Letteratura Arte Fotografia - Chiacchierate di Simone con gli amici.

I capperi di messer Ludovico

Tiziano, ritratto dell'Ariosto

Tiziano: ritratto di Ludovico Ariosto
 

Era chiamato messer Ludovico, presso la corte di Ferrara, il  poeta Ludovico Ariosto, autore di quella grande opera di poesia epico-cavalleresca che è l’ “Orlando furioso”. In essa l’Ariosto, con vivacissima e inesauribile immaginazione, crea un mondo fantastico, nel quale occupano un posto di rilievo le vicende del paladino Orlando, diventato pazzo dopo la fuga della bella Angelica, da lui molto amata.

Ludovico Ariosto, vissuto a cavallo fra il Quattrocento e il Cinquecento, prestò servizio presso la  corte di Ferrara alle dipendenze del cardinale Ippolito d’Este, per il quale svolgeva  incarichi di rappresentanza. Pertanto era costretto ad allontanarsi frequentemente da quella città e questo era contrario alla sua natura di uomo amante della vita tranquilla e sedentaria, dedita agli studi letterari e ai rapporti con le persone care, familiari e amici. Il cardinale, non riconoscendo al poeta gli innegabili meriti culturali, gli affidava anche compiti degradanti, come farsi aiutare quando doveva sfilarsi gli stivali.

Del resto quel lavoro gli consentiva di mantenere, dopo la morte del padre, la sua numerosa famiglia (la madre, cinque sorelle e quattro fratelli, uno dei quali, Gabriele, con problemi di deambulazione).

Era usanza in quel tempo che i cortigiani si riunissero di pomeriggio in una sala del palazzo ducale per fare conversazione, raccontare  novelle, leggere poesie oppure giocare.  A volte l’Ariosto faceva ascoltare ai presenti brani del poema che stava componendo, ma non incontrava il favore del cardinale, che un giorno, infastidito, esclamò all’indirizzo del poeta: “Messere Ludovico, dove mai avete trovato tante corbellerie?” Il cardinale non immaginava che con quelle “corbellerie” l’Ariosto stava realizzando uno dei capolavori della nostra letteratura.

Nel 1517 il cardinale si dovette trasferire in Ungheria e chiese all’Ariosto di seguirlo, ma questi si rifiutò ostinatamente per ragioni personali, che a noi non viene difficile immaginare: amava moltissimo la sua Ferrara, nella quale aveva coltivato tante belle amicizie; inoltre era legato sentimentalmente ad una donna, Alessandra Benucci, che da lì a qualche anno avrebbe sposato segretamente per non farle perdere la tutela dei figli nati dal precedente matrimonio e, per conseguenza, un ricco usufrutto; infine voleva un gran bene al figlio Virginio, nato dalla relazione con una donna di modesta condizione sociale. Egli, per altro, era diacono e con un matrimonio pubblico avrebbe perso i benefici ecclesiastici che il cardinale gli aveva procurato. Ippolito d’Este non gli perdonò mai quel rifiuto e nel suo testamento ebbe un pensiero per tante persone, ma non per l’Ariosto, che pure lo aveva reso immortale dedicandogli con belle parole il suo poema.

Dopo la partenza del cardinale l’Ariosto passò direttamente al servizio del duca d’Este, Alfonso, il quale lo trattò con maggiore riguardo, dandogli incarichi prestigiosi e delicati, a volte anche pericolosi. Questi ultimi compiti non erano consoni alla natura pacifica e riservata del poeta, che tuttavia li svolse dando il meglio di sé.
Particolarmente duri furono gli anni durante i quali fu governatore della Garfagnana, dove la legge veniva violata sistematicamente da parte dei potenti a danno della povera gente. Per tre anni il poeta svolse il suo compito con capacità e scrupolo, rigoroso nei riguardi dei riottosi e molto umano verso i meno abbienti. Al termine del suo mandato tornò a vivere a Ferrara presso gli Estensi.

Stava a corte l’Ariosto per assoluta necessità, ma il suo ideale era un vivere libero, fuori da quell’ambiente, in una casa tutta sua, insieme al figlio e non lontano dalla moglie segretamente amata.   

Ci illumina su questo ideale di vita quella sua satira nella quale afferma che altri possono scegliere di vivere a corte perché amano i pranzi raffinati e le comodità; egli, invece, preferisce una vita modesta o addirittura povera, ma fondamentalmente libera. Si augura, pertanto, che la sorte prima o poi gli permetta di realizzare questa aspirazione.

E la sorte esaudì quel desiderio. Infatti l’Ariosto all’età di circa cinquant’anni poté congedarsi dalla corte per trasferirsi in una casa tutta sua ubicata in una zona periferica di Ferrara, la cosiddetta contrada Mirasole. Questo grazie soprattutto ai soldi che aveva messo da parte mentre svolgeva il gravoso compito di governatore della Garfagnana.    

La casa non era grande, ma il poeta la considerava sufficiente per viverci con il figlio Virginio e con il fratello Gabriele, che era rimasto con lui.  In una lapide, murata in quella casa dal precedente proprietario, si potevano leggere queste parole: Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non sordida, parta meo, sed tamen aere domus (”La casa è piccola, ma adeguata alle mie esigenze, non soggetta a nessuno,  linda e acquistata solo con il mio denaro”). Il poeta non rimosse quella lapide, convinto che interpretasse anche il suo pensiero.

Il figlio dell’Ariosto, Virginio, ha lasciato una memoria che, facendoci conoscere alcune abitudini del padre, getta luce sul suo animo mite e semplice.  Apprendiamo,infatti, che il poeta, ritiratosi a vita privata, si compiaceva di dedicarsi al giardinaggio, nonostante gliene mancasse qualsiasi competenza. Racconta, dunque, Virginio, che suo padre metteva  nella terra dei semi e, quando finalmente vedeva spuntare una piantina, la toccava in continuazione, ansioso di vederla crescere, e spesso finiva per rompere le delicate gemme o i teneri germogli.
Un giorno l’Ariosto seminò dei capperi e attese con trepidazione che le piantine spuntassero dal suolo. Queste finalmente apparvero e il poeta ne seguiva la crescita con gioia. Vi lascio immaginare la sua delusione quando capì che in realtà erano sambuchi. Dei capperi neanche uno.
Giosue Carducci, autore d’importanti opere di poesia, trovandosi un giorno a Ferrara, guardava la statua dell’Ariosto collocata sopra una colonna e mentalmente rivolgeva al grande poeta queste parole ispirate da cordiale sarcasmo: “O poeta divino, che scrivesti d’Orlando e ti rallegravi e consolavi tanto del crescere de’ sambuchi credendo fossero capperi.”

Grande, dunque, Ludovico Ariosto come poeta; una frana, invece, come agricoltore. Tutto sommato, è meglio che le cose siano andate così piuttosto che al contrario!

 

 

Commenti

Commento scritto da claudia
Data: 7 gennaio 2010, 09:25

Iniziamo un nuovo anno letterario veramente alla grande con la presentazione di questo poeta che, quando ero giovane studentessa, ammiravo in quanto mi sembrava inconcepibile che, al suo tempo, esistessero uomini capaci di inventare storie fantastiche e romanzate che nulla avevano da invidiiare ai primi romanzi che iniziavo a leggere.

Hai ragione Simone, meno male che l’Ariosto si é dedicato alla poetica meglio di quanto non abbia fatto con l’agricoltura,
anche se , con la sua fervida fantasia, chissà cosa avrebbe potuto realizzare, innesti, ibridazioni ahaha.

Sarebbe interessante poter conoscere di più le avventure di questo poeta, ha avuto una vita veramente romanzesca e, giustamente, aveva bisogno di stabilità per poter cercare nei meandri del suo cervello le storie raccontate nei suoi scritti.

Non conoscevo questa storia dei capperi!

Commento scritto da Simone
Data: 9 gennaio 2010, 16:59

Cara Claudia,
mi é piaicuta la tua espressione a proposito delle innovazioni che l’Ariosto avrebbe potuto portare in agricoltura grazie alla sua vivace fantasia. La sorte, tuttavia, piuttosto che di srumenti agricoli, lo fornì di carta e penna per la gioia di chi ama la poesia.
Questo poeta ebbe una vita molto movimentata e in qualche occasione anche rischiosa, malgrado sognasse di starsene sempre nella sua città e, se possibile, in casa sua. In una sua celebre satira dice che, a differenza di quelli che amano i viaggi, andando incontro a vari pericoli, egli preferisce conoscere il mondo per mezzo dell’atlante!
Un cordiale saluto. Simone

Commento scritto da Rosario Equizzi
Data: 9 gennaio 2010, 17:21

Carissimo Professore, prima di inviare le mie suggestioni ci ho pensato un poco e solo adesso mi rendo conto perchè io sia il secondo: perchè prima di intervenire, per non fare brutta figura, (ma con Te non se ne fanno, perchè come disse una Persona Famosa, vige la regola: “chiedete e vi sarà dato”). Ma io avevo le idee un po’ confuse e allora me le sono rinfrescate. Forse la titubanza degli altri dipende dallo stesso problema!? Intanto come “Ouverture”cito un aneddoto di Ariosto agricoltore.Quando spuntarono le piantine, egli contrariato e deluso esclamò: “E CAPPERI!”. Ma il figlio Virginio che non aveva capito la sua delusione, gli rispose: “Ma PA’, questi sono semi di Sambuco quelli che usa la Molinari!!!!!”Ma bando alle ciance! Ariosto e Tasso ebbero molte cose in comune, tranne la follia. Ambedue allle dipendenze della famiglia dei Duchi D’este, Alf.1°- Alf.2° ed entrambi di due cardinali, Ippolito e Luigi. Ariosto 1474/1533, Tasso 1544/1595. Quest’ultimo si ispirò al primo. Vorrei chiederTi se in entrambi i poemi (Orl. f. e Ger. L.) ci sono elementi fantastici, favolosi e se i due poemi intendono perseguire scopi diversi. Inoltre vorrei che mi togliessi un a curiosità: i Paladini di Francia sono personaggi immaginari come i Cavalieri della Tavola Rotonda, compreso Re Artù? E perchè Orlando (Rolando) e Rinaldo essendo cugini e Paladini di Carlo Magno non camminano assieme, non condividono le loro imprese, avventure, i loro destini, essendo i due più valorosi Paladini? P.es. Chanson de Roland – Gerusalemme Liberata? Hai visto? Mi hai costretto a riprendere i libri per Ariosto e Tasso. Complimenti e grazie sempre per l’interesse culturale che susciti sempre ad ogni argomento che tratti. Rosario

Commento scritto da elen@sja
Data: 9 gennaio 2010, 17:28

interexante!ora,mi rimane da kiederti qst:
Simone, qnd potrò leggere l orlando furioso commentato da Te!? Tu in due parole sai riaxumere 3000 pagine!
:) prp qll ke mi ci vuole!
sapere si,ma senza inkiodarmi x mesi su un libro!!!
Simone,lo ammetto ma,ke rimanga fra di Noi,
nn ho ma letto l orlando!
sn nelle Tue mani!:)
un caro saluto,elen@sja

Commento scritto da Mariano
Data: 9 gennaio 2010, 21:10

Son passato di qui, mi son pappato la bellissima pagina e siccome non ho la sapienza degli altri commentatori, che molto ammiro, non mi soffermo a chiamare in giudizio le opere letterarie del signor Ludovico. Accenno a un ricordo della mia fanciullezza. Mia madre aveva messo una chioccia a covare, spiegandomi che da quelle uova sarebbero nati dei pulcini. Ma io desideravo fortemente dei cagnolini. E un giorno in quella cesta semipiena di paglia, ove la chioccia aveva covato le uova, e finita ormai in un angolo della stalla (quanto tempo era passato?), stava raggomitolata la mia Gemma in atto di allattare tre cagnolini. Non avevo mai smesso di credere al mio sogno.
Forse Ludovico non aveva avuto abbastanza fede nella sua funzione di agricoltore. Meno male!
Ciao, Simone. Non curarti delle mie chiacchiere. E’ un modo per dirti: Grazie.
Un cordiale saluto. Mariano

P.S Il sambuco cresceva spontaneo presso i casolari di un tempo ed era un alberello sul quale da bambini potevasi arrampicare. Sul cappero si arrampicavano gli spiritelli delle fiabe.

Commento scritto da claudia
Data: 11 gennaio 2010, 06:50

E a proposito dei capperi, ricordo la mia meraviglia quando vidi per la prima volta i fiori di cappero, bellissimi, ma non sapevo degli spiritelli delle fiabe.

Commento scritto da Rosario Equizzi
Data: 11 gennaio 2010, 13:54

Cari amici, avevo scritto un messaggio, ma mi sono fatto fregare. Repetita scocciant. Vedo che l’attenzione dei lettori, più che sull’Ariosto si sta concentrando sui capperi. E capperi!E’ vero che questo frutto, bacca (o fruttice Simone?) è molto usato in cucina, come è vero che ha un fiore bellissimo, che somiglia alla Passiflora. Credevo che questa crescesse solo spontaneamente nei monti, invece leggo che è anche coltivata. Perchè si chiama Passiflora? Perchè molte parti coincidono , nel numero o nella forma ad elementi della Passione di Cristo. Petali, stami e altre parti che sono 12 come gli Apostoli e altre che sembrano i chiodi e i martelli usati per piantarli. Saluti, Rosario9

Commento scritto da Simone
Data: 11 gennaio 2010, 19:22

Caro Mariano, hai raccontato un aneddoto molto bello. In queste tue parole c’è poesia.
Anche le piante di sambuco dell’Ariosto nacquero spontaneamente, forse i semi erano stati portati dal vento o da un uccello. Il poeta aveva l’abitudine di fare pulizia attorno alle piantine sradicando tutti i fili d’erba e inavvertitamente avrà eliminato anche le piantine di capperi oppure queste non erano mai nate.

Cara Elena, riassumere l’”Orlando furioso” in due parole mi pare impresa molto difficile, ma per premiare la tua perseveranza in questo mio blog ci proverò fra qualche giorno. E in questo modo farò anche la gioia di Claudia. Prima, tuttavia, desidero presentarvi una nuova pagina, che servirà a riposarci la mente dopo tutto quello che da parte mia e vostra é stato scritto sull’Ariosto.

Caro Rosario,
cerco di rispondere alle tue domande. Sia nell’”Orlando furioso” che nella “Gerusalemme liberata” gli elementi fantastici sono numerosi; essi, per altro, sono, tipici della tradizione epico-cavalleresca. Luoghi incantati, sortilegi, creature mostruose o soprannaturali accrescono il fascino di quelle opere.
Le vicende narrate nei poemi dell’Ariosto e del Tasso hanno come fine principale la difesa della religione cristiana, che, per quanto riguarda l’”Orlando furioso”, è minacciata dai musulmani in Europa, mentre, per quanto riguarda la “Gerusalemme liberata”, è ostacolata dagli infedeli nei Luoghi santi.
L’Ariosto persegue un fine elogiativo parlando di Ruggero, dal quale fa discendere la famiglia d’Este. La poesia elogiativa raramente raggiunge alte vette, ma l’Ariosto crea anche in quel caso versi bellissimi. Pure il Tasso persegue un fine elogiativo considerando capostipite della casa d’Este Rinaldo, che nel poema ha un ruolo importante. Pure per lui si può dire che la forza dell’ispirazione gli fa dimenticare l’intento encomiastico e lo porta a comporre versi ricchi di poesia.
I personaggi del ciclo carolingio e del ciclo bretone, ossia i Paladini di Francia e i Cavalieri della tavola rotonda, sono immaginari, ma ogni leggenda presenta un fondo di verità storica. Questo vale anche per re Artù, che alcuni studiosi vorrebbero identificare con qualche personaggio veramente esistito. Per quanto riguarda il ciclo carolingio, Carlo Magno, come ben sai, è un personaggio storico; inoltre, la presenza di un cavaliere di nome Rolando è attestata nella famosa battaglia di Roncisvalle. Sulla verità storica intervengono, poi, i poeti per tessere tutte le loro trame fantastiche.
Rinaldo è un valoroso paladino come Orlando, ma è anche il suo antagonista, quindi non li troviamo impegnati fianco a fianco in un’impresa eroica, ma vediamo che si fronteggiano in duello. A questio proposito ti consiglio di cercare su Youtube il duello descritto da Nino Martoglio: “Lu cunmmattimentu di Orlando e Rinaldu”.

Un caro saluto a tutti e… arrivederci al prossimo incontro!

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