di scoppiare per la pressione del sangue alle tempie.
Se Beatrice domandava notizie del padre, la madre, abbracciandola a sé rispondeva: “La guerra ha portato via papà!”.
“Ma allora la guerra è una brutta cosa?”, aveva domandato una volta la piccola Beatrice.
La madre quasi guardasse lontano, oltre la parete, oltre l’orizzonte, lontano dai campi, aveva risposto:
“Si, perché trasforma gli uomini, uccide non solo la vita, ma anche i sentimenti!”.
Se, talvolta, la figlia chiedeva: “Ma torneremo a vivere come prima?”, e forse il suo cuore di bimba pensava ai compagni o alla sua cameretta, ai giochi, allora la madre, tristemente, rispondeva:
“La guerra trasforma gli uomini e le cose, nulla può essere più come prima!” e forse pensava al marito, ai familiari, a chi li aveva traditi perché avevano aiutato alcuni ebrei, alla sua triste condizione nella quale si trovava costretta a vivere. A volte aveva desiderato la fine, la morte, ma poi si rimproverava: doveva tentare di resistere, a qualunque costo, pur di dare alla figlia la possibilità di vivere. Ma sapeva bene che la sua vita non sarebbe stata più la stessa!
Eppure, Anna, si diceva fortunata: lei aveva ancora la figlia, con sé, mentre altre donne  avevano visto morire i loro figli o erano stati strappati dalle loro braccia imploranti ed ora sembravano soltanto larve umane!

 A volte, di sera, Anna con altre giovani donne, si spogliava dei ruvidi indumenti, indossava abiti femminili, si rimirava in un pezzetto di specchio che le loro compagne si erano suddivise, poi dava  un bacio alla figlia ed usciva dalla ‘capanna’.
La piccola Beatrice, durante quell’assenza, era affidata a Maria, un’anziana donna la cui unica figlia era riuscita a fuggire in America e che aveva trovato, in Anna, una nuova figlia.
Beatrice riusciva a mitigare, in qualche modo, la fame perché la madre, di nascosto dalle altre compagne di sventura, le faceva mangiare del cioccolato o qualche biscotto, ed a volte anche della carne, non importa se fredda. Erano i resti delle cene degli ufficiali alle quali, loro giovani donne, erano chiamate per rallegrare la serata.
La Kapò del piccolo gruppo, Nicole, una giovane donna che, senza tanti sentimentalismi, aveva svelato ad Anna che mai si sarebbe lasciata schiacciare da loro, una sera convinse Anna a condurre con sé la bambina: Beatrice avrebbe potuto mangiare a sazietà; anche se c’era festa, quella sera loro donne non sarebbero state costrette a finire nel letto di qualche ufficiale!
Nicole aveva captato che stava per accadere qualcosa di particolare e subito dopo cena il comando militare, al completo, doveva incontrarsi nella sala riunioni; doveva trattarsi di qualcosa di molto urgente se la riunione non poteva essere rimandata all’indomani!
Anna era a conoscenza, come forse un po’ tutte nella capanna, della relazione di Nicole con il tenente Von Meyer, sapeva anche quanto Nicole subisse quella relazione ma, la giovane le aveva confidato che era preferibile avere un rapporto sempre con lo stesso uomo piuttosto che dover saltare da un letto all’altro. Anna aveva annuito e non aveva mai giudicato male la giovane se, proprio il suo opportunismo, le dava la possibilità di godere di qualche atteggiamento di favore. Rassicurata dalle parole di Nicole, che ci sarebbe stata soltanto una cena tranquilla, Anna, pur se un po’ controvoglia, aveva condotto Beatrice con sé.
Gli uomini del comando avevano mangiato e bevuto in un clima di euforia che ad Anna era sembrato innaturale.
Uno di loro aveva iniziato a palpeggiare una donna ma venne ripreso dal comandante: “Questa sera le signore puttane dormiranno in pace!”.
Tutti gli uomini avevano riso in maniera sguaiata mentre ogni donna, nel proprio intimo, aveva tirato un sospiro di sollievo.

   Quella sera era presente un ufficiale che le donne vedevano per la prima volta; le diverse stellette indicavano il suo grado elevato. Trasudava per la sua grassezza ed aveva bevuto più che mangiato; verso la fine della cena aveva chiesto, più di una volta, notizie sulla bambina, poi aveva detto all’ufficiale seduto alla sua destra:
“Diventerà più bella di sua madre, peccato lasciarla a qualche allocco!”.
Aveva chiamato Beatrice, offrendole del cioccolato; la bambina non voleva andare ma, sotto la spinta di Nicole, si era avvicinata all’uomo. Questi, prima le aveva offerto il cioccolato, poi mentre le carezzava il viso dicendole: “Come sei bella!”, aveva iniziato a toccarla sulle braccia coperte e quindi sulle gambe.
Beatrice aveva cominciato a chiamare la madre, prima debolmente, impaurita da quell’uomo così grosso, poi a voce più forte perché l’uomo era diventato insistente, nonostante lei tentasse di liberarsi da quelle mani che la tenevano prigioniera mentre cercavano di insinuarsi dentro i pantaloncini, sotto la maglietta. Nessuno degli ufficiali si sentiva in grado di riprendere quell’uomo a loro superiore ed Anna accorse:
“No, no, lei no!”.
Con i suoi deboli pugni voleva colpire quell’uomo. Qualcuno degli ufficiali iniziò a ridere di fronte a quel tentativo; il grassone, tenendo sempre stretta a sé la bambina, diede uno spintone ad Anna: “Va via puttana ebrea!”.   Anna cadde sbattendo lo stomaco e la faccia sul duro tavolo apparecchiato.
Beatrice svenne!
Rinvenne sul proprio giaciglio, nella capanna; si vide circondata dalle facce sgomente delle tante donne; chiamò la madre e qualcuno le rispose che la madre non stava bene.
Tutte erano a conoscenza di quanto era accaduto alla sala mensa. Beatrice, invece, sembrava non rendersi conto di nulla: avvertiva attorno a sé mormorii ed agitazione ma forse era troppo piccola per poter capire!
Quasi non riconobbe la madre in quella donna sfigurata che giaceva sul letto dell’infermeria: il medico aveva dovuto estirparle alcuni denti che le si erano conficcati nel palato quando, sbattendo sul tavolo, aveva subito lo spostamento della mandibola destra. Pietosamente, quel medico aveva anche tentato di arrestare un’emorragia interna, ma disponeva di medicine molto limitate ed inadeguate al suo male.
Anna, ormai incapace di parlare, con lo sguardo, affidò la figlia a Maria e l’anziana donna la rassicurò che non l’avrebbe mai lasciata un momento da sola: così durante il giorno con mille modi, la teneva vicina e la sera dormivano nello stesso letto. Quando, durante il giorno, vedeva che la bimba era assorta in pensieri lontani e tristi, specialmente dopo aver fatto visita alla povera madre, Maria le raccomandava:
“Non aver paura, tu non pensare a nulla e conta: uno, due, tre… e vedrai che i tristi ricordi andranno via!”.

   Anna morì tre giorni dopo, angosciata, più che dalle sofferenze, dal pensiero per la piccola figlia che sarebbe rimasta sola. Quello stesso giorno nel campo, giunsero gli Alleati per liberare ciò che era rimasto di quelle povere vite: il sole faceva risplendere d’azzurro il cielo e sembrava dare nuovi colori alla natura intorno ma nessuna, tra quelle donne, riuscì a godere per quella insperata liberazione mentre si recavano a dare l’ultimo saluto alla sfortunata Anna.
Beatrice andò via con la visione della povera madre martoriata ed ora sepolta sotto un’anonima croce di legno.
La piccola fu distaccata da Maria, nonostante questa avesse tentato di condurla con sé, e non la rivide mai più; di lei rimase il ricordo di quell’abbraccio materno al momento del saluto e quel consiglio: “Quando hai paura non pensare, conta, conta, e dimentica quello che è accaduto, dimenticalo!”.
Poi, come tanti altri bambini che la guerra aveva reso orfani, Beatrice fu accolta in un collegio di Suore Educatrici.
Nel suo lettino, la sera, quando i fantasmi sembravano voler forzare la sua memoria con il peso dei loro ricordi, Beatrice piangeva e contava e contando si addormentava.
Col tempo quei fantasmi non diedero più fastidio alla piccola che riuscì a seppellirli con la forza del presente vissuto quotidianamente, dove i ricordi non hanno modo di trovare posto; sarebbero rimasti per sempre sepolti senza quel grido angosciato di Luisa: “Aiuto, Madre, aiuto!”.

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   Lo svenimento aveva salvato Madre Letizia, come l’aveva salvata da piccola, evitandole di vivere da protagonista quella situazione dolorosa.
Nei giorni che seguirono all’accaduto Madre Letizia fu oggetto di molte dimostrazioni di affetto sia da parte delle consorelle che dalle allieve.
Il trambusto per i controlli medici, i colloqui con la polizia, il via vai di chi voleva starle vicino, tutto questo sembrava giustificare il mutato comportamento della suora, divenuta, quasi improvvisamente, triste e pensierosa; sembrava che sul suo volto, sempre sereno e luminoso perché rifletteva la sua pace interiore, fosse calata un’ombra grigia che rendeva la sua pelle opaca e le faceva formare due pieghe attorno alla bocca.
Da questo, le altre capivano che qualcosa era mutato in Suor Letizia.   L’elettrocardiogramma ed un telecuore rivelarono che le condizioni del cuore della suora, anche se ancora giovane di età, richiedevano particolari cure ed attenzioni; al medico sembrava come se in quel cuore, dopo aver subito un brutto attacco in epoca passata,  la recente forte emozione avesse risvegliato un qualcosa che il cuore ingrossato aveva tenuto nascosto e che ora aggravava la situazione.
Madre Letizia fu costretta al riposo; la vita di istituto rientrò nella normalità e lei, trascorrendo molto tempo da sola, ebbe modo di rivedere in se stessa il perché della sua vita presente. In particolare le tornava alla mente una domanda rivoltale, spesso, dalla Madre responsabile delle novizie:
“Perché vuoi diventare suora? Forse ti senti sola? Non hai una famiglia? Rifletti bene, potresti formare una tua famiglia!”.
Ma  la giovane novizia aveva sempre risposto, invariabilmente, che quel tipo di vita non l’attirava perché trovava la propria completezza soltanto nella preghiera e, del resto, era convinta che solo da suora avrebbe potuto dedicarsi alla gioventù.
Ma adesso si scopriva bugiarda e, quel che era peggio, le sembrava di occupare in quella comunità un posto che aveva scelto per proprio comodo, per fuggire dalla vita fuori da quelle mura.
Finalmente, un giorno, trovò il coraggio di aprire il proprio cuore alla Madre Superiora; loro suore amavano accoccolarsi attorno alla Superiora quando scherzavano e lei le riprendeva amorevolmente: “Fate come i bambini!” e le suore rispondevano: “Ma noi siamo bambine, bambine nello spirito!”.
Così, Madre Letizia, seduta a terra, ai piedi della Superiora aprì il proprio cuore raccontando i drammi passati e le lotte recenti.
La Superiora temette di vedere annegare la povera suora in quel mare di dolore e tentò di recarle un po’ di sollievo spirituale anche nei giorni successivi, ma non poté nulla contro la decisione di Madre Letizia di voler tornare nel mondo.
“Forse vuoi sposarti, avere un affetto tutto tuo?”, domandò la Superiora preoccupata per la decisione presa dalla consorella ma, nel contempo, decisa a non ostacolarla.
“No, Madre, io so che tutti i giorni piangerò per essere andata via, perché questa è la mia casa!”.
“Allora, perché vuoi andare?”.
“Devo ritrovare me stessa, il mio passato, il perché della mia consacrazione a Dio!”.
“E dopo?” chiese la Superiora quasi avesse voluto tessere attorno alla suora un filo tenue, in grado però di trattenerla.
“Non so, Madre”, rispose Suor Letizia guardando a terra, poi alzò lentamente lo sguardo e fissò la Superiora con gli occhi calmi anche se velati dalla tristezza, “ma se i ricordi dolorosi del vecchio passato mi stanno portando fuori, spero che i ricordi felici del mio passato più recente mi riconducano qui, perché Beatrice possa continuare a vivere in Suor Letizia!”.

 

Oltre la mia porta – Un racconto di Claudia Lo Blundo

Cari amici, vi presento un racconto nel quale troverete interessanti spunti di riflessione. E’ stato scritto da Claudia Lo Blundo Giarletta, della quale avete già letto un altro racconto (“Sabato sera”) e una poesia (”Amore infinito”). 


                       
      O L T R E   L A   M I A   P O R T A 

 

Pur sapendo che si trattava di un parto della propria fantasia, la visione di un cameriere che gli si inchinava dinanzi per offrirgli un bicchiere d’acqua “calda con lo zucchero, signore” lo indispose. Paolo non amava bere acqua, diceva che gli faceva male allo stomaco ed allora il primo pensiero appena sveglio fu che quella giornata iniziava male. Si alzò di scatto, si diresse in cucina, mise una cialda nella caffettiera automatica e calcolando i minuti per la fuoriuscita del caffè si diresse in bagno. Lo specchio di fronte la porta gli rimandò la visione di un  uomo cadente, con la barba vecchia di almeno tre giorni, i capelli arruffati; si guardò meglio, si passò una mano sul volto, meravigliato della lunghezza della barba, si pettinò i capelli con la mano aperta a pettine poi si ricordò del caffè: “porca…”; di corsa si diresse in cucina mentre si diceva che non avrebbe dovuto lasciare la macchinetta incustodita, avrebbe dovuto farla aggiustare perché non funzionava bene, ogni tanto il getto dell’acqua non si bloccava, continuava a cadere dal tubicino e lui, ora, invece di chiudere il tasto off guardava inebetito: addio caffè, avrebbe dovuto asciugare tutto; si riprese, chiuse il tasto, prese un’altra cialda, mise un altro bicchierino ed aspettò che il caffé uscisse fuori.   I suoi occhi si posarono sui vari  post-it attaccati al frigo e sui pensili: comprare pane, comprare frutta, andare in lavanderia e così avanti; li strappò erano tutti vecchi, cose che aveva fatto, stava strappando l’ultimo, quasi per forza di inerzia, ma si fermò in tempo: telefonare a mamma.   Tentò di provare anche un solo lieve senso di colpa ma non vi riuscì, cosa aveva da dire alla madre? Sto bene.! Tu? Stai bene? La madre conosceva la sua vita, e poi non sapeva mai quando chiamarla: al mattino no, non aveva il tempo, di giorno in ufficio non poteva, la sera.. era troppo stanco, con il cellulare, in autobus lungo il tragitto? Già, per fare sentire agli altri le proprie cose, no, non se ne parlava nemmeno, e poi…cosa avrebbe potuto dirle?    Così i giorni passavano e lui non si decideva a fare quella telefonata, carezzò il foglietto, ritrasse subito la mano e si disse che aveva fatto una cosa sciocca.   Prese il bicchierino con il caffè, bevve!    Puah! Aveva dimenticato lo zucchero.   Guardò l’orologio era in ritardo.    Si vestì, diede uno sguardo al cielo dalla finestra della camera da letto, che colore strano! Di certo avrebbe piovuto anche quel giorno!
Prese l’ombrello, la sua cartella da contabile e, mentre si dirigeva verso la porta d’ingresso, borbottò tra sé e sé qualcosa che risultò incomprensibile anche a lui; il suo pensiero era contro la madre mentre pensava, come ormai gli accadeva da qualche tempo, che avrebbe dovuto trovare un appartamentino in città, più vicino all’ufficio invece che continuare ad abitare in quella vecchia villetta, antidiluviana rispetto alle nuove costruzioni, ma sua madre non si decideva a venderla e lui era costretto a quell’andirivieni.   Aprì la porta d’ingresso, mise fuori un piede pronto a scendere l’unico gradino che lo separava dal suolo del giardino, ma si fermò atterrito.    Attorno a sé tutto era bianco, avvolto in una nuvola consistente, una nebbia strana.    Rabbrividì: questione di un attimo!    Fulmineo rientrò in casa e chiuse la porta mentre il cuore gli batteva per una strana paura. Si riprese dandosi del cretino. Perché? Non aveva mai visto la nebbia?   Riaprì la porta, guardò meglio: la nebbia era sempre li, ma ad altezza d’uomo, al di sopra poteva scorgere il cielo azzurro di un azzurro biancastro che gli procurò un senso di sgomento, al di sopra della nebbia non vedeva nulla attorno a sé, si passò la mano sugli occhi, si diede del cretino, riaprì gli occhi e terrorizzato scappò dentro casa, chiuse la porta,…era malato?   Oltre il gradino di casa non c’era  nulla!   Queste cose capitano nei films, si disse!    Guardò dallo spioncino: le case stavano li, anche gli alberelli del vialetto, che stupido!    Riaprì la porta!    Era un  incubo!    Attorno a lui sopra, sotto, a destra a sinistra c’era solo l’azzurro biancastro del cielo.   Pensò che se fosse stato matto non avrebbe avuto il dubbio di esserlo; pensò che stava male o qualcosa era accaduto al mondo o a lui, riguardò dallo spioncino e…non vide nulla.   Allora pensò di fare l’unica cosa intelligente che gli venisse in mente.    Accese il televisore, accese il computer.   Zapping, zapping, zapping, diamine tutti apparivano tranquilli, parlavano al solito di guerre, di fame, di politica; una miss intervistata, le vendite promozionali, un film.    Andò su Google, aprì i vari link, lesse le  notizie sul mondo simili a quelle sentite alla TV, controllò gli orari dei treni e guardò la mappa del mondo, anche la sua città,  trasmessa in  tempo reale dal satellite, tutto procedeva in  maniera normale.   
Allora decise di mettersi in contatto con l’ufficio, il suo facebook gli dava un segnale negativo, mandò una e mail, chiese l’accesso a vari link, anche quelli in cui giocava a poker nei momenti di pausa in ufficio quando i suoi colleghi andavano al bar o quando andavano a mensa e lui preferiva mangiare un toast prelevato dalla macchinetta: nulla, non riusciva ad avere alcun accesso.   Si diede dello stupido mentre un sorriso fiducioso segnò le sue labbra! Aveva il cellulare! Ecco, c’era la linea!.   Compose il  numero del collega di stanza, ma… il cellulare non squillava più. Compose altri numeri, inutilmente. Ma come era possibile, eppure il cellulare funzionava!   Non sapeva se essere spaventato, sapeva che era dentro una storia strana, un incubo, ma era troppo pragmatico per credere agli incubi, sperò solo che qualcuno lo cercasse. Sedette in poltrona con il telecomando in mano: già, ma chi avrebbe potuto cercarlo?   Il suo collega di stanza avrebbe dovuto preoccuparsi per la sua assenza improvvisa? “Ma no – si disse -  figuriamoci se quel bell’imbusto pensa a me!    Così fresco di laurea in commercio gli aveva sempre dato l’idea di una iena pronta a gettarsi addosso ad una carogna e la carogna sarebbe stato lui, Paolo: il giorno in cui gli sarebbe accaduto qualcosa, quel deficiente esaltato si sarebbe affrettato ad occupare il posto che da 15 anni lui occupava nella ditta.   Forse la sua assenza sarebbe stata notata da qualcuna delle impiegate, che lo guardavano attraverso il corridoio di vetro quando andavano e venivano portando fogli o cartelle, pretesti per fare la passerella davanti ai colleghi scapoli e a quei due già divorziati.    Aveva pensato sovente che qualcuna di loro doveva aver sperato di accalappiarlo, non era poi un uomo da buttare via ed aveva un bel posto, un buono stipendio.    Non le conosceva in particolare, le guardava quasi fossero un blocco di gambe svettanti sui trampoli dei loro tacchi, oppure quando passavano silenziose facendo frusciare i pantaloni.    Per qualcuna di loro, aveva pensato, il matrimonio con il contabile di una ditta non sarebbe stata una cattiva sistemazione per il futuro, avrebbe messo al mondo un paio di ragazzini, il che l’avrebbe costretta a lunghi periodi di assenza dal lavoro, poi magari un giorno gli avrebbe detto che era stanca, stressata e non avrebbe più ripreso il lavoro ed a lui sarebbe toccato sgobbare per loro due e per i figli.   Così aveva deciso che l’unica difesa alla visione di quel temibile futuro fosse quella di non guardarle, di non rivolgere loro la parola se non per questioni strettamente legate all’ufficio e non gli interessava affatto se di lui avrebbero detto quel che si suole dire in questi casi: è un orso!    Lui preferiva essere considerato un orso piuttosto che una preda e, quando le vedeva passare, rideva al pensiero che lui era più furbo di quelle donnette, così come rideva al pensiero delle loro eventuali intenzioni destinate a naufragare nel  nulla.   Seduto in poltrona eliminò anche la possibilità che una di quelle ragazze potesse stare in pensiero per la sua assenza. Nemmeno il capo reparto avrebbe detto nulla per quella improvvisa assenza: in tutti quegli anni di lavoro si era assentato solo rare volte e, se  non aveva potuto comunicarlo subito, era stato dispensato dal farlo perché godeva di fama di lavoratore: una giustificazione all’assenza, gli aveva detto una volta,  anche se in ritardo, andava sempre bene.   Pensò che avrebbe dovuto alzarsi, riaprire la porta e vedere ancora là fuori, ma una sorta di paura, anche se riteneva che fosse irrazionale, gli aveva reso le gambe pesanti come due blocchi.  
Tentò di sollevarsi dalla poltrona facendo leva sui braccioli, guardò il cielo dalla finestra: no quel sinistro biancore azzurrino del cielo era ancora li.    Riprese a fare zapping, la vita si svolgeva nella classica routine dentro quella scatola di 28 pollici, ecco si parlava di malattie, passava la striscia con un  numero telefonico: per parlare con il dr. Mosca telefonate in diretta, pensò: è la mia salvezza! Il cellulare dava il segnale, fiducioso compose il  numero, nulla, come prima, la risposta era un silenzio che ai suoi occhi si presentava come un buco nero senza fondo e non gli permetteva di far arrivare la propria voce.   Era tagliato fuori dal mondo!    Pensò che se questo fatto strano fosse continuato per giorni lui avrebbe finito con il morire di fame.   Era tagliato fuori dal mondo per uno strano sortilegio: riusciva a pensare solo a questo.    Gli venne in mente che il lavoro si sarebbe  ammucchiato sul proprio tavolo e quando sarebbe tornato, se…! Avrebbe trovato tanto arretrato da sbrigare ed avrebbe dovuto chiedere un aiuto, sarebbe stato difficile per lui far capire al capo contabile cosa gli era accaduto, lo avrebbe preso per pazzo oppure avrebbe creduto che avesse fatto il furbo.   Si irritò con il capo contabile! Come si permetteva di pensare così! Cosa ne sapeva il capo contabile di lui?  Lui non avrebbe mai fatto il furbo, era sempre stato una persona onesta, corretta con tutti, si faceva i fatti propri:  aveva fatto sempre una vita quasi monastica, se ne rendeva conto mentre la TV trasmetteva la visione di una guerriglia cittadina: pur di non trovarsi in mezzo a problemi che non lo riguardavano aveva sempre camminato con gli occhi a terra, aveva evitato i luoghi affollati e quelli solitari, la sua vita era l’ufficio, le sue carte, arrivare alla fine dell’orario e, nel tornare a casa, potersi dire che aveva fatto il proprio dovere fino in fondo.   Non gli era mai interessato quel che riguardava gli altri e assumeva un atteggiamento fatalista su quel che accadeva: se era la vita lui non poteva farci nulla, così le notizie gli scivolavano addosso, del resto, e per conseguenza non aveva mai permesso a chiunque di entrare nella propria vita.   Già, ma ora?   Il suo pensiero andò ai vicini di casa ai quali, occhi bassi, rivolgeva sempre un frettoloso buon giorno o buona sera che non poteva dare adito ad una qualunque forma di conversazione.    Si sorprese a pensare chi fossero coloro che abitavano nelle villette adiacenti alla sua.    In una sorta di stato di torpore mentale non seguiva più le immagini televisive, si ritrovò a rimpiangere di  non trovarsi in ufficio e si domandò cosa mai stessero facendo i suoi colleghi a quell’ora, si, perché ormai era sicuro che soltanto lui era stato catapultato in quel mondo strano fuori dalla terra, chissà, forse in un mondo parallelo.   Gli sarebbe piaciuto parlare di questa esperienza al caporeparto, al suo giovane collega di stanza, anche a quella brunetta che passava per il corridoio sempre con passo frettoloso,  anche lei con gli occhi bassi o fissi in un punto indefinito lontano da sé: andava e veniva sempre con in braccio pacchi di carte. Ricordò che una volta i loro sguardi si erano incrociati ed entrambi, quasi in una gara di velocità, vergognosi di essere stati scoperti in quello sguardo, avevano subito abbassato le palpebre, lui era tornato ad isolarsi nei propri numeri. Quella brunetta era sempre seria: si domandò se fosse riuscito a farla sorridere qualora avesse potuto raccontarle questa straordinaria esperienza, si, perché iniziava a non avere più paura di quel che gli accadeva attorno, più passava il tempo e più si convinceva di essere stato, forse, fortunato, catapultato in un’avventura nuova, di quelle che leggi sui libri o vedi al cinema.   Le gambe non erano più due massi di pietra, le mosse con circospezione e, di nuovo poggiandosi sui braccioli della poltrona, guardò: il cielo era ancora li!   L’euforia di un momento prima passò dalla sua mente, il suo sguardo rivolto al cielo si fece apprensivo: si, va bene vivere un’avventura straordinaria, trovarsi in una dimensione extraterrestre, extrasensoriale, extra di qualunque cazzata, ma lui cosa avrebbe fatto?    Tutto quel che si era detto sulla possibilità di raccontare quei  momenti svanì in una bolla di paura che poco per volta lo circondò, lo immobilizzò, lo fece precipitare in un’ansia che, a misurarla, gli sembrò più profonda di quel buco nero che aveva creduto di vedere all’inizio: allora capì una semplice una cosa: era solo!   Era solo, sarebbe rimasto solo, forse sarebbe morto solo e nessuno avrebbe saputo nulla di lui, anzi nessuno si sarebbe interessato di lui. Nessuno, perché non aveva permesso ad alcuno di interessarsi di lui, di preoccuparsi.    Come poteva pensare che adesso le cose potessero cambiare, forse ne avrebbero parlato in maniera infastidita, avrebbero detto di lui quello che altre volte lui aveva mormorato, pur se a denti stretti: ‘Ma si, che vuoi che me ne importi!’   Avrebbero detto così?    Si alzò senza rendersene conto, doveva andare  riaprire la porta di casa, voleva vedere, non poteva rimanere inoperoso.   Passò davanti all’angolo cucina vide il biglietto attaccato al frigo.’Telefonare a mamma ’ .   Mamma! Ecco chi avrebbe avuto un pensiero per lui, sua madre!    Si sarebbe preoccupata non sentendolo al telefono: ma cadde seduto su una sedia. No nemmeno sua madre avrebbe pensato di cercarlo, lei era abituata ai suoi lunghi silenzi, viveva di certo tranquilla e forse quando avrebbe deciso di telefonargli sarebbe stato troppo tardi.  “ Che cosa buffa – pensò -  ho sempre  creduto di farcela da solo, mi dava fastidio tutto quel parlottare, ridere, criticare, raccontare, il sorriso che credevo falso, gli abbracci nei quali temevo si nascondessero pugnalate, gli amori che avevano come fine un interesse; volevo essere libero, io con me stesso! Ed ecco ora vorrei almeno un canarino al quale dire cip cip per sentirmi ripetere cip cip.    A che serve vivere, forse è meglio farla finita, scoprire subito cosa c’é fuori, dietro quella porta alla quale nessuno ha mai bussato e nessuno busserà più, tanto vale farla finita.”   Apri la porta, si buttò fuori e…rotolò a terra.   Passava il solito vicino di tutte le mattine alla stessa ora, che dopo un rapido sguardo sorpreso stava passando dritto, ma una voce innaturale, quella di Paolo, lo bloccò.“Per favore,  mi scusi, può darmi una mano?”   

Le memorie di un emigrato siciliano in Australia

Il giorno 9 gennaio Con Lo Giudice, un siciliano che da molti anni vive in Australia, mi ha mandato uno scritto in cui racconta la sua esperienza di emigrato. Ha voluto raccontare le sue memorie in occasione del 44° anniversario della sua partenza dalla Sicilia. Io ho trovato nelle sue parole sentimenti che ritengo comuni agli emigrati di ogni tempo e di ogni paese: il forte desiderio di assicurarsi un lavoro redditizio e un avvenire più prospero rispetto a quello che avrebbero avuto restando a casa; la nostalgia della terra d’origine, nonché di persone e cose care lasciate in essa; il tentativo di conservarne usi e costumi da trasmettere ai figli e ai nipoti, il bisogno di ritornarvi di tanto in tanto per respirare “aria di casa”; la ferma volontà di affermarsi nel lavoro e d’integrarsi nel nuovo contesto sociale imparandone innanzitutto la lingua.
Con ha scritto come sa scrivere chi ha lasciato da moltissimi anni l’Italia e raramente gli capita di parlare la nostra lingua. A me é sembrato giusto rispettare la spontaneità della sua espressione, anche se ho dovuto fare qualche indispensabile ritocco.
La collaborazione ad Albatros è riservata a coloro che io invito personalmente, ma per Con ho fatto un’eccezione, perché il suo scritto, che apre una finestra sulla vita degli italiani all’estero, mi è sembrato molto interessante. 

DALLA “MARENEVE” AL SOUTHERN DOWNS

di Con Lo Giudice
      

Dedico questo scritto alla mia cara defunta mamma, Rosa Vecchio 

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Con festeggia il suo sessantesimo compleanno

INTRODUZIONE  -  Come migliaia di emigranti ho seguito l’esempio di mio nonno, emigrante come lui, non per disprezzare la nostra Sicilia, ma perché quell’epoca ci rendeva la vita difficile per la scarsa economia che si presentava nel Mezzogiorno. Moltissimi Italiani, e anche noi Siciliani, eravamo costretti a cercare una vita migliore altrove, nelle Americhe, in Africa e in Australia. Però la nostra Cultura, le nostre usanze, l’amore in famiglia, la nostalgia della nostra terra nativa e il tricolore italiano rimangono fieramente nei nostri cuori.
L’Australia mi ha dato un avvenire e Amore, la Sicilia mi ha dato la vita e il Cuore (per me sono tutt’e due il sangue nelle mie vene). Il titolo “La Mareneve” rappresenta la strada dal mare alla neve dell’Etna, che traversa Linguaglossa, mentre il Southern Down sarebbero le pianure e colline dove risiedo adesso in Warwick.

CHI SONO  -  Mi chiamo Concetto Lo Giudice e risiedo a Warwick, nello stato del Queensland, Australia,  sono nato 61 anni fa a Linguaglossa, in provincia di Catania e sono emigrato in Australia, partendo da Messina il 9 Gennaio del 1965. Sbarcando nel porto di Brisbane 31 giorni dopo, dalla motonave “Roma” della Flotta Lauro, venivo accolto dai miei zii e cugini in quella Domenica di sole tropicale, I miei zii mi avevano fatto l’atto di richiamo, avevo appena 17anni e mezzo trovandomi in questa terra nuova per me con un futuro incerto, cosa fare, cosa avere, quali saranno i miei progetti. Seppure sentivo un pò la mancanza della Sicilia, sapevo che dovevo avere pazienza e che tutto sarebbe andato bene. Vedevo spesso nei miei sogni che un giorno avrei avuto una famiglia, dei figli, un lavoro sicuro, ma mai ho sognato la ricchezza, ma soltanto un amore ricco di una ideale  famiglia, una casa e un infinito rispetto di chi ti circonda. Sono contento che tutto questo l’ho avuto, grazie a Dio.

LA MIA FAMIGLIA D’ORIGINE  -  I miei nonni paterni emigrarono giovanissimi negli Stati Uniti, a New York, nei primi anni del 1900 e nonno Concetto lavorava da umile contadino, ha cresciuto una famigliola di tre maschi e una femmina tutti nati a Manhattan, mio padre Francesco incluso. Ritornarono in Sicilia nel 1923 mio padre aveva 21 mesi. Nonno riprese i suoi lavori nei vigneti, ebbero altri due figli ma non ritornò più nell’America. Dopo anni Nonno e morto giovanissimo a causa di una caduta a soli 44 anni e la nonna Antonina dovette mettere su da sola la famiglia.
Cresciuto, mio padre durante la seconda guerra mondiale si e arruolato nella Marina Militare Italiana per tutta la durata della guerra che poi viene decorato Cavaliere della Patria. Finita la guerra lui vuole emigrare nella sua terra nativa, USA, ma ecco gli ostacoli, il governo Americano lo ha classificato come disertore, perché aveva combattuto contro di loro (lui era bambino quando ritornarono in Sicilia). Ha riprovato tante volte la domanda se poteva rientrare in America ma lo stesso e stato invano…..non l’hanno fatto entrare. Mio padre era  dispiaciuto di quella situazione ma anni dopo io l’ho richiamato in Australia.¼br>  

LA 
 
 MIA  VITA  IN SICILIA  -   Sono cresciuto a Linguaglossa il paese della “Mareneve” e ne ho tanti ricordi dalla mia infanzia alla mia gioventù, la scuola che frequentavo dalla elementare “Pietro Scuderi” fino alle seconda media a tipo Agrario, in Piazza Stazione. Ricordo i miei amici, compagni di scuola e di religione,  ero chierichetto di tutt’e tre le parrocchie: di San Francesco di Paola, la Matrice e Sant’Antonio e Vito; di più mi piaceva suonare le campane nella chiesa per le feste di San Francesco, di San Rocco, del santo Patrono Sant’Egidio Abbate, la Immacolata e Sant’Alfio.
Linguaglossa mi é sempre al cuore, sono nato in via seconda Roma N.12 (oggi via Palermo), una traversa di via Roma ”Case Nuove”, ma sono cresciuto nel crocevia di Via Don Diego e via Santa Filomena, dove i miei nonni e zii  risiedevano, qui noi chiamavamo “Sutta i Carcari”. E qui che mia mamma Rosa e spirata alla giovane eta`di 29 anni dopo il parto di mia sorella Rita Antonina, che poi le abbiamo aggiunto il nome Rosetta. Papà anni dopo si risposò e andammo ad abitare in via Dante nella “Sciara”. 

LA CAVA E LA CAMPAGNA  -  Certo che la cosa che mi é sempre in mente é la cava di pietra  dei “Tamboni”, ho imparato il mestiere dello scalpellino e con mio padre lavoravamo li. Con l’aiuto di don Carlo Cavallaro ho fatto il monumento alla mia cara Mamma e poi abbiamo fatto il monumento al sindaco Francesco Castrogiovanni, che e stato eretto in piazza Pretura.Altra attività che mi piaceva di più era la vendemmia; mio nonno materno, Turi Vecchio, quando io ero piccolo di buon mattino mi metteva sull’asinello e andavamo nella vigna “O Boscu”, salendo il monticello “a Scalazza a muddaredda” o quella vicino al paese “a Pizza ferru” che poi si vedeva la bellissima veduta dell’Etna. Durante il giorno della vendemmia era divertente sentire cantare dalla “ciurma” delle canzonette siciliane con tanta armonia che la giornata passava più presto. Mi ricordo che a vedere l’uva nella vite al primo mattino con la brina di sopra con i belli chicchi ripieni, vedevo il Nonno contento e fiero del suo lavoro, vedevo il suo sorriso sotto i baffetti. L’impressione che mi restò di più della vendemmia è questa: io avevo appena 12 o 13 anni e mio compare Peppi u Buaru voleva che lo aiutassi a pigiare l’uva nel “parmento” di tante vigne, cosi lui passava la pala e io ero “u pistaturi”, e poi io da solo portavo il mosto al paese n’cu sceccu.
Ormai giovane volevo emigrare altrove, ma il dottore di famiglia che era pure mio Padrino di cresima  mi ha offerto di lavorare in un aranceto e una azienda bovina a Siracusa, ma la mia decisione dopo e stata di andare  in Australia. Avevo appena comprato una nuova Vespa Piaggio 125 e mi e
dispiaciuto lasciarla
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Con appena giunto in Australia

 

MARE MARE MARE  -  Eccomi in  in viaggio per l’Australia, era il 10 febbraio del 1965 una calda Domenica d’estate del Queensland accolto dai miei zii. Dopo due giorni che sono arrivato comincio a lavorare in una delle più grandi aziende di scalpellini. C’erano degli scalpellini Italiani, tra i quali uno che si chiamava Le Mura.  Lì ho cominciato a lavorare con finissimi artigiani e ho avuto la mia vera prima paga settimanale, puntuale. Seppure la lingua Inglese era difficile dapprima, ho fatto di tutto per impararla. Abitavo a New Farm, un sabborgo di Brisbane molto popolato dagli Italiani, e andavo a scuola serale per l’inglese, sono andato per un po ma ho fatto scuola di corrispondenza, e poi non l’ho finita perché imparavo bene da solo (difatti ho imparato l’inglese bene da quando sono a Warwick, gli italiani qui siamo pochissimi).¼br> Una lettera dell’Impresa Tambone mi ha assegnato due anni di apprendistato. La compagnia di Brisbane poi mi assegnò di andare un giorno alla settimana per finire i miei tre anni di apprendista. Nello stesso tempo nel weekend il Le Mura mi aiutava a imparare il mestiere dello scalpellino in modo più pratico e artistico, lavoravamo sotto casa sua a fare monumenti per il cimitero cattolico Italiano di Nudge. Lavori tutti in pietra “rinosa”, granito e marmo. La compagnia per la quale io lavoravo era P.J Lowther & son.con-visit-st-john-cathedral-001.jpg 

Il piacere di toccare le pietre della Cattedrale di Brisbane, per la quale ha lavorato.  

LA CATTEDRALE DI BRISBANE  -  Uno dei grandi progetti ai quali io ho lavorato era la costruzione della seconda sezione storica della cattedrale Anglicana di St. John in Brisbane. Un lavoro stile gotico inglese. La prima sezione e stata cominciata nel 1902 e finita 1910, la seconda sezione 1965-70, tutto in granito e pietra “rinosa” e ho lavorato accanto ai migliori scalpellini Inglesi appositamente venuti dall’Inghilterra; la stessa compagnia pure mi ha mandato, assieme ad altri tre di loro, a Melbourne per un lavoro tutto in pietra blu lavica Australiana,  la costruzione del Museo d’arte di Melbourne.
Rientrato a Brisbane, ritornai nella Cattedrale fino che e stata collaudata la 2^ sez, nel 1970. L’ultima sezione con i campanili e stata finita il Novembre scorso 2008, cominciata nel 1982.
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Al lavoro presso il Palazzo del Tesoro 

ALTRI LAVORI DA SCALPELLINO  -    La maggior parte ho lavorato per monumenti, ma pure per facciate di grattacieli di marmo e granito, mi sentivo onorato di lavorare assieme agli inglesi professionisti scalpellini. Il collegio tecnico poi mi ha diplomato di Scalpellino( Stonemason) nell’Agosto del 68, nello stesso tempo che mi sono naturilizzato Australiano, e mi sono comprato la prima automobile, una E J Holden. Ho  continuato a lavorare in tanti altri progetti, e poi nel Novembre del 1970 ho avuto un riposo da scalpellino e sono andato a lavorare nelle aziende dove coltivavano Tabacco, sono stato li per due mesi.
Nel Gennaio  del 1971 sono andato al nord Queensland in una piantagione di canna da zucchero, sono stato li 10 mesi sino alla fine della stagione del taglio. Io guidavo il trattore che rimorchiava due cassoni pieni di canna al deposito del treno che poi portava la canna al Mulino. Ero nella zona del Burdarkin, a AYR & Home Hill, zona molta abitata da Italiani.
Mi ero fidanzato con una ragazza figlia di siciliani, ma il destino ha voluto che ci lasciassimo. Sono ritornato a Brisbane, non volevo più sentire di sposarmi, ricomincio di nuovo da scalpellino con la ditta J. A. Pitrie. Adesso lavoravo in un progetto di restauri bellici nel palazzo governativo del Tesoro e in quello dell’Amministrazione terre Agricole. Due anni di lavoro in tutt’e due i palazzi.
NEL SOUTHERN DOWNS  -  Nell’Ottobre del 74, amici mi fanno conoscere una ragazza a Stanthorpe nell’estremo sud del nostro stato, un paese di circa 8 mila abitanti con un maggior numero di Italiani, forti lavoratori nei campi di frutteti, vegetali e  prestigiosi vigneti (Warwick dista soli 56 km.). Io e gli amici siamo andati li a Stanthorpe nel campo dei frutteti della famiglia di questa ragazza, lei aveva 21 anni, Santina Caruso, figlia di genitori di Mascali. Io avevo 27anni e ci siamo fatti “ziti in famigghia”.Ci siamo fidanzati in Dicembre. Nel Giugno 1975 ci siamo sposati nella chiesa di San Giuseppe di Stanthorpe e poi all’International Club cerimonia tutto Siciliana. Noi siamo stati a Stanthorpe per 4 mesi poi siamo andati a abitare a Warwick, abbiamo comprato casa in 99 Guy St. (tuttora abitiamo qui), io nello stesso tempo lavoravo da scalpellino con una ditta locale, A M Colledge facevamo soltanto dei monumenti, maggiormente lavori per gli italiani di Stanthorpe; lavorai per 10 mesi con loro. Inaspettatamente poi sento dei disturbi nei polmoni e allergia nelle mani, a causa della polvere marmorea di tanti anni. Lo specialista mi consiglia di lasciare il mio amabile mestiere, che con tanta tristezza, nostalgia, per bene della mia salute dovetti lasciare nel Maggio del 1976. Subito dopo comincio a lavorare presso una grande ditta che esporta carne bovina all’estero, Giappone, Korea e USA. Io lavoravo li come macellaio e nel Dicembre del 2005 mi hanno forzato al licenziamento, hanno detto che ero vecchio a 58anni,  poco ci mancava di compiere 30anni di servizio e per di più avevo insegnato il mestiere a tanti apprendisti,¼br>  

LA MIA FAMIGLIA  -  Santina e io ci siamo sistemati bene in Warwick, che  ha  una popolazione di 23 mila abitanti con il distretto, di origine, per la maggior parte, Irlandesi, contiamo solo una decina di famiglie di origine Italiana, credo che siamo solo due nativi Siciliani. Ci siamo integrati nella comunità Australiana benissimo.
I genitori di Santina sono emigrati da Mascali dopo sposati e hanno avuto 5 figli tutti nati in Australia, Santina la piu` giovane. Santina lavorava come bidella nella nostra scuola cattolica di St Mary’s, e ha finito a Dicembre dopo 16 anni, pure a contratto di lavanderia di un grande centro medico. I nostri 3 figli sono: Rosanina 31 anni, sposata con Andrew e aspettano un baby ai primi di Aprile; Frank, 29 anni, cuoco e ha un Bambino, Anton  di quattro anni, e John Paul, 25 anni, cuoco pure lui, ha la ragazza, Samantha. I nostri figli sono nati tutti a Warwick. Rosanina lavora come agente di vendita di terreni edili e suo marito e Ingegnere capo in una miniera. Frank lavora come cuoco nel ristorante del Golf Club. John Paul lavora in un grande ristorante in Brisbane anche lui come cuoco, ma ritornerà all’universita`per studi di medicina assieme alla sua ragazza.
Ecco, questa e la mia adorabile famiglia, che sa bene della sua origine siciliana. I figli sanno bene cucinare siciliano, ma una cosa mi dispiace che non hanno imparato la lingua Italiana o siciliana. Quando erano piccoli gli  parlavo siciliano a casa, capiscono tutto, soltanto che non parlano con me. Loro sono rispettosi con tutti.
       


I VIAGGI IN SICILIA  - 
Sono ritornato in Sicilia 4 volte, Nel 79 con Santina e Rosanina, nel 94 con John Paul e nel Settembre 91di nuovo con Rosanina, che si trovava a Londra. E poi io e Santina ci siamo ritornati per il Natale 2007 e il Capo d’anno 2008, con l’occasione di incontrare per la prima volta gli amici del sito internet Sicilia nel Mondo (www.sicilianelmondo.com): Franco Russo a Roma; Kathy, Totò, Fefé a Bolognetta (Palermo) e i Bonanno a Mazara del Vallo, una grande esperienza di amicizia. E certamente sono stato pure nel mio paese di Linguaglossa a celebrare assieme a miei zii e cugini il Natale-Capodanno. 

GL’IMPEGNI SOCIALI  -  Ebbene, vi ho parlato dei miei anni di lavoro e della mia famiglia, ma cosa sono stati i miei anni sociali nella comunità, sia Italiana che Australiana? Quando ero giovinetto a Linguaglossa ero membro dell’associazione cattolica, ero socio dello Sci Club Valligiani. Arrivato in Australia, mi sono fatto socio e poi membro dell’ANFE (Associazione Nazionale Famiglie degli Emigranti), che aiutavamo gli italiani in difficoltà, facevamo manifestazioni e balli mensili. (Il cav, Carmelo Caruso nativo di Licordia Eubea, é il Delegato Nazionale per l’Australia, e ha scritto un libro “Sotto un Altro Cielo”). Io ero membro per 5 anni. Ero pure membro della Gioventù Cattolica Italiana di Brisbane, dell’Italo Australian Club.
Per tanti anni, quando poi mi ritirai a Warwick, non frequentai i club Italiani, perché eravamo impegnati a crescere i nostri figli. I figli giocavano a Squash e Hockey, tutti e tre erano nelle squadre statali delle scuole secondarie, io per anni sono stato nei comitati. Lo sport che io frequentavo era lo squash e la palestra. Cresciuti i figli e finite le scuole, io ho ripreso a frequentare funzioni, feste e serate danzanti dell’Associazione Siciliana Welfare, Inc. di Brisbane (tra Warwick e Brisbane ci sono 160 km).
Le più importanti celebrazioni che l’associazione fa sono la festa di San Martino, vino e salsiccia, quella dei Fichidindia, e la festa di Santa Lucia. Poi c’e la festa di Sant’Alfio a Stanthorpe (io sono nel comitato dei festeggiamenti), l’annuale pellegrinaggio di Santo Padre Pio al Santuario di Mariam Vale; in quell’occasione m’incontro con tutta la comunità Italiana di Brisbane, questi che io e Santina frequentiamo.
Di Tanto in tanto io scrivo qualche articolo per “Rintocchi”, giornaletto mensile della comunità cattolica Italiana di Brisbane.
E le mie attività sociali nella comunità Australiana qui a Warwick? Sono membro del Lions Club International, del Saint Vincent de Paul, società di beneficenza, e dell’Associazione uomini Cattolici. Ero membro del Consiglio pastorale della nostra parrocchia.

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Con e Santina accanto al monumento per il Giubileo

   Nell’anno del Giubileo 2000, per l’occasione di questo importante avvenimento, di volontà mia ho voluto regalare alla chiesa un bellissimo monumento in pietra “rinosa” sul quale ho scolpito il simbolo del Giubileo e la data dell’avvenimento. Dopo 25 anni che avevo smesso di fare lo scalpellino, ho ripreso gli attrezzi per realizzare questo progetto per l’amore del nostro Signore Dio. Il monumento l’ho collocato io stesso, all’entrata laterale della chiesa e porta in basso il mio nome.
Io ringrazio tanto il Signore Dio di darmi la salute e di farmi vivere in Warwick nel Southern Down, ma non mi scordo mai la Mareneve.

 

Le poesie satiriche di Fefé Vaccaro

fefe-a-torretta.jpgDi Federico Vaccaro, per gli amici Fefé, i lettori di “Albatros” hanno potuto apprezzare alcune belle liriche, che ho presentato in due occasioni.  In verità Fefé è più conosciuto per la sua vastissima produzione satirica orientata verso certe tendenze del nostro tempo o certi fatti di cronaca. Quando colpisce i costumi dei suoi contemporanei non lo fa  con acredine e severità, ma con moderazione, per il piacere di fare una battuta o di sottolineare, sorridendo e facendo sorridere, un comportamento anomalo.
Convinto che questo blog può trarre vantaggio dalla pubblicazione di alcune poesie satiriche di Fefé, ho scelto quelle che, a mio giudizio, sono fra le più belle.  Chi non le conosce avrà l’occasione di una gradevole lettura e sicuramente farà piacere rileggerle a chi già le conosce.

                                  LA CURA PI GUARIRI 

Lu medicu mi dissi: – Amicu caru,
ascutami si a longu vo` campari:
salami, sperzi e sali nun manciari
e nun finiri u pranzu cu l`amaru.

Cafè, bìbiti e alcolici ha` scurdari
ca già li megghiu stomachi sfasciaru
a tanta genti e senza cchiù riparu.
La sira troppu tardu `un ti curcari.

Li fìmmini oramai làssali iri
ca sempri fannu dannu a li pinseri
e tùrbanu li nervi a mai finiri.

Osserva `sta ricetta pi guariri:
Manciari picca, nenti fumari e `a sira
…li prigheri.
Mi vuoi ascutari? – NO! VOGGHIU MURIRI!


LA VACCA PAZZA 
 

Pigghiavu in Inghilterra,
cu pìcciuli in contanti,
na vacca, `i razza pura
ma troppu stravacanti.

Mi dìssiru: “…è speciali!”
ma nun crideva tantu!
Pi ghiricci d`appressu
ci voli veru un santu!

Erba `un ni mancia e mancu
pagghia po` addiggiriri.
Pruvavu, ma fu inutili,
cu sparaceddi e giri.

Ci piàcinu i viscotta
e autri cosi fini:
spinnìvu una furtuna
pi wafer e grissini!

A l`arba vaiu pi mùncilla:
latti `un ni voli fari.
“Ma comu ti pirmetti”!
Mi dici: “`Un mi tuccari”!

Pritenni u bagnu `n càmmara
e dòrmiri `nto lettu.
Siccomu e troppu timida
vulissi u reggipettu!

Nun sacciu chiù ch`è fari!
Criditi a stu vaccaru:
cu chista vacca pazza,
a mia mi cunsumaru!


EFFETTO CERNOBYL
 

Sti radiazioni atomichi
pari ca `un fannu nenti!
A mia sai chi mi fìciru…?
Sugnu fusfuriscenti!

Iu vitti ca spugghiànnumi,
`nta cammara a lu scuru,
comu una lampa illùminu
lu tettu e puru u muru.

A lu spitali dicinu
ca è cosa passiggera,
anzi: “… a bulletta elettrica
la paghi chiù liggera…”!

Ma a mia nun mi cunvìncinu,
iu vogghiu riturnari
com`era prima: semplici,
normali e naturali.

La notti `un pozzu dòrmiri,
mi dugnu timpuluna,
picchì, c`u lustru, vèninu
muschitti e zappagghiuna!

Però, già mi prumìsiru,
si `un mi finisci mali,
un postu di cumeta
nta l`arbulu `i Natali!                                                                                                  

LA CULTURA  

Signuri, chi pinsati di l`usanza
ca li fìmmini, ormai, pi sparagnari,
scummògghianu, nun sulu tutta a panza,
ma puru u pettu, quannu vannu a mari?

Iu, pi daveru, nun mi scannalìu
a vìdiri nta spiaggia st`abbunnanza
di sti biddizzi, di stu beni i Diu.
Anzi, pi dari bannu a la `gnuranza,

fazzu comu si fussi architittura:
mi fermu a taliari e ci studìu.
Cunfruntu furma, livellu, misura…
e fazzu selezioni a modu miu:

ci su` a banana, a pira, a nuci i coccu,
a ficu sicca…, in basi a la natura!
Ma cu mi vidi fermu comu a un loccu,
lu capirà ca u fazzu pi cultura!?


L’INSERZIONI
 

Liggivu nto giurnali un`inserzioni
chi sunava, chiù o menu, d`accussì:
brava massaggiatrici fa lezioni,
ricivi tutti i jorna doppu i trì.

Vulennu irrobustirimi a carina,
ci jivu u jornu stissu, pi pruvari:
cari signuri mei, atru chi schina…
a quattru pedi mi n`appi a scappari.

Chiddu era un postu pi la pirdizioni,
unni t`alleggerìscinu a sacchetta;
mi prisintai cu tanta educazioni…

cu a cassa malatia e cu la ricetta
e, nmenzu a tutta dda gran cunfusioni,
ci appizzavu macari na quasetta!

                            
MA CHI BRUTTI NOTIZI!

Egregiu Diretturi, havi a sapiri
ca me mugghieri, fìmmina di casa,
sparagnatrici sempri a mai finiri,
pi allustrari li vitra s`è pirsuasa

di usari lu giurnali addimuratu;
ma ormai havi d`un tempu a chista banna
ca lu cristallu assai resta `ngrasciatu.
E cchiù si pulizia, cchiù assai s`appanna.

Chi fùssiru pi casu li nutizi
chi sunnu tra li pagini stampati?
Mi pari un ripirtoriu di li vizi,
li cchiù fitusi, li cchiù scillirati!

Ci trovu scrittu: droga, ammazzatini,
furti, scippi, pulitici currutti…
Chistu li scannalìa a li citatini,
chi dìcinu: – Accussì semu arriddutti!? -

Nun fussi bonu, almenu `na facciata,
chi dicu… `na culonna, dedicari
a na nutizia, puru si `nvintata,
ma bona… pi li vitra puliziari!?

 

Un grande principe arabo nei versi di Enzo Gancitano

Il mio amico Enzo Gancitano, del quale i lettori di Albatros hanno potuto apprezzare alcune belle liriche, oggi ci propone, attraverso valide immagini poetiche, la figura di un grande principe arabo, signore di Siviglia.
Enzo ha letto tanta poesia araba da riuscire a ricreare con naturalezza momenti e atmosfere tipici di quella interessante produzione. Nei componimenti di questo genere egli, appassionato studioso di storia, coniuga brillantemente l’interesse per il passato con l’amore per la poesia.                                       

                                         Premessa 

Andalusia musulmana, XI secolo. Il principe Al-Mùtamid, nel 1069, succede al padre nel governo di Siviglia. Oltre che abile guerriero, spietato con i nemici e generoso con gli amici, si mostra magnanimo con i poveri. Poeta anch’egli, accoglie nella sua corte, con larga munificenza, i poeti più famosi, facendo della sua reggia il centro culturale più importante della Spagna, rinomato nell’intero mondo musulmano. A quattordici anni gli era stato affidato dal padre il governatorato di Silves, dove aveva iniziato ad apprezzare i piaceri della vita di corte e ad affrontare i problemi dell’amministrazione politico-militare. I rapporti con i regni cristiani di Castiglia e Leon sono sempre più difficili e non bastano i tributi annuali, seguendo l’esempio degli altri principati, Granada, Cordova, Carmona, Saragozza, Toledo, Almeria, Malaga, Badajoz, etc. ad assicurare la tranquillità territoriale.
Nel 1085 Alfonso VI di Castiglia, pressato dalla richiesta della riconquista del territorio occupato dai Musulmani, dopo avere preso Toledo, minaccia i confini di Siviglia.  Al-Mùtamid, costretto dalla situazione militare, chiede l’aiuto del berbero Ibn Tashufin, pur prevedendo il pericolo che questi costituisce. Infatti, il Berbero, forte del suo enorme contingente militare, conquista Aledo, Granada, Malaga, Almerìa, Cordova, Carmona ed infine, nel 1091, Siviglia, dopo aspra battaglia nella quale cadono i figli preferiti del principe-poeta, Al-Fath e Yazid. Al-Mùtabid, prigioniero, viene condotto in esilio, con le mogli e i figli, ad Aghmàt in Marocco.  

                           

                                       Quel  giorno i qata [1]

 

La felice realtà di ieri, penoso ricordo di oggi.

I piaceri giovanili con donne e coppe di vino

sull’argine del fiume a Silves (2),

 le mollezze e la voluttà nel palazzo di Sharagìb (3),

la caccia, il canto delle schiave al suono del liuto,

la recita dei carmi con i poeti di corte,

nelle notti d’incanto a Siviglia,

 nelle fastose dimore

sulle sponde del Guadalquivir.

 

Adesso l’esilio nella sperduta Aghmàt (4)

in compagnia del silenzio, delle dure catene

che lacerano la carne,

del terrore della porta che s’apre,

del rimpianto della regalità usurpata,

dell’incapacità a portare soccorso

a chi implora,

del ricordo del popolo piangente

 sulle rive del fiume andaluso,

 della caduta dei veli delle donne,

persino delle vergini,

 in onore del principe in partenza

verso il confino. 

Non odorano più d’ambra le vesti

non adornano i piedi raffinati calzari

non più lo splendore e il tintinnio dei gioielli

ma olezzo di animale braccato nella macchia.

 

Oh, no! non è stata imprudenza

 la richiesta di aiuto al Berbero

 per la creazione di un fronte unico

contro l’arroganza dei Cristiani,

 anche se ciò ha portato

alla caduta di Siviglia!

In nome di Dio Benigno,

quando capiranno i Berberi

l’insensatezza della lotta

tra fratelli islamici,

mentre l’infedele Alfonso di Castiglia

 insidia i nostri territori?

  E’ preferibile, in nome dell’Islam,

  divenire custodi di cammelli che di porci! (5)

 

 La picea notte, intanto,

orba della più tenue speme,

carpisce i radiosi giorni.

 Privo sono dei figli,

delle mie donne,

degli amici, del potere,

e da principe temuto,

mi ritrovo prigioniero,

più dello schiavo oppresso,

 dalle catene schiacciato e dai ricordi.

Non ho più lagrime da offrire al Ghibli!

 

Oh fato, che hai concesso

onori e delizie, dominio  e fortuna,

perché, adesso,

sì grandi sventure e tormenti?

Questo è il giusto contrappeso?

I figli diletti Al-Fath e Yazid,

carne del mio corpo smembrato,

  luce dei miei occhi inariditi,

sono caduti!

Ho ancora forza sufficiente

per sopportare siffatta disgrazia?

Non basta la prigionia,

 le mie donne e i figli

coperti da lacere vesti,

costretti al lavoro

per un esiguo cibo?

Non basta la supplica di un solerte

tramonto delle stelle nel perdono di Dio ?

 

“Oh, ci concedesse Iddio di morire a Siviglia,

e là s’aprisse, nel dì della Resurrezione, la tomba!” (6).

 

Quel giorno i qata di Aghmàt

 ripudiavano il canto,

i  corvi sugli alberi

rifiutavano il volo,

le catene non emettevano

il freddo stridio,

i ricordi e le suppliche

al Dio Misericordioso

erano all’improvviso cessati,

le figlie a piedi scalzi nel fango

portavano l’angoscioso pianto

senza lagrime.

 

Era spirato il valoroso principe-poeta di Siviglia,

            il signore benevolo con gli amici e i mendichi,

il padre fermo e giusto, l’amante dolce e delicato,

il guerriero implacabile contro i nemici e i traditori,

 Abu’l-Qasim Muhammad ibn Abbad Al-Mùtabib.

 

Morì incatenato privo del pianto della preferita

 Itimàd che da alcuni anni lo aveva preceduto

 nella tomba a preparargli il cammino

e il perdono del Dio Clemente.

 

                 ALCUNI VERSI DI AL-MUTAMID

 

“Non ha errato chi ci ha attribuito la gloria,

né merita biasimo, poiché ha detto il vero.

Tu che ne annunzi la morte,

può forse oscurarla la nostra disgrazia?

Nel suo odio con violenza ci ha colpito il destino,

così odia il giusto la sorte!

Un tempo il regno ci amò, e di passione

fu preso del nostro splendore,

ma ormai è svanito il regale potere

che pari al sole ebbe fama in ogni contrada.

A noi si volgevano tutti gli sguardi.

E se ci soccorre la fede, nulla stimiamo

gli effimeri beni del mondo.

AL-MUTAMID

   (Colui che crede in Dio)


[1] Uccelli del deserto[2] Città  portoghese, nell’Algarve

[3] Palazzo in Silves

[4] Villaggio del Marocco

[5] Le parole in corsivo sono di Al-Mutamid 

(6) I due versi in corsivo sono di Al-Mùtamid





Mary De Montis c’illustra il dramma di Mayerling

mayerling-1968.jpg  Do spazio fra le pagine di questo blog ad uno scritto della mia amica Mary De Montis, lettrice appassionata di Albatros sin dall’inizio. Nei giorni scorsi Mary ha voluto mandarmi un contributo, che gradisco e pubblico con piacere. Questa mia amica ha vasta cultura in molti campi del sapere, tra cui la Storia. Alla Storia, appunto, appartiene la vicenda che ha descritto, accaduta alla fine dell’800 e rimasta avvolta nel mistero più fitto. Leggiamo, dunque, quello che ci racconta. 

 

Il 21 agosto del 1858 venne al mondo nel castello di  Laxenburg (Bassa Austria) il terzo figlio dell’Imperatrice Elisabetta d’Austria, detta Sissi (l’ortografia tedesca la indica quale Sisi) e dell’Imperatore Francesco Giuseppe d’Austria (per dileggio detto da noi Italiani, suoi acerrimi nemici per motivi storici ben noti,  Ciccio-Peppe). Venne chiamato Rodolfo.
Sissi soffrí molto per il parto, ma più ancora per gli effetti del protocollo il quale voleva che la nascite imperiali avvenissero pubblicamente, al fine di evitare ogni possibile contestazione circa i diritti di sangue e le conseguenti regole di successione.
Rodolfo ha soltanto otto mesi quando l’Austria entra in guerra nell’Italia settentrionale contro la Francia. In questa occasione Sissi invia al marito una lettera e ne riceve una risposta che dimostrano l’esistenza di una passione senza limiti.
Rodolfo crescendo si sente molto vicino alla madre, che giudica intelligente, bella elegante, e soffre di non poterla vedere più spesso. Intanto viaggia, si dedica alla caccia, conduce una vita da sogno. Il tempo passa ancora ed occorre pensare ad un’unione, nell’ambito delle questioni politiche, come era d’obbligo. Il re Leopoldo II del Belgio, sposo di un’Asburgo più giovane di lui di diciassette anni, ha una figlia quindicenne, non bellissima, e si pensa per l’appunto a lei, anche se Leopoldo sarebbe maggiormente portato a risolvere il caso di una figlia maggiore già sposata, ma sul punto di divorziare. Si arriva, comunque, alla scelta della figlia minore.
Ricevimento in pompa magna per il primo incontro e regalo di fidanzamento da parte di Rodolfo di un superbo anello tempestato di zaffiri e brillanti. Ma Sissi è preoccupata per questa unione un pó troppo forzata, e ha ben ragione, come il seguito dimostrerà, passando alla storia col nome di dramma di Mayerling. Questo evento, da oltre un secolo, ha fatto piangere tutta l’Europa e ha fatto la fortuna, per il successo di cassetta, di un numero inaudito di cineasti, che si gettano a capofitto su tutto quanto è morboso e misterioso, senza far nulla per alleggerire il mistero, tutt’altro.
Nella notte fra il 29 e il 30 gennaio del 1889 il principe Rodolfo venne trovato ucciso con un colpo di pistola al capo nel castello di Mayerling, non molto distante da Vienna, dove si era recato due giorni prima, con la scusa di una partita di caccia,  assieme alla sua compagna Mary Vetsera, uccisa anch’essa con la stessa arma, attraverso un cuscino destinato ad attutire il rumore dello sparo. La vicenda, dunque, si concluse con un suicidio-omicidio, molto sfruttato dai cineasti. Ma gli storici attenti sono molto più prudenti ed oggi ancora, dopo oltre un secolo, riconoscono che si brancola nel buio. Il Principe ereditario Rodolfo avrebbe dovuto succedere a suo tempo al padre, il quale gestí il regno più lungo della storia di tutta l’Europa, circa 68 anni. Mary Vetsera invece era ancora minorenne. Sua madre, arrampicatrice sociale senza pari, aveva visto inizialmente di buon occhio l’avvicinamento della figlia al Principe, senza rendersi conto della sua folle passione per quest’ultimo, passione tutt’altro che condivisa giacché Rodolfo aveva una moglie legittima che gli aveva dato anche una figlia, cosí come una bellissima amante “ufficiale”, la cui esistenza era nota a tutti. Gli incontri avvenivano anche quando vi erano le “premières” delle opere di Wagner, le quali duravano cosi a lungo che i due innamorati si assentavano dal teatro e almeno uno di loro tornava, aspettando ancora parecchio prima della fine dell’opera.
 Tutto il dramma si svolse in meno di due mesi. La giovanissima Mary, nel dicembre del 1888, al “Prater” adescó il Principe guardandolo con scandalosa insistenza e riuscí ben presto a convincerlo ad incontrarsi fuori Vienna con una scusa. La battuta di caccia andava a perfezione. Rodolfo si lasció sorprendere, pensando di dover iscrivere la Vetsera sulla lunga lista dei suoi incontri occasionali, mentre Mary era fuori di senno dalla passione e non si sa che cosa si era fissata in testa per il futuro. Quali eventi s’inserirono su questa squallida tela di fondo? Lo scrittore e storico Jean des Cars in un suo scritto molto recente pubblica una dichiarazione dell’anziana imperatrice Zita, figlia dell’ultimo sovrano dell’Impero austro-ungarico (1916-1918, cioé dalla morte di Ciccio-Peppe alla fine della Guerra, alla quale era fieramente avversa). Sopravvissuta al crollo del suo impero nel 1918, ma rimasta in condizioni di assoluto disagio economico, Zita gli avrebbe dichiarato (nel 1982) che la morte dei due amanti sarebbe stata la conclusione di un assassinio bello e buono, per motivi politici (Rodolfo aveva idee riformiste e liberali che preoccupavano molti), e per niente un duplice suicidio, in particolare da parte del principe; per lui, infatti, quella partita di caccia a Mayerling  era soltanto una scusa per un fugace incontro occasionale con una fanciulla non bellissima che, per niente ricambiata, si sarebbe fatta ardere sul rogo per lui. Ma perché e da parte di chi questo duplice assassinio inspiegabile ancora, presentato come un omicidio-suicidio? Ormai possiamo avere la certezza che il mistero non verrà mai svelato.  

“Come eravamo” – Un racconto di Nella Cusumano Lombardo

La mia amica Nella Cusumano Lombardo in questo racconto autobiografico fa rivivere a chi non è più giovanissimo i giorni di grande passione politica che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, infervorò gli italiani di tutte le età e di tutte le condizioni sociali.  Ai più giovani, che tali eventi hanno conosciuto attraverso i libri o le narrazioni verbali, questa pagina offre uno spaccato di vita cittadina in quel lontano 1948.
La professoressa Nella Cusumano Lombardo è stata per molti anni preside negli Istituti secondari, fra i quali il Liceo Classico di Castelvetrano. Ha all’attivo varie pubblicazioni; particolarmente meritevoli di attenzione mi sembrano la bella raccolta di versi “Sono scoppiate le ginestre” e il volume “Il giardino dei ricordi”, dove alle descrizioni di piante alterna ricordi personali sempre emozionanti. Nella sezione “Piante di Sicilia” del sito Internet Sicilia nel mondo se ne possono leggere molte pagine (http://www.sicilianelmondo.com/piantedisicilia/).

 
  C  O  M  E      E  R  A  V  A  M  O                 
 

             votazioni-aprile-1948.jpg         

“Avanti popolo, alla riscossa, bandiera rossa trionferà”. Così le note di un canto, ripetute a squarciagola da schiere di giovani, si diffondevano per le vie  di una piccola città della Sicilia. All’inizio del corteo, alcuni sbandieravano le bandiere rosse tipiche del comunismo italiano, che si avvaleva del simbolo falce e martello a significare la riscossa dei lavoratori e del popolo in genere.
Era il 1948, frequentavo le prime classi delle elementari e avevo compreso che qualcosa di nuovo stava accadendo perché mia madre, impiegata al  Comune di Ribera come dirigente dell’ Ufficio di Ragioneria, nel pomeriggio e fino a tarda sera parlava alle donne di Azione cattolica e teneva pubblici comizi  a tutta la cittadinanza.  Era stata convocata dal Vescovo di Agrigento, Monsignor Giambattista Peruzzo, piemontese dotato di ricca cultura e di profondo intuito, perché come donna di  fede parlasse alle donne della provincia per sensibilizzarle alla necessità del voto in un momento così difficile per la storia italiana. Mio padre non approvava quel genere di attività “politica”, ma l’invito pressante del Vescovo aveva convinto mia madre a fare propaganda elettorale per la Democrazia cristiana.
Mia sorella ed io frequentavamo la scuola  elementare delle Figlie di Sant’Anna e dai nostri compagni sentivamo racconti atroci sulla ferocia dei comunisti, che “divoravano i bambini”, decapitavano quelli che si opponevano alle loro idee, in sintesi avrebbero potuto commettere gesti terribili. Qualche ragazzo più cresciuto descriveva lo spettacolo possibile delle nostre teste mozzate e appese ad un palo e con noi la testa di nostra madre, se il partito dei cattolici avesse perduto le elezioni.Vi lascio immaginare la mia paura, che non comunicavo agli altri; anzi, disegnando su dei fogli bianchi enormi lo scudo crociato, mi  occupavo di colorare in bleu la croce  e mi lasciavo aiutare da mia sorella Caterina e dalle sue amiche, meno consapevoli di me, ma felici di essere chiamate ad un lavoro così importante. I nostri disegni venivano sistemati tra le inferriate dei balconi destinati al comizio del giorno.
Altra occupazione preferita da un gruppo di ragazzi della mia età era il canto dell’inno “O biancofiore, simbolo d’amore, segno di gloria e di vittoria”. Solo queste parole sono rimaste nel mio album, affollato dal ricordo di numerose schiere di donne giovani e anziane che si davano convegno nella  via principale della piccola città dove ho vissuto la mia infanzia, di fronte casa Valenti, fra il corso Margherita e la via Ospedale. Mia madre parlava a braccio, senza appunti o schemi, per sua scelta e, avvalendosi delle sue grandi doti di mente e di cuore, riusciva a suscitare entusiasmo e approvazione rivolgendosi in particolare alle donne, neglette per lungo tempo e talvolta segregate per la prepotenza e l’arroganza maschile.
Ai tempi d’oggi la donna può dirsi fortunata per avere conquistato molto e nella vita familiare e sociale. Si parla di “pari opportunità” nella vita politica e civile, solo nelle società occidentali perché nei paesi arabi e in Oriente, ancora oggi, la donna è considerata inferiore all’uomo, che pretende di fare il bello e cattivo tempo. Ma le riflessioni sulla vita della donna oggi ci porterebbero lontano dal nostro racconto, dalle dispute di quegli anni precedenti l’avvento della nostra Repubblica.
Allora comunisti e cattolici non si rassegnavano a vivere alla maniera di Don Camillo e Peppone, anzi inasprivano ogni confronto, si accusavano  a vicenda ignorando che per raggiungere la libertà e la democrazia occorre il dialogo, sereno e costruttivo, che allontani ogni polemica sterile e dannosa. Si verificavano situazioni assurde, come per un giovane cresciuto in casa della mia nonna materna e poi affascinato dalla ideologia comunista al punto da  considerare nemiche le persone che lo avevano ospitato e  aiutato a frequentare il ginnasio comunale. Costui, diventato sindaco per la vittoria dei comunisti, era così imbevuto di odio verso i democristiani da trattare male mia madre, impiegata al Comune di quella piccola città e fedele al suo credo di cattolica praticante. Nel tempo ho rivisto alcune persone che in quegli anni  covavano odio e rancori infondati e ho avvertito la loro delusione, il loro rammarico per aver vissuto così male quel tempo così prezioso per costruire, non certo per  distruggere. 
    
 

 
 

Claudia, Federico e Armando – Poesie per le persone care

Per gli amici di Albatros i nomi di Claudia Lo Blundo Giarletta, Federico Vaccaro e Armando Carruba non sono nuovi. Infatti di Claudia ho già pubblicato un racconto, che ha riscosso vari consensi; di Federico e di Armando alcune liriche, pure molto apprezzate. Questa volta presento tre delle loro poesie, accomunate dall’amore per le persone care scomparse. Read more »

Simone: SCENE DAL REGNO ANIMALE

Cari amici, molti di voi mi hanno chiesto in varie occasioni di pubblicare altre mie fotografie. Lo faccio con piacere. Se ad un fotoamatore chiedete di mostrarvi quello che ha fotografato lo rendete felice, ve lo garantisco!
Le immagini che vi presento oggi riguardano, com’é facile arguire dal titolo, animali piccoli e grandi, che davanti all’obiettivo sono risultati particolarmente… fotogenici!
Solo la fotografia dei pesci é stata realizzata con una Nikon digitale (graditissimo dono dei miei figli). Per le altre mi sono servito di vari obiettivi, montati di volta in volta su una Canon AE1. Ad esempio, per la farfalla, le mosche e la lumaca ho usato il macro; per gli animali di grandi proporzioni ho usato il grandangolo 28 mm in luoghi angusti, il 50 mm in condizioni normali e il teleobiettivo 125 mm per i soggetti distanti.
I risultati sono ora sotto i vostri occhi. Mi farà piacerà sentire che cosa ne pensate. Read more »