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	<title>Albatros</title>
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	<description>CHIACCHIERATE LETTERARIE CON GLI AMICI. A cura di Simone</description>
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		<title>Vedo biondo. Parola di poeta</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 07:25:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dalla letteratura provenzale fino a quella del Rinascimento la donna ideale é stata per i poeti quella che aveva i capelli biondi e il viso chiaro. Sono bionde, infatti, le donne cantate nella poesia provenzale (o trabadorica), che fiorì nella Francia meridionale nei secoli XI &#8211; XIII.  Questa poesia, scritta in una lingua molto elegante, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dalla letteratura provenzale fino a quella del Rinascimento la donna ideale é stata per i poeti quella che aveva i capelli biondi e il viso chiaro. Sono bionde, infatti, le donne cantate nella poesia provenzale (o trabadorica), che fiorì nella Francia meridionale nei secoli XI &#8211; XIII.  Questa poesia, scritta in una lingua molto elegante, per il contenuto è alquanto convenzionale, poiché i poeti si servono di alcuni luoghi comuni, fra i quali c’è l’immagine della donna presentata sempre con i capelli biondi e il viso chiaro; praticamente é il tipo nordico, che nella Provenza non doveva essere molto frequente. <br />
</strong><strong>Per portare qualche esempio cito due fra i più famosi poeti provenzali, Arnaut Daniel e Bertran de Born. Arnaut Daniel ci dice in una lirica che ama guardare della donna amata </strong></p>
<p><strong><em>la sua chioma bionda<br />
e la persona gaia, agile e fresca.</em> </strong></p>
<p><strong>Bertran de Born si esprime così per presentare Rassa, la donna dei suoi pensieri: </strong></p>
<p><strong><em>Rassa è una donna fresca e fina…<br />
</em><em>bionda e rossa nel colorito, bianca nel corpo.</em></strong></p>
<p><strong> La tendenza a cantare donne con i capelli biondi continua, nella prima metà del secolo XIII, con i poeti della Scuola siciliana, alla corte di Federico II. Anche i Siciliani hanno avuto meriti notevoli per la raffinatezza della lingua (in Italia la prima lingua letteraria fu elaborata attraverso i loro scritti), mentre i contenuti ricalcavano i modelli dei poeti provenzali, compreso l’ideale della bellezza femminile (capelli biondi e carnagione bianca). Valga per tutti l’esempio di Jacopo da Lentini, uno dei migliori poeti siciliani, il quale in un sonetto esprime il forte desiderio di andare in Paradiso, ma senza la sua donna, “quella ch’ha bionda testa e chiaro viso”, non vorrebbe entrarci perché il Paradiso non gli sembrerebbe tale.<br />
</strong><strong>Se le donne bionde in Provenza non erano numerose, potevano esserlo quelle della Sicilia?</strong></p>
<p><strong>Nella seconda metà del secolo XIII  si diffonde in Toscana il <em>Dolce stil novo</em>, una corrente poetica che esalta la donna per le sue virtù, mentre del suo aspetto fisico si limita ad apprezzare gli elementi che maggiormente attengono alla bellezza dell’anima, ossia il modo d’incedere, di salutare e di sorridere. Tuttavia uno di quei poeti, Cino da Pistoia, quando parla di Selvaggia, la donna da lui amata, fa un riferimento alle sue “trezze bionde”. </strong></p>
<p><strong><img class="aligncenter size-full wp-image-2295" title="Laura" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/07/Laura.gif" alt="Laura" width="200" height="283" />Anche Laura, la donna amata a cantata per tutta la vita dal Petrarca, ha capelli biondi. Cito a questo proposito due poesie che sono fra le più belle della sua vasta produzione. La prima ricorda il giorno in cui il Petrarca vide Laura per la prima volta: </strong></p>
<p><strong><em>Erano i capei d’oro a l’aura sparsi<br />
che in mille dolci nodi l’avvolgea…</em></strong></p>
<p><strong>Stupenda immagine quella del vento che gioca con i capelli biondi di Laura avvolgendoli in tanti dolci nodi. L’altra poesia ci trasporta alle sorgenti del fiume Sorga, in Provemza, dove gli avignonesi erano soliti recarsi nelle belle giornate. Anche Laura va in quel luogo ameno e bagna le sue membra nelle acque del fiume o si siede sull’erba. Il poeta la guarda, estasiato, mentre una pioggia di fiori scende sul suo grembo e sulle sue bionde trecce</strong></p>
<p><strong><em>ch’oro forbito e perle<br />
eran quel dì a vederle</em>. </strong></p>
<p><strong>Nel Quattrocento, quindi sul finire del Medio Evo, vede la luce il poemetto “La Nencia da Barberino” attribuito a Lorenzo il Magnifico. Protagonista femminile é un&#8217;attraente popolana di nome Nencia, della quale è follemente innamorato un giovane contadino. Anche la Nencia ha i capelli biondi: </strong></p>
<p><strong><em>“Ha gli occhi suoi più neri ch’un carbone<br />
</em><em>di sotto a quelle trecce biondoline.” </em></strong></p>
<p><strong>Nel Cinquecento, età del Rinascimento, è molto diffuso il cosiddetto Petrarchismo, ossia la tendenza a scrivere poesie liriche secondo lo stile del cantore di Laura. Molti addirittura ne imitavano anche stati d’animo ed espressioni. In ossequio a questa tendenza le donne cantate da quei poeti sono bionde, come Laura.<br />
Nel Cinquecento ci sono anche poetesse che seguono la moda del Petrarchismo; la più celebre è la cortigiana Gaspara Stampa, innamorata di un nobile di nome Collaltino di Collalto, che non si cura abbastanza di lei. Gaspara dice così in un sonetto: </strong></p>
<p><strong><em>Arsi, piansi, cantai; piango, ardo, canto; <br />
piangerò, arderò, canterò sempre…</em></strong></p>
<p><strong> Ci credereste? Anche Collaltino é “di pelo biondo”, per usare un’espressione di quella poetessa.<br />
</strong><strong>Al fascino dei capelli biondi non si sottrae neanche Ludovico Ariosto, come ci dicono questi suoi versi:</strong></p>
<p><strong><em>&#8220;La rete fu di quelle fila d&#8217;oro<br />
 in che &#8216;l mio pensier vago intricò l&#8217;ale&#8230;&#8221;<br />
</em>(sonetto IX)</strong></p>
<p><strong>cioè i suoi pensieri furono catturati da una rete costituita dai capelli biondi di una donna.</strong></p>
<p><span style="color: #993300;"><img class="aligncenter size-full wp-image-2322" title="Ruggero salva Angelica da un mostro marino" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/07/Ruggero-salva-Angelica-da-un-mostro-marino.jpg" alt="Ruggero salva Angelica da un mostro marino" width="545" height="420" /><br />
  J. A Ingres, <em>Ruggero salva Angelica da un mostro</em></span></p>
<p><strong><br />
E’ bionda anche la bella Angelica, il principale personaggio femminile dell’<em>Orlando furioso</em>. Mi viene in mente a questo proposito la scena in cui Ruggero, osservando Angelica seduta su uno scoglio, vede “<em>l&#8217;aura sventolar l&#8217;aurate chiome”, </em>cioè vede che l’aria sventola le chiome dorate di Angelica.<br />
</strong><strong>Il colmo si ha quando l’Ariosto nel suo poema presenta Medoro, un giovinetto bellissimo arrivato dall’Africa, al seguito del suo re, per combattere contro i cristiani. Egli ha i capelli crespi, perché é un moro, ma quei capelli l’Ariosto non esita a vederli biondi, secondo il canone della bellezza allora imperante. Io penso che africani con i capelli crespi, ossia corti e ondulati, ce ne siano un’infinità, ma il problema è trovarne qualcuno con i capelli biondi!<br />
</strong><strong>In verità c’è nella poesia del Cinquecento una donna che non ha i capelli biondi, ma è figura caricaturale creata dal poeta burlesco Francesco Redi, il quale schernisce i petrarchisti stanco del loro stereotipato ideale femminile. Il Berni presenta una donna apparentemente bella, ma a ben guardare ogni espressione del poeta ne evidenzia un difetto. Anche per quanto i riguarda i capelli, che sono</strong></p>
<p><strong><em>chiome d’argento fine irte e attorte<br />
senz’arte attorno ad un bel viso d’oro<br />
</em></strong></p>
<p><strong>I capelli di quella donna, dunque, bianchi, ispidi e arruffati, incorniciano il suo volto rubicondo.</strong></p>
<p><strong>Solo nel Seicento, con la poesia dei Marinisti, i capelli delle donne non saranno esclusivamente biondi. Il poeta Marcello Giovanetti compone un sonetto intitolato  “Loda una chioma nera” e un altro poeta, Pietro Casaburi, dedica dei versi ad una “bella chioma nera”. Invece Giovan Leone Sempronio s&#8217;ispira alla “chioma rossa di bella donna”: </strong></p>
<p><em><strong>Tutta amor, tutto gioco e tutto scherzo,<br />
il suo vermiglio crin Lidia sciogliea<br />
e un diluvio di fiamme a poco a poco<br />
</strong><strong>sovra l’anima mia piover parea”.</strong></em></p>
<p><strong>Le donne bionde compaiono pure nella poesia del Seicento, ma, come ho già detto, non hanno l’esclusiva. Lo stesso caposcuola del Marinismo, Giambattista Marino, in un sonetto amoroso ci mostra la donna amata che, sciogliendo i suoi luminosi biondi capelli, sembra che voglia raddoppiare la luce del sole.  In un altro sonetto descrivendo una donna che si pettina vede il pettine come una navicella d’avorio che solca onde dorate, ossia i capelli biondi.<br />
</strong><strong>La donna dell’età barocca è realistica e si presenta nella sua quotidianità: può essere buona o cattiva, piena di dignità o meschina fino all’eccesso. C’è la donna che nuota, quella che gioca a palla, c’è (udite! udite!) quella che ha fra i capelli degli innominabili insetti; c’è perfino quella che viene frustata in pubblico.<br />
</strong><strong>A cominciare dal Seicento le donne  cantate dai poeti non avranno più capelli convenzionali, ma naturali; infatti è bionda l’Ermengarda del Manzoni perché appartiene al popolo dei Longobardi, mentre ha “neri e giovanili capelli” la Lucia dei Promessi sposi; anche la Silvia leopardiana ha “negre chiome”. Il discorso potrebbe durare a lungo, ma ci porterebbe lontano e forse è meglio interromperlo prima che i benevoli lettori di Albatros perdano la pazienza.</strong></p>
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		<title>Sordello, il trovatore di Goito</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 07:08:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[
Mi è venuta l’idea di parlare di Sordello perché un caro amico, Sergio Cobelli, nato a Goito (Mantova), mi ha fatto dono di una interessante monografia su questo antico autore italiano, che visse nel secolo XIII e fu tenuto in grande considerazione dai contemporanei.
L’opera alla quale mi riferisco s’intitola “Sordello da Goito” ed è stata scritta da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="aligncenter size-full wp-image-2269" title="Il poeta Sordello" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/06/Il-poeta-Sordello.jpg" alt="Il poeta Sordello" width="361" height="369" /></strong></p>
<p><strong>Mi è venuta l’idea di parlare di Sordello perché un caro amico, Sergio Cobelli, nato a Goito (Mantova), mi ha fatto dono di una interessante monografia su questo antico autore italiano, che visse nel secolo XIII e fu tenuto in grande considerazione dai contemporanei.<br />
L’opera alla quale mi riferisco s’intitola “Sordello da Goito” ed è stata scritta da Emilio Faccioli, un illustre cittadino di Goito, vissuto nel secolo scorso, prima docente e poi preside nei Licei, infine professore di Letteratura italiana presso l’Università di Firenze. <br />
Presenterò, dunque, Sordello tenendo conto di quanto ho appreso dal libro del Faccioli, ma anche facendo tesoro delle mie conoscenze acquisite precedentemente.<br />
Sordello era un trovatore che, pur essendo di origini italiane, scriveva secondo la moda dei poeti provenzali; addirittura fra coloro che in Italia seguivano quella tendenza fu il più apprezzato.     <br />
Egli é poco conosciuto, o addirittura ignorato, da chi non ha fatto studi specifici. Tutt’al più può essere ricordato per il famoso episodio del Purgatorio dantesco in cui ci appare statuario e sdegnoso. Dante e Virgilio, usciti dalle tenebre dell’Inferno, camminano in una zona desolata, l’Antipurgatorio, dove incontrano un’anima solitaria e altera, che li guarda “<em>a guisa di lion quando si posa</em>”. Virgilio le si avvicina per conoscere la via più agevole, ma quell’anima, piuttosto che rispondere alla sua domanda, chiede chi siano e da dove vengano. Virgilio sta per dire che è nato a Mantova, ma arriva solo a pronunciare il nome della sua città quando l’anima, non più raccolta ed altera, si slancia verso di lui dicendo: “O mantovano, io son Sordello della tua terra!” ed entrambi i poeti si abbracciano commossi nel ricordo della comune patria.<br />
Dante, vedendo quelle straordinarie manifestazioni di affetto di due conterranei vissuti a distanza di molti secoli, non può fare a meno di compiangere l’Italia del suo tempo, in cui le persone si odiano e si combattono anche quando vivono dentro le stesse mura. <br />
</strong><strong>L’immagine di Sordello altero e sdegnoso molto probabilmente era stata suggerita a Dante da un’opera di quel poeta intitolata “Compianto in morte di Blacatz”. Blacatz d&#8217;Aulps era un nobile di gran cuore e Sordello, piangendone la scomparsa, biasima gli altri nobili, che spesso non hanno cuore; essi, scrive, essendo vili e meschini dovrebbero assimilare i valori  che furono propri del signore scomparso. Il poeta di Goito, dunque, non esita a colpire con sdegno quelli che sono in difetto, anche alcuni sovrani, senza riguardo al loro grado nella scala sociale.<br />
Prima di farne una stupenda figura poetica nella <em>Divina Commedia</em> Dante aveva tessuto le lodi del trovatore di Goito nel trattato <em>De vulgari eloquentia</em>.</strong><strong><br />
Sordello, comunque, ha i titoli per essere ricordato dai posteri anche a prescindere dal meraviglioso ritratto che ne ha lasciato Dante; proprio perché è stato, come ho già detto,  il miglior trovatore d&#8217;Italia, molto apprezzato nelle corti italiane e ancor più in quelle provenzali, dove riceveva calorosa accoglienza.<br />
I trovatori erano poeti della Provenza, regione della Francia meridionale, che fra i secoli XI e XIII si distinse per una raffinatissima civiltà cortese, dovuta anche al contributo degli stessi trovatori. <br />
I poeti provenzali, generalmente di origine aristocratica,  si spostavano da una corte all’altra componendo poesie che poi musicavano e cantavano. Molti signori della Provenza erano generosi mecenati che offrivano loro  ospitalità.<br />
Le poesie dei Provenzali avevano prevalentemente tema amoroso, ma non mancavano quelle a carattere politico, didascalico, satirico o polemico.  Grande era la cura che i trovatori riservavano alla forma, tanto che la loro lingua, chiamata lingua d’oc, fu la prima lingua letteraria fra quelle romanze (ossia derivate dal latino). Invece non sempre originali erano per il contenuto i loro componimenti essendo quella produzione letteraria alquanto convenzionale: ogni poeta si dichiara innamorato di una donna irraggiungibile, generalmente la castellana, della qual non fa il nome, per motivi di riservatezza, preferendo ricorrere ad un <em>senhal</em>, cioè ad un nome inventato. Quella donna, di elevata moralità, alla quale il poeta si presenta come servo d&#8217;amore, non ricambia i sentimenti del suo devoto; questi. pertanto, soffre e nell’inverno si paragona alla natura triste e desolata, mentre in primavera sente il contrasto con la gioia della natura che si risveglia. Tuttavia, pur fra i luoghi comuni, i poeti più dotati riescono a mantenere una voce originale.<br />
All’inizio del secolo XIII il papa Innocenzo III promosse una crociata contro la Provenza perché vi si annidava una setta di eretici chiamati Albigesi.  La Provenza, dichiarata terra di conquista, fu presa d’assalto da bande di avventurieri e la sua raffinata civiltà si dissolse in un batter d’occhi. Molti poeti provenzali trovarono rifugio in altri paesi d’Europa, anche in Italia, e i poeti di questi paesi appresero forme e contenuti della loro elegantissima poesia e cercarono di scrivere alla stesso modo. Sordello fu uno di loro, il più ispirato e ammirato.<br />
 I documenti del tempo ci dicono ch’egli nacque in seno ad una famiglia di piccola nobiltà e di modeste condizioni economiche. Era di bell’aspetto, amante della poesia e delle donne, dedito sia alle armi che al gioco e alla taverna. L’amore per la poesia gli apri le porte delle corti, dove veniva accolto con grande considerazione. Nelle corti  fu conqistatore di cuori femminili. L’amore più celebre è quello per  Cunizza da Romano, sorella del potente Ezzelino, signore della Marca trevigiana, e moglie del conte Riccardo di Sambonifacio. Cunizza conduceva vita scandalosa; addirittura in un antico testo si legge che “fue in ogni etade innamorata. Ed era di tanta larghezza il suo amore che avrebbe tenuta grande villania a porsi a negarlo a chi cortesemente l’avesse domandato.” In parole più semplici diciamo che si sarebbe sentita scortese se avesse opposto un rifiuto alla garbata richiesta di un incontro amoroso. <br />
Il poeta mantovano, amante della vita spericolata, addirittura ebbe l’ardire, forse ispirato da Ezzelino, di rapire Cunizza per portarla con sé nella Marca trevigiana. Dopo qualche tempo l’abbandonò (o fu abbandonato da lei?) e sposò una giovane di nome Otta, appartenente alla nobile famiglia degli Strasso. In seguito lasciò la moglie e, temendo la vendetta dei parenti di lei, oltre che di quelli di Cunizza, si trasferì in Provenza, Là, essendo già rinomato poeta, venne accolto con grandi onori in varie corti, ch’erano sopravvissute alla crociata voluta da Innocenzo III. In particolare fu ospite molto apprezzato prima alla corte di Raimondo Berengario e poi di suo genero Carlo d’Angiò.<br />
Quando nel 1266 Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, partì alla volta dell’Italia meridionale per combattere contro Manfredi,  egli seguì l’esercito angioino e poco tempo dopo Carlo per riconoscenza gli fece dono di alcuni castelli  abruzzesi, che gli assicuravano una cospicua rendita. Nell’agosto del 1269 i suoi beni risultano trasferiti ad altra persona; evidentemente Sordello in quell’anno aveva concluso la sua vicenda terrena.<br />
Di questo poeta sono arrivati fino a noi una quarantina di componimenti  principalmente amorosi: alcuni, invece, hanno carattere politico, morale o polemico.  Fra questi ultimi é degno di essere ricordato il poemetto <em>Ensenhamens d&#8217;onor</em> (Insegnamenti d&#8217;onore)<br />
nel quale dà saggi consigli alle dame e ai cavalieri che vogliono vivere secondo gli ideali cortesi. Alle dame raccomanda di non amare persone dall&#8217;animo vile per non perdere la loro dignità; ai cavalieri insegna a dominare le passioni lasciandosi guidare dal senso della misura.<br />
P</strong><strong>erché Sordello è considerato il migliore fra i trovatori italiani? Egli esalta meglio degli altri i valori tipici della poesia provenzale, la quale, a sua volta, é lo specchio della società cortese del tempo. I più importanti di questi valori sono, come ho già detto, l’equilibrio, la lealtà e la magnanimità. Anche Sordello, come altri autori della sua corrente, musicava e cantava i suoi componimenti e nelle corti dell’Italia e della Provenza era apprezzato per le qualità di musico e cantore, oltre che per la validità dei testi poetici.<br />
 Le più belle poesie d’amore furono composte da Sordello per una donna cantata con il <em>senhal</em> (nome convenzionale) di Agradiva. Noi conosciamo, grazie a testimonianze del tempo, il nome di quella donna: era Guida di Rodez, appartenente ad una nobile famiglia della Provenza. Per lei Sordello scrisse versi di questo tenore:</strong> </p>
<p><em>Soltanto si vive quando si vive nella gioia<br />
poiché vivere in modo diverso non si deve chiamare vivere&#8230;</em></p>
<p><em>Tanto penso a lei e tanto l’amo dal profondo del cuore<br />
che temo non possano bastarmi la notte e il giorno per pensare a lei&#8230;</em></p>
<p><em>Donna Agradiva, radice pregiata, sono tutto vostro<br />
con il cuore, con il corpo, con il mio comportamento e con le mie parole. </em></p>
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		<title>Oggi vi racconto una bella storia d&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 18:17:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; la storia di Elena e Federico, due cari amici miei e di Albatros, che ho conosciuto nel Libro degli ospiti del sito internet Sicilia nel Mondo (www.sicilianelmondo.com). In quel Libro si é formato un folto gruppo di siciliani che vivono in posti anche lontanissimi: nella loro terra, in altre regioni italiane e in vari Paesi stranieri. Essi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color: #993300;"><em>E&#8217; la storia di Elena e Federico, due cari amici miei e di Albatros, che ho conosciuto nel Libro degli ospiti del sito internet Sicilia nel Mondo (</em></span></strong><a href="http://www.sicilianelmondo.com"><strong><span style="color: #000080;"><em>www.sicilianelmondo.com</em></span></strong></a><strong><span style="color: #993300;"><em>). In quel Libro si é formato un folto gruppo di siciliani che vivono in posti anche lontanissimi: nella loro terra, in altre regioni italiane e in vari Paesi stranieri. Essi, parlando di tutto, pian piano  sono diventati amici e qualche volta addirittura s&#8217;incontrano.  Io personalmente ho ricevuto nella mia città la visita di Kathy e Totò, che abitano a Bolognetta (PA); di Con e Santina, che vivono in Australia; di Jerry ed Helen, che venivano dal Canada; di Coluccio e Catherine, che si trovano nella Provenza; infine di Elena e Federico, accompagnati da Asja, l&#8217;inseparabile bassottina di Elena, che i lettori di Albatros conoscono perché nella sezione Portfolio ho presentato una sua eccezionale performance al Parco.<br />
Federico Vaccaro, per gli amici Fefé, noto ed eccellente poeta in dialetto siciliano, viveva solo, a Palermo; sola viveva, a Torino, Elena Minafò, simpatica siciliana,  di bel carattere e di piacevole conversazione. Un giorno Elena e Fefé  si sono conosciuti in quel Libro degli ospiti, poi si sono incontrati, infine si sono innamorati e presto si uniranno in matrimonio. Stiamo, dunque, all&#8217;erta perché c&#8217;é nell&#8217;aria odore di confetti!<br />
Le fotografie che vi presento sono state scattate recentemente sulla nave che collega Genova a Palermo. Fefé, da perfetto gentiluomo, qual é sempre stato,  in vista delle nozze é andato in Piemonte ed é tornato insieme alla sua promessa sposa, per farle compagnia durante il viaggio in nave.<br />
Quando Elena ha saputo che volevo mettere su Albatros le fotografie della loro traversata mi ha scritto così: &#8220;</em>Sono contenta se mi &#8220;regali&#8221; una paginetta!!!  Voglio che tutto il mondo sappia che sono felice!!<em>&#8220;  Basta guardare le fotografie per capire quanta verità ci sia nelle sue parole.  <br />
Ora il problema della solitudine é di Asja perché, se vuol farsi qualche buona amicizia a Palermo, deve imparare ad&#8230; abbaiare in siciliano!</em></span></strong></p>
<p><span style="color: #993300;"> </span><img title="9giugno2010 006-1" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/06/9giugno2010-006-1.jpg" alt="9giugno2010 006-1" width="510" height="357" /></p>
<p> <img class="aligncenter size-full wp-image-2214" title="9giugno2010 014-1" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/06/9giugno2010-014-12.jpg" alt="9giugno2010 014-1" width="450" height="540" /></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2169" title="9giugno2010 011-1" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/06/9giugno2010-011-1.jpg" alt="9giugno2010 011-1" width="465" height="338" /><br />
<img class="aligncenter size-full wp-image-2171" title="9giugno2010 013-1" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/06/9giugno2010-013-1.jpg" alt="9giugno2010 013-1" width="450" height="600" /></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2180" title="9giugno2010 016" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/06/9giugno2010-016.jpg" alt="9giugno2010 016" width="450" height="600" /></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2182" title="9giugno2010 022-1" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/06/9giugno2010-022-1.jpg" alt="9giugno2010 022-1" width="450" height="600" /></p>
<p> </p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2189" title="9giugno2010 019-1" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/06/9giugno2010-019-1.jpg" alt="9giugno2010 019-1" width="450" height="600" /></p>
<p><img title="9giugno2010 015-1" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/06/9giugno2010-015-1.jpg" alt="9giugno2010 015-1" width="450" height="600" /></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2204" title="9giugno2010 021" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/06/9giugno2010-0211.jpg" alt="9giugno2010 021" width="450" height="600" /></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2247" title="Fefé ed Elena" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/06/Fefé-ed-Elena.jpg" alt="Fefé ed Elena" width="522" height="432" /></p>
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		<title>L&#8217;imperatore di una repubblica</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 10:52:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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L&#8217;imperatore Augusto (63 a. C. &#8211; 14 d. C.)
In questo titolo, indubbiamente curioso, per non dire assurdo, ho voluto sintetizzare la strategia di Augusto, che fu a capo di Roma cercando di non fare capire che le libertà repubblicane andavano scomparendo man mano che tutto il potere veniva accentrato nelle sue mani. Egli, infatti, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2138" title="L'imperatore Augusto" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/06/Limperatore-Augusto1.jpg" alt="L'imperatore Augusto" width="361" height="434" /></p>
<p><em><span style="color: #993300;">L&#8217;imperatore Augusto (63 a. C. &#8211; 14 d. C.)</span></em></p>
<p>In questo titolo, indubbiamente curioso, per non dire assurdo, ho voluto sintetizzare la strategia di Augusto, che fu a capo di Roma cercando di non fare capire che le libertà repubblicane andavano scomparendo man mano che tutto il potere veniva accentrato nelle sue mani. Egli, infatti, non abolì le varie magistrature della repubblica,  ma le lasciò in vigore pur occupandole l’una dopo l’altra.<br />
Il popolo romano, comunque, lo approvava perché ne sperimentava la generosità e  finalmente poteva godere di un lungo periodo di pace dopo una serie di guerre intestine che avevano portato lutti e sofferenze di ogni genere.<br />
Questo geniale uomo politico  in giovane età si chiamava Gaio Ottavio. Era pronipote di Cesare, che aveva per lui una particolare predilezione; addirittura lo riteneva, per la serietà e l’intelligenza, idoneo a diventare il suo successore. Possedeva buona cultura e amore per la poesia, aveva un bell’aspetto, ma la sua salute era alquanto precaria, tanto che in viaggio era sempre accompagnato dal suo medico personale.<br />
Egli seppe scegliersi ottimi collaboratori (per esempio Agrippa e Mecenate), che gli resero più facile il governo di uno Stato vasto e complesso, qual era quello di Roma,  formato da numerosi gruppi etnici. Alle etnie diverse corrispondevano lingue diverse, tradizioni e istituzioni diverse, religioni diverse. Senza contare il grave pericolo costituito dalle popolazioni insediate ai confini, alcune delle quali molto bellicose. </p>
<p>L’ARRIVO DI GAIO OTTAVIO A ROMA</p>
<p>Il giovane Gaio Ottavio irrompe sulla scena politica di Roma all’indomani dell’uccisione di Cesare, nel 44 a. C. quando ancora non ha compiuto i diciannove anni.<br />
Cesare, dopo aver conseguito grandi successi militari, era diventato dittatore a vita e questo non era stato accettato da un buon numero di Romani, che vedevano in pericolo le libertà repubblicane. Non dimentichiamo che a Roma era ancora vivo l’odioso ricordo della monarchia, anche se erano passati vari secoli dalla cacciata dell&#8217;ultimo re, Tarquinio il Superbo. Nel 44 a.C. un gruppo di giovani romani, convinti di fare il bene dello Stato, ordì una congiura contro Cesare, che fu ucciso a coltellate nella sede del Senato.  I più animosi fra questi giovani erano Bruto e Cassio.<br />
In quella tragica situazione tentò di dominare la scena politica Marco Antonio, che era stato collaboratore di Cesare. Egli durante i funerali lesse il testamento del dittatore ucciso e grande fu la commozione dei presenti nell’apprendere che Cesare lasciava al popolo romano i giardini ai piedi del Gianicolo e ad ogni proletario 300 sesterzi<strong>,</strong> che potrebbero corrispondere ai cinque/seicento euro di oggi. Una discreta somma per un indigente! Questo atto di generosità fece capire che Cesare, pur avendo preso tutto il potere, intendeva gestirlo nell’interesse del popolo romano, a lui molto caro<strong>.  </strong>Cesare lasciava la maggior parte delle sue sostanze <strong>al</strong> giovanissimo nipote Gaio Ottavio, adottato come figlio. Questi apprese la notizia della morte cruenta di Cesare ad Apollonia, nella Penisola balcanica, dove si trovava per fare pratica di vita militare, e si precipitò a Roma. Là, nonostante avesse meno di diciannove anni (era nato nel 63 a. C.), non esitò ad affrontare Antonio per ottenere l’eredità che gli spettava e per impedirgli di prendere il potere a Roma. Egli, inoltre, essendo stato adottato da Cesare, aggiunse al suo nome, secondo il costume romano, quello del padre adottivo e si chiamò Gaio Giulio Cesare Ottaviano.<br />
Da questo momento inizia un periodo fitto di vicende politiche e militari che ritengo opportuno sintetizzare al massimo per non creare confusione e non stancare i lettori. Invito chi ne ha interesse a chiedermi degli approfondimenti.<br />
Dopo aver combattuto contro Antonio costringendolo a riparare in Gallia, Ottaviano trova conveniente allearsi con lui per formare, insieme ad un terzo uomo politico di nome Lepido, un triunvirato (il secondo dopo quello di Cesare, Pompeo e Crasso). Insieme avrebbero governato lo Stato romano diviso in tre aree: l’Occidente (ad Ottaviano), l’Oriente (ad Antonio) e l’Africa (a Lepido).<br />
Gli uccisori di Cesare, che avevano sperato inutilmente nell’appoggio del popolo, erano fuggiti da Roma, ma furono inseguiti da Antonio e Ottaviano, ora alleati, e furono sconfitti. Essi per non cadere nelle mani dei vincitori si diedero la morte.<br />
In seguito Antonio ed Ottaviano diventarono di nuovo nemici perché Antonio, stabilitosi ad Alessandria d’Egitto, si era innamorato della regina Cleopatra, che gli aveva dato anche due figli. Egli addirittura donava a Cleopatra parti del territorio romano che da lei venivano cedute ai figli nati dal loro amore. Questo fornì ad Ottaviano il pretesto per combattere contro Antonio e Cleopatra, che nel 31 a. C. furono sconfitti, in una battaglia navale presso Azio, località sulla costa greca. Dopo la sconfitta i due si suicidarono, quindi Ottaviano rimase unico dominatore della situazione politica.   </p>
<p>L’ASCESA DI OTTAVIANO AL POTERE</p>
<p>Roma aveva una forma di governo repubblicana e democratica. Repubblicana perché le cariche pubbliche erano affidate a varie persone per un periodo determinato; democratica perché il popolo aveva diritto a partecipare ai Comizi, cioè alle Assemblee popolari che eleggevano alcuni magistrati e approvavano delle leggi. Non si trattava, comunque, di una democrazia nel senso moderno della parola, perché solo apparentemente il potere apparteneva a tutto il popolo, in realtà lo deteneva una ristretta oligarchia di famiglie nobili o benestanti.  <br />
Ora Ottaviano tendeva a creare una dittatura fondata sul potere militare, ma i Romani erano troppo legati alla forma repubblicana del loro Stato, quindi mostrare apertamente che tutto il potere era nelle mani di una sola persona sarebbe stato molto rischioso. L’esperienza di Cesare insegnava parecchio a questo proposito. Ottaviano, molto astuto, lasciò in vigore tutte le istituzioni repubblicane, ma giorno dopo giorno le privò del loro valore nel senso che le occupava per controllarle personalmente e fare valere la sua volontà.<br />
All’inizio fu eletto console per dieci anni. I consoli erano due e l’uno poteva mettere il veto all’operato dell’altro, ma Augusto fece in modo che lo affiancasse un collega molto fedele, quindi incapace di contrastarlo.<br />
Poco dopo ottenne le prerogative dei tribuni delle plebe, ossia l’inviolabilità e lo “ius auxilii” (il diritto d’intervenire in aiuto di  un plebeo  che, essendo stato offeso, si appellava a lui).<br />
In seguito<strong> </strong>ottenne anche la terza prerogativa dei tribuni della plebe, ossia il diritto di veto, con il quale poteva opporsi ad ogni decisione che non fosse di suo gradimento.<br />
Poi ebbe anche il potere proconsolare, cioè diventò capo della maggior parte delle province (le unità amministrative in cui era diviso il territorio romano).</p>
<p>IL TITOLO DI AUGUSTO</p>
<p>Nel 27 a. C. il Senato conferì ad Ottaviano il titolo di Augusto, che ha il seguente significato: “colui che è venerabile e accresce la grandezza della Patria”. Negli anni successivi egli verrà chiamato solo con questo nome.<br />
In seguito il suo potere proconsolare viene esteso a tutte le province dell’Impero e Augusto conquista un&#8217;autorità superiore a quella dei consoli, dei proconsoli e del Senato.  <br />
Egli ottenne anche la presidenza del Senato (P<em>rinceps senatus</em>) con il diritto a votare per primo. Questo induceva gli altri senatori a seguirne l’esempio per non inimicarselo. Presiedeva anche i comizi, ossia le assemblee del popolo, che approvavano le leggi. Quindi, influenzando il Senato e i Comizi, controllava tutta l’attività legislativa.<br />
Nel 12 a.C. gli venne conferita la carica di Pontefice Massimo, cioè capo del Collegio dei pontefici, che erano custodi e interpreti della tradizione religiosa e giuridica di Roma.<br />
Augusto possedeva anche la potestà censoria. Il censore vigilava sul comportamento dei Romani, una sua nota negativa era sufficiente per interrompere una carriera politica. Pertanto l’imperatore poteva a suo piacimento destituire dall’incarico chi non incontrava il suo favore oppure impedirgli di far parte del Senato o aspirare ad una carica pubblica.<br />
La maggior parte delle entrate dello Stato romano confluivano in una cassa, chiamata Fisco, dipendente direttamente da Augusto, il quale se ne serviva per le pubbliche necessità. A volte per questi fini attingeva anche al suo patrimonio personale.<br />
Ad Augusto spettava anche il diritto di battere monete d’oro e d’argento, mentre il Senato poteva far coniare soltanto quelle di bronzo, meno pregiate.<br />
Nella sua attività politica Augusto era assistito da un Consiglio del Principe, privo di ogni autorità, essendo soltanto un organo consultivo.<br />
Per la protezione dell’imperatore vi era un folto gruppo di guardie che risiedevano nel  Pretorio, altro nome del palazzo imperiale, pertanto si chiamavano pretoriani. Il capo di quelle guardie era il Prefetto del pretorio.</p>
<p>I MERITI DI AUGUSTO</p>
<p>Quali furono i meriti di Augusto?  Furono tanti, in ogni campo della vita sociale, amministrativa, giudiziaria e militare. Per brevità parlerò solo dei principali.<br />
Innanzitutto quello di avere assicurato, dopo la battaglia di Azio contro Antonio e Cleopatra,  una lunga stagione di pace al suo popolo, che aveva sofferto troppo per tutte le guerre civili (fra Mario e Silla, fra Cesare e Pompeo, contro Bruto e Cassio, fra Ottaviano e Antonio). Era quella la cosiddetta  <em>Pax augustea</em> e per evidenziare questa felice condizione di vita viene eretto il monumento chiamato <em>Ara pacis Augustae</em>.<br />
In verità sotto Augusto ci furono delle guerre, ma ai confini dell&#8217;impero, soprattutto contro i Germani a settentrione  e contro gli indomabili Parti ad oriente.<br />
A questo proposito ricordo una pagina luttuosa della storia romana, la grave sconfitta subita nel 9 a. C., ad opera dei Germani nella selva di Teutoburgo. Augusto aveva affidato al generale Publio Quintilio Varo le migliori legioni perché rinsaldasse i confini settentrionali dell’Impero, ma i Germani, guidati da un guerriero astuto e vigoroso di nome Arminio, attirarono i Romani in un tranello e li sgominarono. Sembra che Arminio per quella eroica impresa sia entrato nella leggenda e nella poesia con il nome di Sigfrido, l’eroe nazionale tedesco. Di Augusto, invece, si racconta che dopo la notizia della disfatta si aggirava per le stanze del suo palazzo gridando disperatamente: <em>“Vare, Vare, redde mihi legiones!</em>” (O Varo, o Varo, restituiscimi le mie legioni!)<br />
Altri meriti di Augusto? Egli portò avanti un consistente programma di opere pubbliche. Nacquero allora il Pantheon, il Portico di Ottavia, il Teatro di Marcello, ecc. Roma, rivestita di marmi, diventò più bella, la vita dei Romani si fece più agevole e i disoccupati trovarono lavoro.  Vi lascio immaginare la meraviglia del forestiero che, arrivando da una provincia, entrava in quella città  splendida per il colore bianco dominante, perché ricca di templi, di terme, di fontane, di palazzi e di svariate altre costruzioni  rivestite o realizzate in marmo. Orazio in un suo componimento poetico così cantava: “<em>Alme sol, possis nihil urbe Roma visere maius</em>&#8220;  (Fecondo sole, possa tu non vedere mai niente più grande di Roma).<br />
Augusto cercò di rendersi conto di persona dei problemi che affliggevano le popolazioni delle province e per questo a volte soggiornò per anni in alcune di esse.<br />
Poiché considerava l’Italia la parte più importante dell’Impero, cercò di evitarne l’indebolimento arginando il calo demografico, che al suo tempo cominciava ad essere consistente. Affrontò quel problema con una politica in difesa della famiglia promettendo dei premi a chi aveva più di tre figli (quattro se si trattava di liberti, cioè schiavi liberati.) Inoltre gravò di una tassa i celibi e le famiglie che non avevano figli.<br />
 Notevole fu anche il contributo che Augusto diede alla cultura. Favorì poeti e scrittori, quali Virgilio, Orazio, Properzio, Tito Livio, che facevano parte del circolo d’intellettuali creato da Mecenate, amico e collaboratore di Augusto.  Dico per inciso che dal nome di Mecenate  derivano i vocaboli mecenate (protettore degli artisti) e  mecenatismo (tendenza a favorire gli artisti e la cultura in genere).<br />
Augusto s’impegnò molto nella salvaguardia della pubblica moralità e nella difesa della religione tradizionale perché era convinto, come tutti i grandi politici, che uno stato moralmente sano e spiritualmente unito si può governare meglio. Vittima di questa sua politica, tendente a restaurare in Roma i buoni costumi del passato, fu anche Giulia, figlia di Augusto dissoluta e viziosa, che costrinse il padre  a mandarla in esilio nell’isola di Ventotene. Altra vittima illustre fu il poeta Ovidio, che agli occhi dell’imperatore si era macchiato di una grave colpa a noi sconosciuta  (egli parlava di “carmen et error”, un componimento poetico e un errore), pertanto fu mandato in esilio in una località lontana dove rimase fino alla morte. </p>
<p>MORTE DI AUGUSTO E CONCLUSIONI </p>
<p>Augusto  non ebbe figli maschi, quindi per la successione fu costretto a pensare a qualche parente prossimo meritevole della sue stima. Purtroppo tutti quelli che aveva giudicato idonei a prendere sulle loro spalle il peso di un così grande impero erano morti prematuramente, alcuni in giovanissima età: il nipote Marcello, al quale aveva dato in sposa la figlia Giulia; il generale Agrippa, valente collaboratore e secondo marito di Giulia; i figli di Agrippa e Giulia, Gaio Cesare <em>e</em> Lucio Cesare. Infine dovette ripiegare su Tiberio (figlio di primo letto della sua terza moglie, Livia), anche se i loro rapporti non erano ottimi.<br />
Augusto morì a Nola, nel 14 d. C. all’età di 77 anni, dopo quasi sessant’anni d’intensa attività politica  e quarantacinque anni di governo incontrastato.<br />
In conclusione posso dire che questo imperatore, pur avendo preso tutto il potere nelle sue mani, non fu un dittatore nel senso peggiore della parola perché agì con saggezza, equilibrio e giustizia, pensando esclusivamente al bene del suo Stato e e soprattutto evitando che  Roma venisse ancora funestata dalle guerre civili. Per altro tolse poco alla democrazia perché, come ho detto, Roma solo apparentemente era democratica, in realtà il potere era gestito da alcune potenti famiglie.<br />
Con il suo impegno politico Augusto fece sì che Roma svolgesse un’altissima funzione civilizzatrice nei territori conquistati diffondendo la sua cultura letteraria, giuridica e tecnico-scientifica, che l’aveva fatta grande e degna di ammirazione da parte di tutti gli altri popoli.</p>
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		<title>Tutti da Mariù. Con le mani in pasta!</title>
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		<pubDate>Wed, 26 May 2010 07:48:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mariù è una mia amica siciliana che vive da molti anni a Milano, ma è rimasta fortemente legata alla terra d&#8217;origine. Nei suoi pensieri ci sono sempre i paesaggi, le persone, le cose, gli usi e i costumi della Sicilia. Ricorda anche il pane fatto in casa, fragrante e appetitoso, ancora di più se viene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Mariù è una mia amica siciliana che vive da molti anni a Milano, ma è rimasta fortemente legata alla terra d&#8217;origine. Nei suoi pensieri ci sono sempre i paesaggi, le persone, le cose, gli usi e i costumi della Sicilia. Ricorda anche il pane fatto in casa, fragrante e appetitoso, ancora di più se viene condito con olio e sale.<br />
Un bel giorno Mariù, insieme al marito, Alfredo, e ad alcuni amici, ha deciso di rinnovare quell’antico rito. Le fotografie, molto belle, che presento ai lettori di Albatros documentano la loro… impresa!<br />
</strong><strong>“<em>Questo antico lavoro</em> - mi ha scritto Mariù - <em>con tanto amore veniva svolto dalle mamme di famiglia e coinvolgeva tutte le donne di casa&#8230; Abbiamo impastato 25 kg di farina e, come vedi</em>, <em>anche Alfredo si è cimentato ad impastare, soprattutto perchè l&#8217;impasto era molto pesante da rigirare&#8230; Abbiamo fatto il</em>  &#8220;<em>pane</em> <em>cunzato</em>&#8220;<em> e il pane fritto,  mmmm&#8230; buonissimo.&#8221;<br />
</em></strong><strong>Dal momento che non possiamo deliziare l’olfatto e il palato con l’odore e il sapore del buon pane fatto in casa da Mariù &amp; C., accontentiamoci di guardare le loro fotografie.    </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2081" title="Il pane in casa 3" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/05/Il-pane-in-casa-34.jpg" alt="Il pane in casa 3" width="672" height="504" /></p>
<p><img title="Il pane in casa, 1" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/05/Il-pane-in-casa-1.jpg" alt="Il pane in casa, 1" width="672" height="504" /></p>
<p><img title="Il pane in casa, 8" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/05/Il-pane-in-casa-85.jpg" alt="Il pane in casa, 8" width="672" height="504" /></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2089" title="Il pane in casa, 3" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/05/Il-pane-in-casa-35.jpg" alt="Il pane in casa, 3" width="509" height="563" /></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2110" title="Il pane in casa." src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/05/Il-pane-in-casa.3.jpg" alt="Il pane in casa." width="444" height="530" /></p>
<p><img title="Il pane in casa, 8" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/05/Il-pane-in-casa-83.jpg" alt="Il pane in casa, 8" width="598" height="603" /></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2100" title="Il pane in casa, 7" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/05/Il-pane-in-casa-73.jpg" alt="Il pane in casa, 7" width="549" height="429" /></p>
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		<title>&#8220;Il Piccolo Sceriffo&#8221; &amp; C.</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2010 18:11:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Miscellanea]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei primi anni Cinquanta ero un ragazzo che leggeva con grande passione i fumetti, proprio come tanti coetanei. E, come tanti coetanei, per motivi facilmente immaginabili, non me ne potevo permettere molti.
Il mio giornalino preferito era quello intitolato “Il piccolo sceriffo”, che presentava le storie illustrate del giovanissimo Kit, protagonista di tante belle avventure.     
Kit era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nei primi anni Cinquanta ero un ragazzo che leggeva con grande passione i fumetti, proprio come tanti coetanei. E, come tanti coetanei, per motivi facilmente immaginabili, non me ne potevo permettere molti.<br />
Il mio giornalino preferito era quello intitolato “Il piccolo sceriffo”, che presentava le storie illustrate del giovanissimo Kit, protagonista di tante belle avventure.  </strong><em><span style="color: #993300;">   </span></em><br />
<strong>Kit era figlio di uno sceriffo; aveva una sorella, Lizzie, alla quale era molto legato, e amava una ragazza di nome Flossie.  Una sera il padre di Kit fu ucciso da uno sconosciuto, ma il ragazzo, avendo fiutato la pista giusta, riuscì a catturare l’assassino per assicurarlo alla giustizia. Grande fu l’ammirazione della gente nei riguardi di quel piccolo eroe, al punto che Kit fu acclamato sceriffo. Da quel momento per lui vi fu un continuo lottare contro i criminali in una serie illimitata di rischiose avventure</strong>, <strong>dalle quali usciva sempre vittorioso. Per i suoi spostamenti si serviva del cavallo Black, uno splendido stallone nero, ed era</strong><br />
<strong>sempre accompagnato <strong>dal fedele cane  Roki</strong>.<br />
Le storie del piccolo sceriffo uscivano a strisce in minuscoli giornali  di poche pagine, che costavano venti lire; una somma non grande, ma ragguardevole sessant’anni addietro per un ragazzino. Si faceva presto a divorare quelle poche pagine e poi si stava ad aspettare con ansia il nuovo numero per un’interminabile settimana.</strong><img title="Il piccolo sceriffo, 2" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/04/Il-piccolo-sceriffo-2.JPG" alt="Il piccolo sceriffo, 2" width="529" height="266" /></p>
<p> </p>
<p>  <em><span style="color: #800000;">Una striscia de &#8220;Il Piccolo Sceriffo&#8221;</span></em></p>
<p><strong>Perché con ansia? Perché ogni storia veniva interrotta in un punto cruciale; per esempio, mentre un bandito prendeva la mira per colpire Kit. Santa innocenza! Non sapevo allora che un eroe dei fumetti non poteva morire, infatti la settimana successiva si vedeva che per un verso o per un altro Kit riusciva a salvarsi.  Quegli eroi godevano di una immortalità conferita loro dagli ideatori dei racconti, che spesso erano gli stessi disegnatori.<br />
Nella mia carriera di lettore di fumetti solo un protagonista vidi morire. Era Pecos Bill, eroe leggendario, che un giorno fu prelevato dai “Cavalieri del Cielo”. Questi formavano una lunghissima processione, che iniziava fra le nubi (i più lontani addirittura si confondevano con esse) e scendeva fino al suolo. Poi i Cavalieri del Cielo ripartivano insieme a Pecos Bill, anche lui a cavallo, e si dileguavano fra le nuvole dalle quali erano apparsi.  Quello mi è sempre sembrato un modo gentile per presentare la morte, un’immagine emozionante e molto bella dal punto di vista artistico.<br />
Altri personaggi che popolavano la mia fantasia di ragazzo erano Capitan Miki e i suoi inseparabili compagni di avventure, Doppio Rhum e il Dottor Salasso. Leggevo con piacere, quando ne avevo la possibilità, anche gli “Albi dell’Intrepido” e quelli del “Monello”.</strong></p>
<p><strong> </strong><img class="aligncenter size-full wp-image-1994" title="Capiran Miki e i suoi amici" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/04/Capiran-Miki-e-i-suoi-amici.jpg" alt="Capiran Miki e i suoi amici" width="304" height="472" /></p>
<p><strong>Capitan Miki era un ranger del Nevada, sempre impegnato, come il Piccolo sceriffo, nella lotta contro i malviventi. Doppio Rhum era un simpatico vecchietto che lo aveva visto crescere e lo amava come un figlio: era bevitore insaziabile di rhum, come il suo soprannome fa capire. Il Dottor</strong> <strong>Salasso era un medico, inguaribile bevitore come come Doppio Rhum. Faceva eccezione Capitan Miki, il quale beveva solo latte o limonate. “Per tutte le sbornie!” era l’esclamazione</strong> <strong>tipica di Doppio Rum, mentre il dottor Salasso era solito esclamare: “Per tutte le appendiciti!” oppure “Per mille laparotomie!” Quelle espressioni si coglievano talvolta</strong><strong> per le strade sulle labbra dei ragazzini. Si diceva anche “Acc!” quando</strong> <strong>qualcosa andava male o “Cribbio!”per esprimere meraviglia.</strong></p>
<p><strong> U</strong><strong>n giorno mi trovavo a Trapani in casa di una mia zia, dov’ero andato per trascorrere qualche ora in compagnia di due cugini quasi coetanei. Mentre giocavamo, con mia grande sorpresa scoprii nella loro stanza uno scatolone pieno zeppo di giornaletti di Topolino. La tentazione fu grande e cominciai a leggerli senza indugio.  Mia zia, visto il mio interesse per quei fumetti, me li regalò, perché lei periodicamente svuotava quella scatola per fare posto ad altri giornalini che puntualmente entravano a casa sua. Quello fu per me un dono tanto inatteso quanto gradito e felice portai a casa con una certa fatica il mio piccolo tesoro cartaceo.<br />
</strong><strong>Eravamo all’inizio dell’estate. Le scuole si erano chiuse da pochi giorni e quindi ebbi più di tre mesi perr leggere e rileggere i giornaletti dei miei cugini. Quando  mi rivedo, con la memoria, immerso in quelle piacevoli letture, mi ricordo che in una storia di Walt Disney c’era un personaggio appassionato di televisione; egli stava ore ed ore davanti al teleschermo a sorbirsi tutti i film e i telefilm che trasmettevano. Un giorno esclamò soddisfatto: “Che pomeriggio, ragazzi! Quattro film e quattordici telefilm.” Io, parafrasando le sue parole, vorrei dire: “Che estate, ragazzi!  Un gran numero di giornaletti con centinaia di storie bellissime.”</strong></p>
<p><strong>Gli adulti non sempre vedevano di buon occhio i fumetti, perché li consideravano cattivi maestri e fonte di distrazione per gli studenti. Mi ricordo, a questo proposito, che allora frequentavo un’associazione parrocchiale,  nella quale per Carnevale fu organizzato un rogo dei fumetti. Ogni ragazzo era stato invitato a portare i giornalini che aveva a casa; questi vennero, poi, ammucchiati nel centro del cortile e bruciati con un rito che ricordava i roghi della vanità organizzati da Fra’ Girolamo Savonarola a Firenze sul finire del secolo quindicesimo.<br />
</strong><strong>Io oggi, a distanza di molti anni, penso che da quelle letture ai ragazzi potevano arrivare soltanto buoni ammaestramenti, perché esaltavano grandi valori, quali l’onestà, la legalità, la lealtà, l’eroismo, valori che non sempre nella realtà vengono rispettati.  I fumetti, inoltre, erano scritti in buon italiano, con un lessico vario ed appropriato, quindi potevano essere un valido sostegno per chi studiava.<br />
Quei giornalini erano per i ragazzi causa di distrazione? Non lo credo, perché nell’Italia uscita da poco dalla guerra i ragazzi generalmente non disponevano di molti soldi e, per conseguenza, non potevano acquistare molti fumetti. Essi se li procuravano, per dirla con gli antichi Romani, “cum grano salis” (con un granello di sale), ossia in quantità minima.</strong></p>
<p><strong><span style="color: #993300;">Topolino (<em>Dante</em>) e Pippo (<em>Virgilio</em>) in una pagina dell&#8217;Inferno dantesco. Parodia di Walt Disney che risale agli anni Cinquanta.</span></strong></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2004" title="Topolino. Parodia dell'Inferno" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/04/Topolino.-Parodia-dellInferno.JPG" alt="Topolino. Parodia dell'Inferno" width="408" height="622" /></p>
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		<title>La tragedia di Edipo</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 10:32:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mitologia]]></category>

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Fra gli argomenti dei quali si occupa la psicanalisi un posto di rilievo spetta ai complessi, dei quali il più conosciuto è il complesso di Edipo. Con questa espressione si fa riferimento all’attrazione che i figli in tenera età sentono  per il genitore di sesso opposto, per cui considerano l’altro genitore un rivale e inconsciamente arrivano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1969" title="Edipo davanti alla Sfinge" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/04/Edipo-davanti-alla-Sfinge.jpg" alt="Edipo davanti alla Sfinge" width="230" height="223" /></p>
<p> </p>
<p><strong>Fra gli argomenti dei quali si occupa la psicanalisi un posto di rilievo spetta ai complessi, dei quali il più conosciuto è il complesso di Edipo. Con questa espressione si fa riferimento all’attrazione che i figli in tenera età sentono  per il genitore di sesso opposto, per cui considerano l’altro genitore un rivale e inconsciamente arrivano a desiderarne anche la morte. Quando questa condizione riguarda le bambine si parla anche di complesso di Elettra.<br />
</strong><strong>Tale fenomeno ha preso questo nome perché un</strong><strong> personaggio della mitologia greca inconsapevolmente uccide il padre e sposa la madre, con terribili conseguenze morali. sociali e fisiche a cominciare dal giorno in cui si renderà conto della verità. Questo personaggio tragico è appunto Edipo, figlio non desiderato di Laio, re di Tebe.<br />
</strong><strong>Perché figlio non desiderato? Perché l’oracolo di Delfi aveva annunziato a Laio che suo figlio lo avrebbe ucciso e avrebbe sposato la madre. Gli antichi prestavano fede agli oracoli, fermamente convinti che parlassero ispirati dalla divinità. Vi erano anche degli appositi santuari, nei quali i fedeli di recavano per conoscere il loro futuro o altre verità. Il più famoso era il santuario di Apollo a Delfi, dove la sacerdotessa, chiamata Pizia, parlava in nome di quel grande dio.</strong></p>
<p><strong>Laio era andato a Delfi perché voleva sapere per quale motivo sua moglie non riusciva a mettere al mondo un figlio e ne aveva ricevuto quell’avvertimento sconvolgente. Per evitare che avvenissero fatti tanto gravi Laio ripudiò la moglie, ma questa, dopo averlo fatto ubriacare, riuscì a giacere con lui. Frutto di quell’inganno fu la nascita di un bambino, che Laio, memore della profezia, non volle in casa. Egli, pertanto, lo consegnò ad un servo perché lo abbandonasse su un monte. Il servo non ebbe il coraggio di far morire quel bambino innocente e lo affidò ad un pastore, il quale lo portò nella reggia di Corinto, Lì il bambino fu chiamato Edìpo e allevato amorosamente come un figlio dal re e da sua moglie. Pertanto crebbe convinto che quelli fossero i suoi veri genitori.<br />
</strong><strong>Un giorno, tuttavia, apprese la terribile profezia che lo riguardava, cioè che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre. <br />
</strong><strong>Il pensiero che avrebbe potuto fare queste due cose orrende lo indusse a restare lontano da Corinto e a peregrinare per tutta la Grecia. I</strong><strong>n un crocevia ebbe un contrasto con un viandante e, preso dall’ira, lo uccise, Quel viandante era il re di Tebe, Laio, ossia suo padre, che si stava recando al santuario. Uccidendolo Edipo fece, inconsciamente, quanto era stato vaticinato. Poi continuò il suo viaggio alla volta di Tebe.<br />
</strong><strong>Nei pressi di quella città esisteva un mostro chiamato Sfinge. Era uno dei mostri dalla natura composita, frequenti nell’immaginario degli antichi Greci, come le sirene, i centauri, i satiri, ecc. La Sfinge aveva corpo di leone, testa di donna, ali di uccello e coda di serpente. Essa era crudelissima; infatti ad ogni persona che le passava davanti poneva un quesito e uccideva chi non le dava la risposta giusta.<br />
</strong><strong>Nessuno fino all’arrivo di Edipo a Tebe era riuscito a risolvere gli enigmi della Sfinge; pertanto, dopo la morte di Laio, fu stabilito che alla persona capace di liberare la città da quel mostro non solo sarebbe stato offerto il trono, ma anche la possibilità di sposare la vedova di Laio. Edipo affronta la Sfinge e risolve il seguente enigma da essa proposto: &#8220;Qual é la creatura che quando è piccola cammina con quattro piedi, quando è grande cammina con due piedi e quando è vecchia cammina con tre piedi?&#8221; Ecco la risposta di Edipo: &#8220;Quella creatura é l’uomo.&#8221; L&#8217;uomo, infatti, da piccolo gattona, quindi cammina con quattro piedi, poi riesce a camminare con le sue gambe, ma in età avanzata, avendo bisogno di un bastone, cammina con tre gambe.<br />
</strong><strong>Secondo una tradizione, la Sfinge, sconvolta per la sconfitta, si buttò dalla rupe sulla quale stava accovacciata. Secondo un’altra tradizione fu buttata giù dallo stesso Edipo. In un caso o nell’altro avvenne ciò che i tebani avevano desiderato.<br />
Dico per inciso che quello della Sfinge é il più antico indovinello che si conosca.<br />
</strong><strong>Dopo questo successo Edipo fu considerato un eroe ed ebbe diritto a sedere sul trono di Tebe e a sposare la regina Giocasta, che, come sappiamo, era sua madre. In questo modo la profezia dell’oracolo si avverò del tutto.<br />
Fino a quando furono ignari della </strong><strong>terribile verirà che li riguardava Edipo e Giocasta vissero serenamente, anche perché la loro casa fu allietata dalla nascita di quattro figli: due maschi, Etéocle e Polinice, e due femmine, Antìgone ed Ismene.<br />
</strong><strong>Un giorno Giocasta raccontava come era morto suo marito, ucciso in un crocevia da un forestiero. Alcuni particolari evidenziati dalla moglie fecero capire ad Edipo ch’era stato proprio lui ad uccidere il re di Tebe, ma ancora non sapeva che quello era suo padre.<br />
</strong><strong>In seguito un pastore rivelò ad Edipo qual era la sua vera origine, perché proprio lui lo aveva salvato evitandogli la morte. Avendo ascoltato le parole del pastore, Edipo sentì forte il bisogno di avere completa conoscenza di quella vicenda e ci riuscì attraverso la testimonianza di persone che ne erano al corrente. Capì, pertanto, che Laio era suo padre e che Giocasta era sua madre. Aveva inconsapevolmente ucciso l’uno e sposato l’altra, proprio come era stato profetizzato.<br />
Quando la verità venne alla luce, tragica e terribile, Giocasta s’impiccò ed Edipo, al sommo della disperazione, per castigarsi di quanto aveva fatto si accecò.</strong></p>
<p><strong>Il mito di Edipo fu trattato da vari autori dell’antichità, a cominciare da Omero, e fu portato sulla scena dai grandi tragediografi greci Eschilo, Sofocle ed Euripide. Per alcuni, dopo questa terribile scoperta Edipo, pur affranto dal dolore, continuò a regnare a Tebe; per altri fu scacciato dai figli; per altri, ancora, scelse volontariamente l’esilio accompagnato da una delle figlie. Egli, lasciata Tebe, si recò nell’Attica, dove gli abitanti del luogo avrebbero voluto scacciarlo terrorizzati dalla sua ptresenza, ma il re di Atene, Teseo, lo accolse nella sua reggia. Un giorno Edipo s&#8217;incamminò in un bosco sacro e da quel momento di lui non si seppe più nulla.</strong></p>
<p><strong>Una volta ho avuto occasione di dire che la tragedia nasce da un contrasto fra razionale ed irrazionale, ossia fra l’uomo, essere razionale, e una forza superiore, che è ineluttabile, incomprensibile ed imprevedibile, quindi irrazionale. Nella tragedia greca questa forza è il Fato, cioè il destino, al quale nessuno può sfuggire. Il fato era, addirittura, più forte di Giove, il re degli dei. Nella sua lotta contro il Fato l’uomo soccombe. Soccombere non significa necessariamente morire, anche se spesso le tragedie terminano con la morte dei protagonisti; significa anche essere rovinati, emarginati, perseguitati dal rimorso o diventare pazzi. Edipo, per esempio, dopo avere appreso la terribile verità che lo riguardava, continuò a vivere, ma la sua esistenza si svolse all’insegna della disperazione e del rimorso.</strong></p>
<p><strong>Sofocle, nato nelle vicinanze di Atene all’inizio del quinto secolo avanti Cristo, è il drammaturgo che meglio di altri ha presentato la vicenda di Edipo. Questo autore,  grazie alla sua genialità poetica, penetra nell’animo del protagonista per osservarlo mentre la verità si va componendo, tessera dopo tessera, come un mosaico, e per metterne in luce la terribile esperienza. All&#8217;eroe tebano Sofocle dedicò due tragedie: “Edipo re” ed  “Edipo a Colono”. La tragedia &#8220;Edipo re&#8221; si conclude con queste gravi parole messe sulla bocca del Corifeo (il capo del coro):</strong><strong><br />
</strong></p>
<p>&#8221; O tebani, osservate, questo é Edipo,<br />
il potente, il quale riuscì a risolvere il celebre enigma.<br />
Chi non lo ha invidiato per la sua fortuna?<br />
Ed ecco in quali mali si é trovato.<br />
Nessuno deve considerare felice un uomo<br />
prima che quello sia morto,<br />
prima che concluda un&#8217;esistenza senza dolori.</p>
<p><strong>Anche gli artisti greci s’ispirarono al mito di Edipo, soprattutto nella decorazione di vasi, alcuni dei quali sono arrivati fino ai nostri giorni. All&#8217;inizio di questa pagina ho inserito l&#8217;immagine di Edipo davanti alla Sfinge realizzata su una coppa greca per il vino.</strong></p>
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		<title>Rivoluzioni con la scrittura</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 08:04:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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Una pagina della Bibbia di Gutemberg, il primo libro stampato con caratteri mobili.
Chiamo rivoluzioni quei mutamenti notevoli operati nella società dall’uso della scrittura, che periodicamente ha subito innovazioni straordinarie.
La scrittura ha accompagnato le vicende umane da tempi antichissimi favorendo i rapporti fra le persone, la diffusione delle idee e la conquista di un più alto grado [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1954" title="Una pagina della Bibbia di Gutemberg" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/03/Una-pagina-della-Bibbia-di-Gutemberg.jpg" alt="Una pagina della Bibbia di Gutemberg" width="315" height="410" /><span style="color: #993300;"><br />
Una pagina della Bibbia di Gutemberg, il primo libro stampato con caratteri mobili.</span></p>
<p>Chiamo rivoluzioni quei mutamenti notevoli operati nella società dall’uso della scrittura, che periodicamente ha subito innovazioni straordinarie.<br />
La scrittura ha accompagnato le vicende umane da tempi antichissimi favorendo i rapporti fra le persone, la diffusione delle idee e la conquista di un più alto grado di civiltà.</p>
<p>La più antica rivoluzione fu operata da quei popoli che, prima di altri, inventarono segni convenzionali corrispondenti a determinati suoni o concetti. In questo modo fu possibile registrare gli avvenimenti più importanti per impedire che se ne perdesse la memoria. Nel Mediterraneo i primi a lasciarci documenti scritti furono gli Egiziani, gli Assiro-babilonesi e i Fenici.<br />
All’inizio si scriveva sulla pietra e sulle tavolette d’argilla, in seguito sui papiri e sulla pergamena. I papiri venivano realizzati tagliando a strisce sottilissime il midollo del papiro, pianta erbacea un tempo molto diffusa in Egitto. Poi quelle striscioline venivano disposte in strati alternati, prima per un verso, poi per l’altro, e compresse in modo che facessero presa per formare un robusto foglio.  <br />
La pergamena viene realizzata con pelli di animali, specialmente ovini, preparate in modo da diventare lisce e rigide. Prende il nome dalla città di Pergamo, che fu la prima a produrla. La usarono gli antichi popoli del Mediterraneo e se ne face largo uso finché non fu inventata la carta, sul finire del Medio Evo.<br />
La scrittura  ha consentito agli studiosi di ricostruire, sulla base di documenti certi ed inequivocabili, il cammino dell’uomo nella Storia.  Questo perché i frutti dell’ingegno (letterari, scientifici, religiosi o di altro genere) prima tramandati oralmente dal padre al figlio, dal maestro al discepolo o da un sacerdote ad un altro, potevano essere scritti e, quindi, sottratti all’oblio.<br />
Addirittura nella città di Alessandria, in Egitto, fu realizzata una grandiosa Biblioteca  con il fine di custodire tutto lo scibile umano. Opere di ogni genere venivano copiate, conservate e messe a disposizione degli studiosi. Purtroppo un malaugurato incendio distrusse, in tempi antichissimi, quella biblioteca e il suo prezioso contenuto. La perdita fu per la cultura enorme e irrimediabile, perché tante opere furono perdute definitivamente. Di tanti scritti antichi ignoriamo perfino l’esistenza.<br />
L’invenzione della scrittura è tanto importante da costituire per gli storici la linea di demarcazione fra la Preistoria e la Storia. La Preistoria è, infatti, quel periodo del quale non esistono documenti scritti, per cui viene ricorstruito attraverso l’esame di vari reperti (manufatti, graffiti, ecc.); la Storia, invece, inizia quando l’uomo, usando dei segni convenzionali, scrive ciò vuole comunicare, ricordare meglio o tramandare ai posteri.<br />
Le date di questo passaggio epocale cambiano secondo le aree geografiche, perché l’invenzione della scrittura non avviene contemporaneamente presso tutti i popoli. Comunemente si va dal Mille all’Ottocento prima di Cristo, subito dopo l’inizio dell’età del ferro. </p>
<p>Non ci sono state altre rivoluzioni nella scrittura fino alla metà del secolo quindicesimo (ossia intorno al 1450), quando il tedesco Giovanni Gutemberg inventò la stampa. In verità alcuni anni prima si era diffusa l’usanza d’incidere pagine intere su tavolette di legno, che poi venivano inchiostrate e premute, per mezzo di un torchio, sulla carta. In tal modo con una sola tavoletta si potevano stampare vari fogli, ma questo sistema, molto faticoso, permetteva di stampare poche copie perché le tavolette, sottoposte ad una continua usura, non duravano a lungo. Gutemberg, invece, ha inventato i caratteri mobili, con i quali componeva le pagine e, dopo averle stampate, le scomponeva per prepararne altre.<br />
La prima opera stampata da quel geniale tipografo tedesco è la Bibbia, che oggi è considerata un cimelio di altissimo valore. All’inizio furono stampate opere a carattere religioso, in seguito si passò a quelle profane (letterarie e scientifiche o di altro genere).<br />
In Italia un grande pioniere nel campo della stampa fu il veneziano Aldo Manuzio, al quale si devono le cosiddette “edizioni aldine”.<br />
Una curiosità: le opere pubblicate nel corso del Quattrocento si chiamano incunaboli, perché l’arte della stampa era ancora &#8220;in cuna” (nella culla), vale a dire all&#8217;inizio. Gli incunaboli, oggi rarissimi, valgono molto.</p>
<p>Enormi sono i vantaggi arrecati alla cultura dall’invenzione della stampa. Prima chi voleva possedere un’opera, per consultarla a suo piacimento, doveva trascriverla o farsela trascrivere con alti costi, per cui solo i più ricchi potevano permettersi questo lusso. E’ rimasta celebre la biblioteca del Petrarca, ricchissima di opere classiche. Quel poeta, amante della cultura ed economicamente agiato, poté, infatti, permettersi un vasto e prezioso patrimonio librario.<br />
Chi, invece, non aveva molti soldi cercava di prendere quanti più appunti poteva da un libro ricevuto in prestito o d’impararne a memoria quante più informazioni possibili. Per questo la memoria nel Medio Evo era considerata alla stregua di una materia scolastica e veniva esercitata al massimo.<br />
Grazie alla stampa le idee rivoluzionarie di Martin Lutero si diffusero rapidamente in Europa, in quanto i cristiani potevano accedere con facilità ai suoi scritti. Inoltre potevano leggere per conto proprio la Bibbia. Ricordiamo che, secondo Lutero, ogni credente deve interpretare personalmente i testi sacri senza l’intermediazione dei sacerdoti. Ogni cristiano – affermava quel monaco – è sacerdote di se stesso. </p>
<p>Con l’invenzione della stampa la produzione di libri si fece ogni giorno più abbondante e le case, non certo quelle della povera gente, ma quelle dei nobili e della borghesia, si fornirono di biblioteche più o meno ricche. Fra il Settecento e l’Ottocento  il padre del Leopardi realizzò una vastissima biblioteca, per la quale non esitò a dilapidare il suo patrimonio. Su quei libri suo figlio Giacomo, il grande poeta, condusse uno studio da lui stesso definito “matto e  disperatissimo” conseguendo una cultura immensa.  </p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1966" title="Enciclopedia" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/03/Enciclopedia.jpg" alt="Enciclopedia" width="227" height="339" /></p>
<p>Senza la stampa come si sarebbero diffuse in tutta l’Europa le idee dell’Illuminismo? Questo grande movimento culturale combatteva l’ignoranza e la superstizione invitando gli uomini a lasciarsi guidare dalla ragione. Libertà e giustizia, fondate sulla conquista dei diritti civili e politici, sulla separazione dei poteri dello Stato e sull’equa distribuzione del carico fiscale, furono le parole d’ordine di quella grande corrente di pensiero. Essa in Francia portò alla rivoluzione, mentre nel resto del mondo civile pose le basi per un migliore rapporto fra il cittadino e lo Stato.<br />
Fra le opere degli Illuministi particolare rilievo assume l’Enciclopedia, realizzata dal Diderot per allontanare dalle persone le ombre dell’ignoranza.  <br />
Nel Settecento inizia la diffusione dei giornali, che con il tempo si fanno sempre più numerosi. Nell’Ottocento e nel Novecento cresce sempre di più il numero degli editori,  ma il libro rimane a lungo prodotto proibito per i meno abbienti, a causa del suo alto costo. Senonchè nella seconda metà del secolo scorso sono stati realizzati i primi libri tascabili, venduti a prezzo contenuto grazie grazie al procedimento di stampa meno costoso, al formato ridotto, al carattere più piccolo e alla rilegatura economica  D’allora è stato immesso nel mercato librario un numero altissimo di opere di tutti i tempi e di tutti i Paesi con effetti positivi sulla crescita spirituale ed intellettuale delle persone. Chiunque, con un spesa minima, può in viaggio, in villeggiatura o in una sala d’attesa   impegnare piacevolmente il tempo arricchendo pure le proprie conoscenze.</p>
<p>Oggi siamo all’inizio di una nuova rivoluzione nel campo della scrittura, destinata a dare notevole impulso all&#8217;attività culturale. Mi riferisco all’invenzione del cosiddetto &#8220;eBook&#8221;, costituito da una sorta di lavagnetta elettronica sulla quale scorrono le pagine di un libro o di un giornale immagazzinati con altre centinaia di opere in una memoria interna. Il lettore, che ora si chiama &#8220;eReader&#8221;, ha la possibilità d&#8217; ingrandire  o ridurre a piacere i caratteri  del testo che sta leggendo.  <br />
C’è già un accordo tra un grande motore di ricerca e alcune importanti biblioteche, che intendono informatizzare il loro patrimonio librario per metterlo in rete.<br />
Quella lavagnetta, dunque, potrà presto consentire di leggere un numero altissimo di opere, anche molto rare. In questo modo si realizzerà pienamente il mito della Biblioteca di Alessandria, con una crescita esponenziale rispetto al progetto degli antichi, perché con il tempo veramente potrà apparire su quella lavagnetta tutto lo scibile. <br />
Io sarò fra quelli che utilizzeranno con vivo interesse questo recente frutto della tecnologia, ma voglio dire con tutta franchezza che difficilmente potrò abbandonare il libro cartaceo, con il quale ho confidenza sin da quando ero bambino.</p>
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		<title>Teodora. Dal circo al trono</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 08:38:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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Chiesa di San Vitale a Ravenna: Teodora e la sua corte (mosaico) 
Oggi presento agli amici di Albatros un ritratto dell’imperatrice Teodora, moglie di Giustiniano, imperatore romano del sesto secolo.  Questo argomento ci porta a Costantinopoli, una città che prima si chiamava Bisanzio; nel quarto secolo dopo Cristo cambiò nome in onore dell&#8217;imperatore Costantino, il quale vi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1926" title="Teodora e la sua corte" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/03/Teodora-e-la-sua-corte.jpg" alt="Teodora e la sua corte" width="602" height="389" /></p>
<p><span style="color: #800000;">Chiesa di San Vitale a Ravenna:<em> Teodora e la sua corte</em> (mosaico) </span></p>
<p>Oggi presento agli amici di Albatros un ritratto dell’imperatrice Teodora, moglie di Giustiniano, imperatore romano del sesto secolo.  Questo argomento ci porta a Costantinopoli, una città che prima si chiamava Bisanzio; nel quarto secolo dopo Cristo cambiò nome in onore dell&#8217;imperatore Costantino, il quale vi trasferì la capitale dell&#8217;Impero romano; nel quindicesimo secolo, occupata dai Turchi, é stata chiamata Istanbul.    </p>
<p>Teodora, nata a Cipro nei primi anni del sesto secolo, apparteneva ad una modestissima famiglia. Il padre, infatti, era guardiano di orsi nel circo e quando morì lasciò la moglie e tre figlie in povertà. Teodora era ancora una bambina, ma, appena ebbe l’età giusta, fu inserita dalla madre nell&#8217;ambiente del circo, allora considerato sconveniente per una donna. Là diventò attrice e ballerina, impegnata in spettacoli molto audaci. Il suo numero di maggior successo era il ballo con le oche, La ragazza entrava in scena, insieme a delle oche addestrate, completamente nuda; addosso aveva soltanto alcuni chicchi di miglio appiccicati sui seni e sul pube.  Le oche cominciavano a beccare quei semi e Teodora si dimenava, fingendo di volersi sottrarre a quel fastidio, con movenze molto sensuali che mandavano in visibilio il pubblico.<br />
Quando Giustiniano, nipote dell’imperatore Giustino,  la conobbe  la trovò straordinariamente bella ed intelligente e se ne innamorò tanto che volle sposarla.<br />
Alla morte dello zio, nel 527 , Giustiniano diventò imperatore e associò al trono la moglie, ricevendone preziosi consigli per la gestione del potere.   Teodora, una volta ascesa alla più alta carica dell’Impero, tenne un contegno sempre dignitoso, cercando di dimenticare e, soprattutto, far dimenticare agli altri il suo poco decoroso passato di ballerina e forse di prostituta.<br />
Se ne ricordò, invece, lo scrittore Procopio di Cesarea, autore d’importanti opere storiche, ma anche di un libretto (“Historia arcana”, la storia segreta) carico di pettegolezzi sull’imperatore e sulla sua consorte. Questo scritto  per secoli pesò quanto un macigno sulla figura di Teodora. In verità Procopio aveva il dente avvelenato nei riguardi della corte di Bisanzio perché ne era stato scacciato insieme al suo protettore, il generale Belisario; quindi è lecito supporre che nelle sue memorie ci siano delle esagerazioni.<br />
Oltre che intelligente, Teodora era donna dal carattere ferreo, capace di grandi passioni e di altrettanto grandi rancori, soprattutto nei riguardi di coloro che volevano ostacolare la sua attività politica. Ne fece le spese il generale  Belisario, che pure aveva riportano dei successi nella lotta contro i nemici dell’Impero; egli, caduto in disgrazia agli occhi dell’imperatrice, fu sostituito dal generale Narsete, che, invece, godeva della sua stima.<br />
Oggi  gli storici non hanno dubbi sulle origini modeste e sui trascorsi poco dignitosi di Teodora, ma non credono che sia tutto vero quanto fu scritto sul suo conto. I difetti, in ogni caso, appartenevano al passato dell’imperatrice, mentre ciò che contava era la saggezza con la quale sapeva intervenire in situazioni molto importanti.<br />
Ammirevole fu, per esempio, il suo comportamento quando, nel gennaio del 532, ci fu una violenta sommossa del popolo, stanco dell’eccessivo fiscalismo. I rivoltosi si spinsero addirittura davanti al Palazzo imperiale con l’intenzione di assalirlo. Giustiniano e i suoi collaboratori, percependo il grave pericolo per il potere, oltre che per la loro vita, avevano progettato di allontanarsi con le navi, poiché il mare era per loro l’unica via di scampo. A quel punto intervenne Teodora per ricordare loro, con un’energia eccezionale, che la fuga non si addice agli uomini di potere.  “Ai regnanti – disse – non è consentito fuggire. Io spero di non essere mai privata di questa porpora e di non vedere il giorno in cui le persone che incontrerò non mi chiameranno più imperatrice. Se tu, imperatore, desideri salvarti, non ci sono problemi: infatti siamo molto ricchi, il mare è vicino e le navi sono pronte a salpare. Pensa, comunque, che, pur salvandoti, un giorno potresti convincerti che la morte era preferibile alla salvezza. Io apprezzo quell’antica espressione secondo la quale l’abito regale è anche un bel lenzuolo funebre.”<br />
Quelle parole diedero coraggio a Giustiniano e ai suoi collaboratori, che organizzarono senza indugio la difesa e quel brutto momento fu superato brillantemente.<br />
L&#8217;episodio che ho raccontato non deve indurre ad esprimere un giudizio negativo su Giustiniano, il quale in realtà fu un grande capo politico, impegnato al massimo nella guida dello Stato tanto da meritare il soprannome d’imperatore insonne. Egli ebbe il merito di riconquistare terre dell&#8217;Occidente romano, ch&#8217;erano state occupate dai barbari,  ma lo ricordiamo soprattutto per un’opera dalla quale ancor oggi l’umanità trae vantaggio. Con la collaborazione di un insigne giurista di nome Triboniano, raccolse nel cosiddetto “Corpus iuris civilis” (Corpo del diritto civile)  le leggi degli imperatori romani e le interpretazioni degli esperti nel campo del diritto privato, sfrondandole di quanto era superfluo, inopportuno o anacronistico.  E’ risaputo che il diritto, soprattutto quello privato, è quanto di più grande ci abbia trasmesso l’antica Roma. Se ancora oggi nelle Università esso può essere studiato in modo ampio ed approfondito lo dobbiamo al progetto realizzato da Giustiniano. Senza di esso quel patromonio poteva andare perduto.<br />
Teodora, come ho detto, fu preziosa collaboratrice dell’imperatore. A lei si devono, fra l’altro, importanti provvedimenti in difesa delle donne. Innanzitutto fu riconosciuto loro il diritto ad entrare nell’asse ereditario, mentre prima per la successione non erano tenute in considerazione. Inoltre fu approvata una legge, nuova nel suo genere, che puniva con l’esilio gli sfruttatori delle prostitute.  <br />
Teodora era di fede cristiana, ma aderiva al monofisismo, un’eresia, diffusa nelle province orientali, secondo la quale in Gesù la natura divina prevale su quella umana. L’imperatrice avrebbe voluto farne addirittura la religione di tutto lo Stato, ma Giustiniano non approvò quella scelta perché non voleva arrivare ad una rottura con il Papa, che condannava il monofisismo. Sua moglie, tuttavia, continuò ad appoggiare quegli eretici, numerosi nelle province orientali, perché il suo acume politico le diceva che essi potevano diventare validi alleati per l’affermazione dell’autorità imperiale. <br />
Questa donna ebbe fortissimo il senso della propria femminilità: amava gli abiti eleganti e i gioielli. Ne abbiamo un’eccezionale testimonianza in un bellissimo mosaico che adorna la chiesa di San Vitale a Ravenna. Esso la raffigura nello splendore della sua eleganza e del suo fascino femminile.<br />
Teodora morì nel 548 per un cancro al polmone e il suo corpo fu imbalsamato, come si usava fare con i personaggi di alto rango. Dopo mille anni, cioè nel secolo XVI, un visitatore, entrato con una torcia in mano nella cripta in cui era custodito il corpo dell&#8217;imperatrice, si avvicinò troppo e troppo incautamente a quel corpo, che fu raggiunto dalla fiamma e diventò in pochi secondi un mucchietto di cenere.</p>
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		<title>Il settimanale &#8220;Giovani&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 11:25:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone</dc:creator>
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Quand’ero ragazzo scrivevo delle poesie (mi viene la tentazione di dire: &#8220;Chi non ha mai scritto poesie scagli la prima pietra&#8221;!). Poi l’ispirazione venne meno ed io non feci nulla per costringerla a tornare. Alcune di quelle poesie apparvero su un giornale di Torino intitolato &#8220;Giovani&#8221;. Era, questo, un settimanale pubblicato dalla SEI (Società Editrice Internazionale), casa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1881" title="Copertina GIOVANI" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/02/Copertina-GIOVANI.jpg" alt="Copertina GIOVANI" width="361" height="483" /></p>
<p>Quand’ero ragazzo scrivevo delle poesie (mi viene la tentazione di dire: &#8220;Chi non ha mai scritto poesie scagli la prima pietra&#8221;!). Poi l’ispirazione venne meno ed io non feci nulla per costringerla a tornare. Alcune di quelle poesie apparvero su un giornale di Torino intitolato &#8220;Giovani&#8221;. Era, questo, un settimanale pubblicato dalla SEI (Società Editrice Internazionale), casa editrice torinese d’ispirazione cattolica. <br />
Educare i giovani al culto del vero, del giusto e del bello era appunto il fine che &#8220;GIOVANI&#8221; intendeva perseguire. Oggi, pensando a ciò che veniva pubblicato da quel settimanale, posso dire che ci riusciva pienamente.<br />
Era una rivista ricca di pagine e di contenuti, parlava ai giovani e ai giovani dava anche la parola. Di quest’ultimo aspetto si occupava il redattore Vanni Leto, che ricordo con emozione perché godevo della sua benevolenza e questo era per me, adolescente, motivo di gioia e d&#8217;orgoglio.<br />
Conobbi questo giornale quand&#8217;ero quattordicenne e rimasi suo fedele e appassionato lettore fino all’età di diciassette anni.  Arrivava ogni settimana il giovedì ed io non mancavo mai a quell&#8217;appuntamento in edicola. Principalmente perché mi piaceva leggere tutte le cose interessanti che &#8220;Giovani&#8221; proponeva, ma anche perché, per un verso o per un altro, ci poteva essere qualcosa che mi riguardasse: la pubblicazione di una mia poesia, l’esito di un concorso al quale avevo partecipato, la risposta ad un mio quesito.<br />
In ogni numero c’erano la puntata di un romanzo per ragazzi e alcuni servizi di attualità presentati in forma semplice, chiara, adatta all’età dei giovanissimi lettori. C’erano, poi, numerose rubriche. Una era quella culturale, che presentava con chiarezza argomenti di vario genere; s’intitolava:  &#8220;… Et ab hic et ab hoc…&#8221; (Prendere da una parte e dall’altra, cioé: un po&#8217; di tutto). Il titolo era in latino perché allora numerosi ragazzi  potevano capirlo. C’erano, inoltre, la rubrica del galateo e quella a carattere scientifico. C’erano poi le risposte ai quesiti che i giovani lettori ponevano; risposte ampie, esaurienti, e pur sempre chiare, fornite da specialisti.<br />
C’era, infine, la pagina delle barzellette, divertentissime.</p>
<p>Parlare del mio rapporto con il giornale &#8220;Giovani&#8221;, che per tre anni mi ha offerto l&#8217;occasione di fare utili e piacevoli letture, per me è oggi motivo di emozione; anche  perché considero questo mio breve scritto un tributo di affetto e di riconoscenza al giornale stesso e a chi lo realizzava. Soprattutto  a Vanni Leto. Quel redattore e il suo giornale hanno avuto un ruolo importante per la mia crescita intellettuale e spirituale negli anni delicati dell’adolescenza, quando non si è più bambini, ma neanche si è ancora adulti. <br />
Colgo l&#8217;occasione per far leggere agli amici di Albatros una mia poesia scritta quando avevo quindici anni (oltre mezzo secolo addietro) e pubblicata dal giornale &#8220;Giovani&#8221;. S&#8217;intitola &#8220;Dio&#8221; e presenta un&#8217;inquietudine spirituale che penso sia comune a molti adolescenti.<br />
Prima di concludere questa presentazione vorrei fare una domanda: anche i miei amici di Albatros leggevano dei giornali quando erano ragazzi? Parlarne sarebbe per loro un emozionante tuffo nel passato. Leggere le loro risposte sarebbe un&#8217;esperienza piacevole ed interessante.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1884" title="La poesia Dio (Giovani)" src="http://www.siciliaviaggi.com/albatros/wp-content/uploads/2010/03/La-poesia-Dio-Giovani.jpg" alt="La poesia Dio (Giovani)" width="510" height="510" /></p>
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