Genitori e figli. Piccola antologia poetica
Questa pagina di Albatros contiene alcune poesie ispirate dagli affetti familiari. Esse, infatti, sono dedicate ai genitori o ai figli da celebri autori.
Sono liriche semplici, dolci, che arrivano facilmente al cuore.
Per tutti gli autori ho dato alcune informazioni di carattere biografico, ma soltanto per le poesie di Ungaretti e Quasimodo, che sono più complesse, ho scritto brevi note esplicative.
Giovanni Papini
VIOLA VESTITA DI LIMPIDO GIALLO
Viola vestita di limpido giallo,
che festa, che amore a un tratto scoprirti
venire innanzi con grazia di ballo
di tra i ginepri e l’odore dei mirti!
La ricca estate si filtra e si dora
sopra il tuo piccolo volto rotondo;
ad ogni moto dell’iride mora
bevi nel riso la gioia del mondo.
Par che la terra rifatta stamani
più generosa, più fresca di ieri
voglia specchiarsi negli occhi silvani
tuoi, risplendenti di casti pensieri.
Al tuo venire volante s’allieta
questo mio cuore e con Dio si rimpacia,
l’arida bocca del padre poeta
torna a pregare allor quando ti bacia.
———–
Giovanni Papini nacque a Firenze nel 1881 e morì in quella città nel 1956. Autodidattaa e lettore infaticabile, ebbe notevole cultura. Nei primi anni del Novecento aderì al Futurismo. Allo scoppio della Prima guerra mondiale fu convinto interventista, in seguito si avvicinò al Fascismo. Nelle sue scelte ebbe comportamenti ed idee non sempre convincenti, perché esaltava la provocazione e la guerra. Si ricredette, tuttavia, quando vide quali atrocità aveva portato il primo conflitto mondiale. I suoi, comunque, erano stati atteggiamenti tipici della sua generazione.
Fra le sue opere più significative ricordiamo Un uomo finito (1910) e Storia di Cristo.
Edomdo De Amicis
IL MIO BAMBINO
Come trovo dipinto il mio bambino
in fin di desinare: è uno sgomento!
ha le patacche addosso a cento a cento,
e la bocca color di stufatino;
ha il nasetto, si sa, tinto di vino
e sulla fronte un pò di condimento,
e uno spaghetto appiccicato al mento
che gli penzola giù sul grembiulino.
E sfido!, in tutto pesca e tutto tocca,
e si strofina la forchetta in faccia
e stenta un’ora per trovar la bocca;
e son tutti i miei strilli inefficaci;
egli, vecchio volpone, apre le braccia
ed io gli netto il muso co’ miei baci.
————–
Edmondo De Amicis nacque ad Oneglia (Imperia) nel 1846 e morì a Bordighera (Imperia) nel 1908. Scelse, giovanissimo, la vita militare e combatté a Custoza con il grado di tenente. In seguito si diede al giornalismo.
La sua opera più famosa è il romanzo Cuore (1886), cronaca di un anno scolastico di un bambino delle Elementari. Quest’opera ha commosso generazioni di italiani.
Giuseppe Ungaretti
LA MADRE
Da Sentimento del tempo (1933)
E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra,
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
sarai una statua di fronte all’Eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.
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In questa lirica Giuseppe Ungaretti pensa al momento in cui potrà rivedere la madre morta, cioé quando avrà chiuso gli occhi per sempre. Con la morte crollerà il muro d’ombra che lo separa dal mondo ultraterreno. Perché muro d’ombra? Perché è il confine immaginario fra il mondo senza luce nel quale viviamo e quello lumoso dell’Aldilà.
Il poeta sottolinea il profondo senso religioso della madre, che quand’era piccolo lo educò ai principi cristiani e un giorno gli rivolgerà lo sguardo solo quando Dio lo avrà perdonato. Bella l’immagine statuaria della madre, che attende con fermezza il perdono per il figlio.
Giuseppe Ungaretti nacque nel 1888 ad Alessandria d’Egitto da genitori toscani. Studiò a Parigi. Dopo aver partecipato alla Prima guerra mondiale, si stabilì a Roma. Insegnò Letteratura italiana prima a San Paolo del Brasile e poi all’Università di Roma. Morì a Milano nel 1970.
Ungaretti è considerato uno dei maggiori poeti del Novecento, figura importante dell’Ermetismo. Pubblicò varie opere di poesia, che in seguito raccolse nel volume Vita d’un uomo.
Camillo Sbarbaro
PADRE, SE ANCHE TU NON FOSSI IL MIO PADRE
Da Pianissimo (1914)
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.
E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.
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Camillo Sbarbaro nacque a Santa Margherita Ligure nel 1888 e morì a Savona nel 1967. Collaborò a importanti riviste letterarie, quali La Voce e Lacerba. Insegnò lingue classiche, delle quali era cultore, e fece molte traduzioni dal greco e dal francese. Fu anche studioso e collezionista di muschi e licheni. Fra le sue opere ricordiamo le raccolte di liriche Pianissimo e Trucioli.
Salvatore Quasimodo
LETTERA ALLA MADRE
Da La vita non é sogno” (1946-48)
«Mater dulcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d’amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo.» – Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. -
«Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
di treni lenti che portavano mandorle e arance,
alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell’ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dulcissima mater.»
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Questa poesia di Quasimodo è una lettera in versi indirizzata alla vecchia madre rimasta sola in Sicilia dopo la partenza del figlio per Milano. L’ironia, che ritiene gli sia stata trasmessa dalla madre, è la capacità di guardare gli eventi, anche quelli negativi, con distacco, per non esserne travolto. Il momento più alto della lirica è costituito dagli ultimi versi, in cui il poeta esprime il desiderio che il mondo lasciato in Sicilia (la madre, gli oggetti), vengano risparmiati dalla “gentile morte”. E’ la dolce speranza di quanti, allontanatisi da un luogo caro, si augurano di ritrovarlo sempre intatto.
Salvatore Quasimodo nacque a Modica (Ragusa) nel 1901 e morì a Napoli nel 1968. Dopo aver seguito studi tecnici si orientò, da autodidatta, verso la cultura classica facendo pregevoli traduzioni dal greco. Dopo aver lavorato al Genio civile di Reggio Calabria fu nominato nel 1941, per “chiara fama”, professore di Letteratura italiana al Conservatorio di Milano. In un certo periodo della sua vita sentì l’influenza dell’Ermetismo. Fra le sue opere ricordiamo Acque e terre, Oboe sommerso, Ed è subito sera, Giorno dopo giorno, La vita non è sogno, Il falso e il vero verde. Nel 1959 gli fu assegnato il Premio Nobel per la Letteratura.
Pubblicato il 2/2/2010 nella sezione Letteratura.
Commenti: 5
Commenti
Commento scritto da claudia
Data: 3 febbraio 2010, 23:23
Che dolci sensazioni, anche se piene di malinconia, mi sono venute alla mente ed al cuore alla lettura di queste poesie che ormai non ricordavo più.
Credo che queste poesie, quando ero ragazza, abbiano affinato il senso di affetto e di gratitudne nei confronti di mia madre che giovane vedova, aveva 39 anni, dedicò la propria vita a me e mio fratello facendoci studiare, pur se con sacrifici, per mantenerci al livello degli cugini più fortunati di noi.
Non conoscevo la poesia di Quasimodo e quindi Grazie Simone, di questa poesia a me sconosciuta e di tutto.
Commento scritto da Mariano
Data: 4 febbraio 2010, 21:38
Non conoscevo lo Sbarbaro e mi fa piacere leggere la poesia indirizzata a suo padre.
Papini, non so perché, non sono riuscito mai a stringerlo al mio cuore.
De Amicis mi ha costretto ad imparare “Il mio bambino” alla terza elementare e nel 1967, in Germania, a leggere spontaneamente il suo “Cuore.” Ero molto entusiasta di questo diario di un anno scolastico elementare e molto di più dei suoi racconti mensili. “Dagli Appennini alle Ande” , che accostavo a Renzo del Manzoni in cerca di Lucia, mi faceva anche commuovere.
Ungaretti mi ha fatto ritornare al suo pensiero agli inizi degli anni Settanta, quando durante una intervista postuma della Radio Kolonia, con la sua voce rauca e strascicata, leggeva “L’infinito“ del Leopardi.
Quasimodo è stato sempre con me, sin dall’adolescenza. Quasi quasi ha voluto di continuo convincermi a scrivere poesie.
“Una piccola antologia”, caro Simone, che, in un certo senso, farà rivivere a molti lettori un frammento della loro storia. Non è bello?
Cordiali saluti. Mariano
Commento scritto da elen@sja
Data: 5 febbraio 2010, 21:12
ke bella la poesia del papà
se anke tu nn foxi mio padre
…ke belle parole!
dimostra veramente il grande amore
ke prova x qst uomo!
ho sempre pensato ke de amicis foxe romano,
e invece….imperia!?….kixà xkè avevo qst idea!!!
bella la parola d Quasimodo:la vita nn è sogno!
eccomi sempre qui,puntuale,x conoscere le meraviglie proposte da Simone! ancora mille volte grazie,elena
Commento scritto da Fefé
Data: 7 febbraio 2010, 18:59
Per me quando Simone parla di poesia è come un cacciatore che usa un richiamo per gli uccelli. Eccomi. Sono troppo sensibile all’argomento per far finta di niente. E poi, gli autori, i destinatari delle liriche… chi resterebbe insensibile?
Il “Cuore” di De Amicis, da ragazzino lo leggevo di nascosto perché, specialmente i racconti mensili, mi commuovevano alle lacrime ed io mi sarei vergognato se qualcuno mi avesse visto piangere. Ungaretti invece mi commuove ancora oggi. “La madre”, che una bravissima insegnante ci ha fatto imparare a memoria alle scuole medie mi capita ancora di ripeterla e di godere di questo grande sentimento del poeta. Infine di
Quasimodo, grande poeta della nostra terra, ricordo la poesia dedicata al padre, capostazione delle Ferrovie dello Stato (come si chiamavano allora), morto (spero di non ricordare male) durante il terremoto di Messina del 1908. Ero diciassettenne quando gli assegnarono il Premio Nobel per la Letteratura e ricordo il suo commento, senza falsa modestia: “me l’aspettavo”!
Grazie sempre caro professore da uno studente interessato.
Fefé
Commento scritto da Simone
Data: 10 febbraio 2010, 00:29
Carissimi amici Claudia, Mariano, Fefé ed Elena, quando ho deciso di pubblicare alcune poesie ispirate dagli affetti familiari, non pensavo di farvi leggere qualcosa di nuovo, perché queste liriche sono in tutte le antologie scolastiche e gl’insegnanti non mancano di farle studiare ai propri alunni. Ve le ho presentate solo per il piacere di richiamarle alla vostra memoria e farvi provare di nuovo, nel leggerle, le belle emozioni di anni lontani, che Mariano, con una felice espressione, chiama “un frammento della nostra storia”.
Ogni ricordo, per altro, se ne porta dietro un grappolo. Questo accade sempre a me e, a giudicare dai vostri commenti, vedo che accade anche a voi. Piace a tutti noi la capacità che Albatros ha di portarci indietro nel tempo per recuperare una memoria che non è perduta, assolutamente, ma soltanto sopita.
Elena, uno scrittore spagnolo del diciassettesimo secolo, Pedro Calderon de la Barca, ci ha lasciato un dramma intitolato “La vita è sogno”. Indubbiamente Quasimodo ha pensato a quell’espressione quando ha dato alla sua raccolta il titolo che ti è piaciuto (“La vita non è sogno”). Egli, soprattutto dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, non accettava l’idea che vivere significhi sognare; era convinto, piuttosto, che la vita è sofferenza.
Cari amici, presto vi proporrò una nuova pagina scritta a gentile richiesta di Elena. Nel frattempo vi mando un caro saluto. Simone
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