Letteratura Arte Fotografia - Chiacchierate di Simone con gli amici.

“Suor Letizia” – Un racconto di Claudia

Domani sarà celebrato il “Giorno della memoria” per ricordare le vittime del genocidio ai danni degli Ebrei e le persone generose che cercarono di ridurne la gravità. Al tempo stesso si vuole tenere vivo il ricordo di quelle atrocità affinché gli uomini evitino per l’avvenire di ripeterle.
Alla vigilia di questa ricorrenza pubblico per gli amici di Albatros un racconto di Claudia Lo Blundo Giarletta che s’ispira a quelle tristi vicende.
Claudia é una mia amica residente ad Avellino. Dopo aver dedicato molti anni all’attività di Assistente sociale, maturando una non comune esperienza nel campo dei disagi individuali e sociali, oggi, giunta nella cosiddetta “età libera”, continua  a dedicarsi ad un’attività che sempre le é stata congeniale, quella della scrittura. Ha al suo attivo tanti bei racconti, molti dei quali pubblicati nella raccolta “Lei… incompresa o incomprensibile”.  Le sue protagoniste sono spesso donne con problemi esistenziali o con esperienze traumatiche alle spalle. Proprio come suor Letizia, il personaggio principale del racconto che oggi presento agli amici di Albatros.
La sezione “Spazio Amici” di questo blog contiene già due racconti di Claudia intitolati  “Il sabato sera” e “Oltre la mia porta”. 

                                          S U O R    L E T I Z I A

Era stata ammessa al postulandato dopo aver conseguito il diploma magistrale; trascorsi sei mesi, aveva indossato il velo bianco delle novizie e, scaduti i due anni di rito, in una giornata di festa, in compagnia di altre sei giovani, aveva consacrato la propria vita a Dio.
Il vescovo, durante la celebrazione del rito, aveva detto che dai segni esterni si poteva capire che Dio aveva dimostrato il proprio compiacimento nell’accogliere i voti di quelle anime elette regalando loro un tempo particolarmente radioso per una giornata che, pur se all’inizio della primavera, sembrava aver messo in fuga i freddi invernali. 

^ ^ ^ ^ ^ 

Miracolosamente sfuggita alla morte nel campo di concentramento in cui era morta la madre, a circa otto anni era stata accolta in un collegio di suore.  
Durante gli anni successivi aveva trascorso brevi periodi fuori istituto, soggiornando presso parenti e, già studentessa, presso la famiglia di qualche compagna, ma rientrava sempre volentieri in collegio e diceva:
“Come l’uccello che torna al suo nido!”.
Non avrebbe saputo immaginare la propria esistenza in un luogo diverso e le era sembrato giusto entrare a far parte della famiglia di quelle suore che l’avevano tanto aiutata.
Poiché era sempre serena, disponibile con tutti, pronta ad ascoltare gli altri, più che a parlare, al momento del suo ingresso in noviziato le era stato imposto il nome di Letizia: Suor Letizia!
Cosa può fare una giovane che si chiami Letizia, se non essere sempre messaggera di gioia?
Suor Letizia insegnava alle adolescenti non soltanto i programmi scolastici, ma anche quei comportamenti necessari per una crescita equilibrata nella vita personale e sociale.
Lei desiderava che tutte quelle giovani scoprissero il segreto per essere, soprattutto, serene e diceva:
“Quando il cuore è in pace con Dio è in pace anche con il prossimo!”.

   Suor Letizia non amava parlare della propria infanzia; non aveva voluto proseguire gli studi universitari: non le interessavano gli studi filosofici né la incuriosiva imparare a capire la psiche umana secondo gli studi presentati da Freud.
Diceva: “Quando hai Dio, hai tutto!”.
Con il trascorrere degli anni, la vita di suor Letizia sembrava scorrere sempre uguale tanto che ad un osservatore esterno poteva addirittura, sembrare monotona.
Emessi i voti perpetui era diventata Madre Letizia ed il suo cuore amava di un tenero affetto materno tutti quei giovani fiori che per motivi più diversi, si trovavano in collegio.
Ma la sua non era una vita noiosa, anzi era serena, scandita dagli orari imposti dalla regola e dai doveri del suo ufficio: dopo le ore di insegnamento aveva il compito di seguire le adolescenti, quindi scuola al mattino e presenza costante al fianco delle ragazze, al pomeriggio: tra queste due attività la preghiera.

 In un’assolata domenica di maggio, mentre tutto, intorno, era silenzio e quasi tutte le ragazze erano tornate a casa per la giornata di festa, Madre Letizia leggeva in biblioteca; con lei c’era Luisa, poco più che bambina, appena dodicenne.
 Bussarono al portone  d’ingresso. Madre Letizia stava per alzarsi, ma Luisa, più svelta, disse: “Vado io!”.
Madre Letizia le gridò:
“Prima di aprire domanda chi è!”.
Ma Luisa non poteva sentirla, di corsa era giunta al portone.
Madre Letizia si immerse nella lettura; ad un tratto un grido: “Aiuto, aiuto!”.
Madre Letizia si alzò facendo rovesciare, nella fretta, la sedia sulla quale era seduta, e corse nel corridoio adiacente la biblioteca, quello sul quale si apriva il portone  d’ingresso.
“Aiuto Madre, Madre!”.
Dinanzi agli occhi di Madre Letizia si stava svolgendo una scena disgustosa; chi aveva bussato era un uomo con indosso solo il cappotto; stringeva sul proprio corpo nudo, con forza, la piccola Luisa che cercava di svincolarsi mentre le mani di lui si intrufolavano sotto il vestito di lei.
Madre Letizia prese un pesante porta ombrelli che si trovava lì vicino e, con tutta la forza di cui la caricò la sua rabbia, lo tirò addosso all’uomo che cadde a terra.
Le altre Suore giungevano nel momento in cui l’oggetto colpiva pesantemente l’uomo.
Seguì un logico trambusto; Madre Letizia accolse tra le proprie braccia la piccola Luisa ma non si capiva bene chi, delle due, avesse più bisogno di aiuto.
Con gli occhi chiusi, mentre carezzava amorevolmente Luisa, scossa da conati di vomito, Madre Letizia stentatamente ed ansimando diceva:
“Calmati, non pensarci più, è tutto passato; ora conta: uno, due, tre, quattro…”
Improvvisamente Madre Letizia cadde a terra svenuta, sotto gli occhi esterrefatti, delle due consorelle.
Era stata chiamata la polizia ed anche il medico, il quale, accorso prontamente per occuparsi di una bambina spaventata si trovò dinanzi una suora svenuta.
Il medico parlò di stato di shock ed assicurò che il malessere sarebbe stato di breve durata.
“La Madre ha avuto molta presenza di spirito, molto coraggio e ha dovuto fare un gesto contrario alla propria natura benevola” disse. “Adesso ha bisogno di molto riposo, deve stare attenta alla propria salute; deve fare un elettrocardiogramma, perché sembra che il suo cuore sia a pezzi”.
Appena ripresa dallo svenimento, Madre Letizia domandò notizie di Luisa.  
La bambina le andò vicina e le domandò:
“Perché mi ha detto di contare?”.
Madre Letizia la guardò tristemente:
“Non ricordo, non ricordo cosa ho detto!”.

Invece ricordava!
Le era affiorato alla mente ciò che era accaduto ad una bambina di sette o otto anni, prigioniera in un campo di concentramento del quale non ricordava più il nome.
Beatrice ignorava cosa fosse la guerra; sapeva però che a causa della guerra lei era costretta a vivere lontana dalla propria casa, dai compagni. Nel campo dove si trovava con sua madre, Anna, erano tutte donne; il campo non era molto grande. Ogni capanna, come lei chiamava le abitazioni, comprendeva venti letti da campo. Le donne indossavano brutti pantaloni da uomo, con scarpe pesanti e ruvidi cappotti d’inverno; coltivavano la terra sia che vi fosse freddo gelido sia che il sole caldo, sulla pianura, rendesse arida la pelle mentre la testa sembrava sempre sul punto di scoppiare per la pressione del sangue alle tempie.
Se Beatrice domandava notizie del padre, la madre, abbracciandola a sé rispondeva: “La guerra ha portato via papà!”.
“Ma allora la guerra è una brutta cosa?”, aveva domandato una volta la piccola Beatrice.
La madre quasi guardasse lontano, oltre la parete, oltre l’orizzonte, lontano dai campi, aveva risposto:
“Si, perché trasforma gli uomini, uccide non solo la vita, ma anche i sentimenti!”.
Se, talvolta, la figlia chiedeva: “Ma torneremo a vivere come prima?”, e forse il suo cuore di bimba pensava ai compagni o alla sua cameretta, ai giochi, allora la madre, tristemente, rispondeva:
“La guerra trasforma gli uomini e le cose, nulla può essere più come prima!” e forse pensava al marito, ai familiari, a chi li aveva traditi perché avevano aiutato alcuni ebrei, alla sua triste condizione nella quale si trovava costretta a vivere. A volte aveva desiderato la fine, la morte, ma poi si rimproverava: doveva tentare di resistere, a qualunque costo, pur di dare alla figlia la possibilità di vivere. Ma sapeva bene che la sua vita non sarebbe stata più la stessa!
Eppure, Anna, si diceva fortunata: lei aveva ancora la figlia, con sé, mentre altre donne  avevano visto morire i loro figli o erano stati strappati dalle loro braccia imploranti ed ora sembravano soltanto larve umane!

 A volte, di sera, Anna con altre giovani donne, si spogliava dei ruvidi indumenti, indossava abiti femminili, si rimirava in un pezzetto di specchio che le loro compagne si erano suddivise, poi dava  un bacio alla figlia ed usciva dalla ‘capanna’.
La piccola Beatrice, durante quell’assenza, era affidata a Maria, un’anziana donna la cui unica figlia era riuscita a fuggire in America e che aveva trovato, in Anna, una nuova figlia.
Beatrice riusciva a mitigare, in qualche modo, la fame perché la madre, di nascosto dalle altre compagne di sventura, le faceva mangiare del cioccolato o qualche biscotto, ed a volte anche della carne, non importa se fredda. Erano i resti delle cene degli ufficiali alle quali, loro giovani donne, erano chiamate per rallegrare la serata.
La Kapò del piccolo gruppo, Nicole, una giovane donna che, senza tanti sentimentalismi, aveva svelato ad Anna che mai si sarebbe lasciata schiacciare da loro, una sera convinse Anna a condurre con sé la bambina: Beatrice avrebbe potuto mangiare a sazietà; anche se c’era festa, quella sera loro donne non sarebbero state costrette a finire nel letto di qualche ufficiale!
Nicole aveva captato che stava per accadere qualcosa di particolare e subito dopo cena il comando militare, al completo, doveva incontrarsi nella sala riunioni; doveva trattarsi di qualcosa di molto urgente se la riunione non poteva essere rimandata all’indomani!
Anna era a conoscenza, come forse un po’ tutte nella capanna, della relazione di Nicole con il tenente Von Meyer, sapeva anche quanto Nicole subisse quella relazione ma, la giovane le aveva confidato che era preferibile avere un rapporto sempre con lo stesso uomo piuttosto che dover saltare da un letto all’altro. Anna aveva annuito e non aveva mai giudicato male la giovane se, proprio il suo opportunismo, le dava la possibilità di godere di qualche atteggiamento di favore. Rassicurata dalle parole di Nicole, che ci sarebbe stata soltanto una cena tranquilla, Anna, pur se un po’ controvoglia, aveva condotto Beatrice con sé.
Gli uomini del comando avevano mangiato e bevuto in un clima di euforia che ad Anna era sembrato innaturale.
Uno di loro aveva iniziato a palpeggiare una donna ma venne ripreso dal comandante: “Questa sera le signore puttane dormiranno in pace!”.
Tutti gli uomini avevano riso in maniera sguaiata mentre ogni donna, nel proprio intimo, aveva tirato un sospiro di sollievo.

   Quella sera era presente un ufficiale che le donne vedevano per la prima volta; le diverse stellette indicavano il suo grado elevato. Trasudava per la sua grassezza ed aveva bevuto più che mangiato; verso la fine della cena aveva chiesto, più di una volta, notizie sulla bambina, poi aveva detto all’ufficiale seduto alla sua destra:
“Diventerà più bella di sua madre, peccato lasciarla a qualche allocco!”.
Aveva chiamato Beatrice, offrendole del cioccolato; la bambina non voleva andare ma, sotto la spinta di Nicole, si era avvicinata all’uomo. Questi, prima le aveva offerto il cioccolato, poi mentre le carezzava il viso dicendole: “Come sei bella!”, aveva iniziato a toccarla sulle braccia coperte e quindi sulle gambe.
Beatrice aveva cominciato a chiamare la madre, prima debolmente, impaurita da quell’uomo così grosso, poi a voce più forte perché l’uomo era diventato insistente, nonostante lei tentasse di liberarsi da quelle mani che la tenevano prigioniera mentre cercavano di insinuarsi dentro i pantaloncini, sotto la maglietta. Nessuno degli ufficiali si sentiva in grado di riprendere quell’uomo a loro superiore ed Anna accorse:
“No, no, lei no!”.
Con i suoi deboli pugni voleva colpire quell’uomo. Qualcuno degli ufficiali iniziò a ridere di fronte a quel tentativo; il grassone, tenendo sempre stretta a sé la bambina, diede uno spintone ad Anna: “Va via puttana ebrea!”.   Anna cadde sbattendo lo stomaco e la faccia sul duro tavolo apparecchiato.
Beatrice svenne!
Rinvenne sul proprio giaciglio, nella capanna; si vide circondata dalle facce sgomente delle tante donne; chiamò la madre e qualcuno le rispose che la madre non stava bene.
Tutte erano a conoscenza di quanto era accaduto alla sala mensa. Beatrice, invece, sembrava non rendersi conto di nulla: avvertiva attorno a sé mormorii ed agitazione ma forse era troppo piccola per poter capire!
Quasi non riconobbe la madre in quella donna sfigurata che giaceva sul letto dell’infermeria: il medico aveva dovuto estirparle alcuni denti che le si erano conficcati nel palato quando, sbattendo sul tavolo, aveva subito lo spostamento della mandibola destra. Pietosamente, quel medico aveva anche tentato di arrestare un’emorragia interna, ma disponeva di medicine molto limitate ed inadeguate al suo male.
Anna, ormai incapace di parlare, con lo sguardo, affidò la figlia a Maria e l’anziana donna la rassicurò che non l’avrebbe mai lasciata un momento da sola: così durante il giorno con mille modi, la teneva vicina e la sera dormivano nello stesso letto. Quando, durante il giorno, vedeva che la bimba era assorta in pensieri lontani e tristi, specialmente dopo aver fatto visita alla povera madre, Maria le raccomandava:
“Non aver paura, tu non pensare a nulla e conta: uno, due, tre… e vedrai che i tristi ricordi andranno via!”.

   Anna morì tre giorni dopo, angosciata, più che dalle sofferenze, dal pensiero per la piccola figlia che sarebbe rimasta sola. Quello stesso giorno nel campo, giunsero gli Alleati per liberare ciò che era rimasto di quelle povere vite: il sole faceva risplendere d’azzurro il cielo e sembrava dare nuovi colori alla natura intorno ma nessuna, tra quelle donne, riuscì a godere per quella insperata liberazione mentre si recavano a dare l’ultimo saluto alla sfortunata Anna.
Beatrice andò via con la visione della povera madre martoriata ed ora sepolta sotto un’anonima croce di legno.
La piccola fu distaccata da Maria, nonostante questa avesse tentato di condurla con sé, e non la rivide mai più; di lei rimase il ricordo di quell’abbraccio materno al momento del saluto e quel consiglio: “Quando hai paura non pensare, conta, conta, e dimentica quello che è accaduto, dimenticalo!”.
Poi, come tanti altri bambini che la guerra aveva reso orfani, Beatrice fu accolta in un collegio di Suore Educatrici.
Nel suo lettino, la sera, quando i fantasmi sembravano voler forzare la sua memoria con il peso dei loro ricordi, Beatrice piangeva e contava e contando si addormentava.
Col tempo quei fantasmi non diedero più fastidio alla piccola che riuscì a seppellirli con la forza del presente vissuto quotidianamente, dove i ricordi non hanno modo di trovare posto; sarebbero rimasti per sempre sepolti senza quel grido angosciato di Luisa: “Aiuto, Madre, aiuto!”.

^ ^ ^ ^ ^

   Lo svenimento aveva salvato Madre Letizia, come l’aveva salvata da piccola, evitandole di vivere da protagonista quella situazione dolorosa.
Nei giorni che seguirono all’accaduto Madre Letizia fu oggetto di molte dimostrazioni di affetto sia da parte delle consorelle che dalle allieve.
Il trambusto per i controlli medici, i colloqui con la polizia, il via vai di chi voleva starle vicino, tutto questo sembrava giustificare il mutato comportamento della suora, divenuta, quasi improvvisamente, triste e pensierosa; sembrava che sul suo volto, sempre sereno e luminoso perché rifletteva la sua pace interiore, fosse calata un’ombra grigia che rendeva la sua pelle opaca e le faceva formare due pieghe attorno alla bocca.
Da questo, le altre capivano che qualcosa era mutato in Suor Letizia.   L’elettrocardiogramma ed un telecuore rivelarono che le condizioni del cuore della suora, anche se ancora giovane di età, richiedevano particolari cure ed attenzioni; al medico sembrava come se in quel cuore, dopo aver subito un brutto attacco in epoca passata,  la recente forte emozione avesse risvegliato un qualcosa che il cuore ingrossato aveva tenuto nascosto e che ora aggravava la situazione.
Madre Letizia fu costretta al riposo; la vita di istituto rientrò nella normalità e lei, trascorrendo molto tempo da sola, ebbe modo di rivedere in se stessa il perché della sua vita presente. In particolare le tornava alla mente una domanda rivoltale, spesso, dalla Madre responsabile delle novizie:
“Perché vuoi diventare suora? Forse ti senti sola? Non hai una famiglia? Rifletti bene, potresti formare una tua famiglia!”.
Ma  la giovane novizia aveva sempre risposto, invariabilmente, che quel tipo di vita non l’attirava perché trovava la propria completezza soltanto nella preghiera e, del resto, era convinta che solo da suora avrebbe potuto dedicarsi alla gioventù.
Ma adesso si scopriva bugiarda e, quel che era peggio, le sembrava di occupare in quella comunità un posto che aveva scelto per proprio comodo, per fuggire dalla vita fuori da quelle mura.
Finalmente, un giorno, trovò il coraggio di aprire il proprio cuore alla Madre Superiora; loro suore amavano accoccolarsi attorno alla Superiora quando scherzavano e lei le riprendeva amorevolmente: “Fate come i bambini!” e le suore rispondevano: “Ma noi siamo bambine, bambine nello spirito!”.
Così, Madre Letizia, seduta a terra, ai piedi della Superiora aprì il proprio cuore raccontando i drammi passati e le lotte recenti.
La Superiora temette di vedere annegare la povera suora in quel mare di dolore e tentò di recarle un po’ di sollievo spirituale anche nei giorni successivi, ma non poté nulla contro la decisione di Madre Letizia di voler tornare nel mondo.
“Forse vuoi sposarti, avere un affetto tutto tuo?”, domandò la Superiora preoccupata per la decisione presa dalla consorella ma, nel contempo, decisa a non ostacolarla.
“No, Madre, io so che tutti i giorni piangerò per essere andata via, perché questa è la mia casa!”.
“Allora, perché vuoi andare?”.
“Devo ritrovare me stessa, il mio passato, il perché della mia consacrazione a Dio!”.
“E dopo?” chiese la Superiora quasi avesse voluto tessere attorno alla suora un filo tenue, in grado però di trattenerla.
“Non so, Madre”, rispose Suor Letizia guardando a terra, poi alzò lentamente lo sguardo e fissò la Superiora con gli occhi calmi anche se velati dalla tristezza, “ma se i ricordi dolorosi del vecchio passato mi stanno portando fuori, spero che i ricordi felici del mio passato più recente mi riconducano qui, perché Beatrice possa continuare a vivere in Suor Letizia!”.

 

Commenti

Commento scritto da elen@sja
Data: 26 gennaio 2010, 19:49

wow!!
la mia scrittrice preferita!
mi dispiace ke in qst momento nn poxo dedicarmi alla lettura,
ma,saprò cm paxare la domenica:)
qind…aspettami suor Lety!!
ciao e….grande Clà!!!!
elen@sja

Commento scritto da Rosario Equizzi
Data: 28 gennaio 2010, 15:43

Cara Claudine, carissimi amici, bello , tragico, commovente, ben scritto questo racconto di Claudia. Mi ha commosso e dopo averlo letto, alla televisione, il film su ANNA FRANK, mi ha fatto pure piangere (non me ne vergogno!). Le storie di Claudia, inventate, come quella della “Assistente Sociale” (Non Ti offendere Claudia), sembrano fatti veramente accaduti. Ma anche quella della solitudine, surreale e REALE.
M i dispiace, mi dispiace, mi dispiace, mi addolora, mi rattrista il fatto che una persona che descrive benissimo storie disperate, trovi sempre argomenti “validi?” per spiegare tutto semplicemente, direi con ingenuità, arrampicandosi “sugli specchi”, con la “cattiveria umana, mentre giustifica quel padre amoroso, che pensa solo al nostro bene, alla nostra salvezza, con la “favoletta” della montagna, dove si trova vedendo tutto (E PREVEDENDO, NO!!!????), e non potendo(????) o non volendo intervenire per il principio del “libero arbitrio”, principio, teoria di chi?. Allora se a valle, chi ha fatto l’incidente, comincia a sbraitare e gridare, costui ” finge” ancora di non vedere e non sentire?
(… Scusi, Eccellenza, fa il nesci o non m’intende?). Forse fa un miracolo (già messo nel conto), per dimostrare che esiste, che non era sbadato, o per far sì che gli uomini “Santifichino”, “Elevino agli onori degli altari” un uomo miserabile come noi che è morto (in odore di santità!!!!!????), e che gli i viventi lo additino agli altri e lo Santifichino (non Dio, ma gli uomini) (che io sappia, Dio non s’è mai scomodato per suggerire agli uomini:”Questo deve essere fatto Santo, preparate il Quadro). Queste non sono CONTRADDIZIONI, MA CONFUTAZIONI!!! (Non ho ancora letto S.N.M. ). Vi prego, voglio a tutti un gran bene, Vi stimo tutti, ma non mi citate per l’ennesima volta S.Agostino, perchè quello che è riuscito a travasare il mare in due buche, fatte da un vero “padre amoroso”, che si farebbe uccidere per lui (non manderebbe il figlio!!!!), ve l’ho già mostrato!!| Quanto ” o birrittu ru padreternu”, non penso che ne porti, perchè egli fa piovere verso il basso, sotto le nubi: sopra il suo capo canuto è solo luce, amore, felicità eterna, sole eterno.-Concludo dicendo che ieri sera, da mia suocera si trovava Giancarlo, mio nipote per dormire con mia suocera (mio figlio, Salvatore, “S.Agostino”, ha preso un a cattiva strada – Rif. Com. e per ora occupa un centro Sociale, tolto a loro e ad estracomunitari per favorire consiglieri – amica – e figlia che vogliono fare un asilo privato- condannati per concussione e collegati con la MAFIA- hanno già avuto delle minacce!!).Per buona pace di alcuni mi assumo totalmente la responsabilità civile e penale di queste dichiarazioni e spero di non essere ancora una volta censurato, sennò me ne vado!!!!!! Dante diceva : ” Temer si dee sol di quelle cose che ponno fare ad altrui malo. De l’altre no, che non son paurose”- Un altro disse:”Meglio vivere 1 giorno da Leone che 100 da pecora”.- Un altro disse: ” Don Abbondio era come un vaso di coccio, in mezzo ad altri vasi di ferro….” e “….disposto sempre,… disposto sempre all’obbedienza…). Vogliamo soltanto commemorare Padre Puglisi????Falcone, Borsellino, Grasso, Impastato… rassegnarci a questa piaga? Sono uscito dal seminato, ma sono in tema di Shoha. Riprendo il filo, discutendo con mio nipote Giancarlo, ho capito quanto sia cambiata la morale cattolica e mi sono ricordato del terrorismo morale, che Santissimi Sacerdoti, hanno perpetrato nei miei confronti e dei miei amici, mentre molti di loro avevano le amanti o prendevano sedativi o cercavano altre soluzioni. Un santissimo sacerdote, che mi ha confessato prima delle nozze, dopo avermi commosso alle lacrime (era un asceta!!Dio lo abbia in gloria!), mi fece cadere le braccia chiedendomi se avessi aderito a partiti politici “ATEI!!!!!???” e dicendomi, che nei periodi fecondi “ci si accontenta di qualche carezza”. Possibile? Povero santissimo Sacerdote, che mi ha fatto ritornare alla “casa del padre”, donandomi il perdono dei miei peccati ( non in senso metaforico (morte). Che ne sapeva lui dell’amore coniugale, del desiderio, del bisogno, dell’attrazione e di quanto fosse “pericolosa” una carezza?.- Adesso, VI PREGO, VI PREGO, VI PREGO, VI PREGO: non ditemi c he sono uscito dal seminato, perchè non occorre che me lo diciate. Ma soprattutto perchè penso che qualsiasi occasione sia buona per non parlare di cose banali, perchè, anche se non condividiamo le idee, quelle degli altri ci ARRICCHISCONO molto di più delle condizioni meteorologiche,della naturale regolarità, di “Ballando con le stelle” (io preferisco le maestre di ballo non stelle), della pelliccia, dei regali, dei viaggi, della carriera, della pasta con le sarde etc etc etc Pace e bene a tutti, Rosario, discepolo di Padre Mariano.-

Commento scritto da Mariano
Data: 28 gennaio 2010, 20:59

Cara Claudia, ho letto il tuo racconto e ti confesso che questa volta hai scritto pensieri che mi fanno riflettere non poco. Lo scritto non è solo la storiella di Madre Letizia e di alcune altre donne e bambine, ma è un pezzettino di storia delle generazioni alle quali appartenevano i nostri genitori, i nostri nonni. I campi di concentramento e di sterminio dovranno essere esistiti anche in Italia, eppure quando ci riportiamo ad essi pensiamo alla Germania. Ed io vivo in Germania. E la Germania è famosa per “la più grande carneficina che la vicenda umana ricordi.” Di notte mi sveglio e mi pare inverosimile che io abbia donato due terzi della mia vita (i più produttivi) ad una terra così disumana. Non volermene se per me è spontaneo rivolgerti alcune domande. Da dove hai tratto lo spunto del tuo racconto? Quali libri attinenti la tua narrazione hai letto? Cosa significa per te l’insegna dei Lager ARBEIT MACHT FREI? Perché il regime nazista ha scelto questo distintivo e non un altro? Hai mai parlato con qualcuno che abbia vissuto personalmente l’esperienza dei campi di concentramento?
E’ il tuo un argomento che mi sta molto a cuore. Complimenti per avere descritto un passo così fedele alla realtà e grazie a Simone per averlo pubblicato.

Intanto… Rosario si dichiara discepolo di Padre Mariano. Cosa posso dire? Dico semplicemente così: grazie dell’onore che mi fai.

Cari saluti a tutti. Mariano

Commento scritto da claudia
Data: 28 gennaio 2010, 21:54

Cari amici a chi rispondo prima?
Rorj vedi, le cose che tu vai dicendo sono giuste, quando abbiamo iniziato queste conversazione siamo partiti da alcune domande fatte da te alle quali hai chiesto il mio parere, ed ecco siamo arirvati ad un punto molto interessante di conversazione, questo é un chiaro scambio di idee, di conoscenze, ed io sono sono sempore stata dell’idea che i pensieri altrui arricchiscono noi. Non ho capito ma tuo figlio sta facendo qualcosa di utile: insomma quello che feci io a 18 anni nella colonia di Aspra.
Rorj, si le mie sono tutte storie inventate, scusa ma non ho capito cosa vuoi dire con quella “dell’Assistente Sociale”.

Mariano, scusa mi riempi di orgolgio al pensiero che io faccio pensare te con i miei scritti. Questa é una soria inventata, a volte credo di aver vissuto tante vite, quando rileggo quel che scrivo: dove affondano queste storie? Si, a volte dico nella mia professione di assistente sociale che mi ha fatto cnoscere tanti problemi, anche nella mia vita personale, nelle letture però, alla fine, si tratta di storie inventate. Una volta avevo una sorta di pudore a scrivere perché temevo di non sapermi distaccare dalla mia esperienza, adesso, no, dicono che é così che si diventa scrittori, ma, credo di avere ancora tanta strada se no sarei famosa hahaha. Mariano ho letto, tempo fa, quello che gli Italiani hanno fatto in Grecia: mi vergognavo di essere itaiana, quindi…non pensare che stai in germania dove ci sono state tante cattiverie, pensa che anche li ci sono state tante persone che hanno aiutato gli ebrei ed hanno lottato contro i nazisti. Poi penso che le nuove generazioni, a parte qualche testa calda, sia più attenta e prudente.No,non ho parlato mai con ebrei né con chi é stato in campo di concentramento, ma ho seguito profughi della Libia, della Tunisa, dell’Algeria, mi sono fatte tante idee su quello che accade nel mondo, come tutti, del resto, però non sono mai settoriale: cerco di vedere i punti di vista delle due parti di ogni cosa e solo dopo giudico per quel che mi é dato giudicare.
Grazie amici.

Commento scritto da Rosario Equizzi
Data: 28 gennaio 2010, 23:48

Cara Claudia,anzi carissima, la mia attestazione di stima te l’ho già detta, però Ti devo una spiegazione. Una volta parlai delle “Assistenti sociali” del parco della “Favorita”, un tempo parco reale chiuso. Ricordo, che essendo vicino casa mia, il 1° Maggio, andavamo con mio zio e famiglia a fare la “scampagnata”. Quando mia madre era piccola era il suo regno, perchè il padre (Rosario Equizzi) ne era il Guardiano di casa Reale. La “Palazzina cinese”, era casa di villeggiatura
della famiglia reale, e lei con la famiglia abitava nell’attuale
“Museo etnografico Pitrè”. Poi venni a sapere che Tu eri Assistente Sociale realmente. Solo che io in quel messaggio usai questo termine come eufemismo per “prostitute”. Infatti oggi è il loro regno. Però come scrittrice, non dovresti dire che Mariano Ti riempie di orgoglio, perchè Tu, con i Tuoi scritti lo fai pensare. Scusate il bisticcio di parole: “penso che pensi già da sé”.- Buona notte, rosario

Commento scritto da claudia
Data: 30 gennaio 2010, 17:29

Rorj leggo adesso il tuo “bisticcio di parole” ahaha. Ti auguro una buona domenica ed alla prossima.

Commento scritto da elen@sja
Data: 31 gennaio 2010, 13:33

ke romanzo straziante!
ke poi dico ‘romanzo’ ma….
potrebbe exere una “storia vera”!

ClàClà… complimenti…hai ancora fatto centro!!!

Commento scritto da Fefé
Data: 1 febbraio 2010, 09:30

Nessun commento. Chi scrive pretende che gli altri pensino. E Claudia ci costringe a farlo. Brava!
Fefé

Commento scritto da elen@sja
Data: 1 febbraio 2010, 12:24

Acc Clà..ke belle parole scritte da Fefé
cn un rigo ha esprexo tt!!!
sapexi io parlare cm Lui!!
però Clà poxo dirti ke…..Fefé..
mi ha tolto le parole dll bocca!!
(matri quanto sn falsa!:)…però sn sincera
nel dirti ke sei brava!)

Commento scritto da Simone
Data: 2 febbraio 2010, 09:14

Cari amici Elena, Rosario, Mariano e Fefé,
fra i vostri commenti c’é quello stringatissimo (vedi Fefé) e quello un poco più… esteso (vedi Rosario), ma tutti sottolineano la forza con la quale questo racconto di Claudia (se non vero indubbiamente verosimile) ha indotto ognuno di noi a riflettere. Esso ci ha fatto rivivere una pagina terrificante del nostro recente passato risvegliando in noi profondi sentimenti di pietà. La coincidenza con il Giorno della memoria ha reso più forte la nostra commozione.
Auguriamoci con tutto il cuore che l’uomo per l’avvenire non lasci più prevalere la parte peggiore della sua natura e non agisca con quella crudeltà della quale, purtroppo, è capace.

Commento scritto da claudia
Data: 3 febbraio 2010, 20:21

Elena e Fefè avete detto in un rigo una cosa bellissima: ma immaginate cosa significa per una che scrive sentirsi dire queste parole? Non una soddisfazione ma una gioia calma, la speranza di essere capita. Grazie
E grazie a Simone per questa opportunità che mi ha offerto. Molte volte mi sono domandata che tipo di vita abbiano potuto vivere i salvati dai campi di concentramento, e forse, alla fine, ho sperato che ciascuna di queste persone abbia potuto trovare la serenità, perché, in definitiva Suor Letizia é già sulla via del ritrovamento di se stessa: qui l’ho immaginato come ritrovamento di identità ma é lo stesso della speranza del ritrovamento dell’equilibrio .

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