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Una vacanza a Rimini

11 maggio 2012 scritto da Vincenzo Bonanno
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Rimini, da sempre, è sinonimo di vacanza e divertimento. La città, infatti, ogni anno ospita migliaia di giovani interessati a sfruttare pienamente le numerose strutture che la cittadina romagnola mette loro a disposizione: spiaggie attrezzate, ristoranti, discoteche e tanto altro ancora.

I suoi lidi sono talmente ben attrezzati da poter soddisfare le esigenze di tutti. Al suo interno è possibile trovare bar, ristoranti, giochi per i più piccoli, campetti e mini palestre per i più sportivi, ma soprattutto tanta animazione.

Dopo il tramonto il divertimento si sposta nel cuore di Rimini. Prima nei bar per un aperitivo e dopo nei ristoranti a gustare la rinomata cucina romagnola. Dopo cena è d’obbligo visitare le discoteche della riviera romagnola, veri e propri luoghi di culto per gli appassionati. Chi preferisce una serata rilassante, può frequentare uno dei numerosi lounge bar e club della zona, dove è possibile sorseggiare un cocktail e scambiare quattro chiacchiere con gli amici.

Rimini è la meta ideale anche per molte famiglie interessate a trascorrere una vacanza tranquilla e rilassante. Una vacanza fatta di mare, ma anche di escursioni in città e fuori. Vi consigliamo di dedicare almeno un giorno al centro storico della città, alla scoperta del suo patrimonio storico ed artistico. Da non perdere: l’Arco d’Augusto, il ponte di Tiberio, il Tempio Malatestiano e la Domus del Chirurgo. La sera potrete concludere la giornata con una splendida passeggiata alla Darsena (zona San Giuliano Mare) dove troverete anche molti ristoranti tipici.

Anche i dintorni, come dicevamo, offrono molto. Rimini, infatti, è circondata da cittadine interessanti e suggestive. Noi vi suggeriamo Santarcangelo di Romagna, Montegridolfo, Coriano, Montefiore Conca e, ovviamente, San Marino.

Nella zona è anche possibile trovare numerosi parchi a tema per grandi e piccoli. Dalla famosa Italia in miniatura a Fiabilandia per i bambini, dal Delfinario al parco marino Oltremare di Riccione. Se andate in auto potrete spingervi fino a Mirabilandia, vicino Ravenna.

Uno dei motivi di questo successo è senz’altro la ricchissima offerta di strutture ricettive. La cittadina dispone, infatti, di numerosi alberghi di tutte le categorie con un ottimo rapporto qualità/prezzo. Il problema, semmai, è quello di orientarsi e trovare la soluzione ottimale, senza correre rischi. In questi casi, la soluzione migliore è quella di affidarsi ad un network conosciuto ed affidabile come, ad esempio, www.informa-hotel.com. Visitando il loro sito è possibile selezionare l’hotel più adatto alle vostre esigenze e prenotare. Le strutture, tra l’altro, sono raggruppate secondo alcune interessanti caratteristiche. Ad esempio: per bambini, per celiaci oppure per ciclisti. Se non volete spendere molto, vi consigliamo di cercare tra gli Hotel 3 stelle a Rimini, troverete un buon compromesso tra i servizi offerti ed il costo della vacanza. E’ disponibile anche una sezione dedicata ai Last Minute.

Progetto: UN BALZO PER LE VIE DI… – Parte VI

8 maggio 2012 scritto da Claudia Porcarello

Festività e tradizioni

La quasi totalità delle festività e tradizioni del territorio è legata al culto ed alle feste religiose, mentre una delle feste profane per eccellenza è  IL CARNEVALE che in passato era caratterizzato da toni certamente più dimessi rispetto ai giorni nostri, quando si ballava nei circoli associativi, o anche nelle case private. Proprio in queste feste le maschere entravano prepotentemente, le maschere di allora si accontentavano di costumi poveri, andando a rovistare nelle casce di famiglia alla ricerca di antichi scialli. L’apice del Carnevale si raggiungeva negli ultimi due giorni prima delle Sacre Ceneri. L’ultima sera di Carnevale veniva confezionato un manichino di paglia vestito con abiti vecchi, detto u pagliazzu, che veniva portato a spalla dalle persone mascherate, ed allo scoccare della mezzanotte gettato dalla rocca del castello. Oggi, del carnevale giulianese rimane soltanto il ballo  in maschera che di anno in anno vengono organizzate presso dei locali comunali o di privati.

A Bisacquino invece negli anni precedenti il terremoto del ’68 esso attraversò una fase critica, per riaffermarsi più di prima nel periodo seguente, arricchito al giorno d’oggi dai carri allegorici.  Per la preparazione di questi, i ragazzi e i giovani del paese, sostenuti anche dall’entusiasmo dei più adulti, si danno convegno in allegri e frenetici laboratori allestiti spesso fuori paese.  Ancora oggi, come un tempo, i cittadini trovano nei circoli del paese, la possibilità di vivere momenti diversi da quelli quotidiani. Ogni sabato e domenica, nei quaranta giorni che precedono le Ceneri, essi affollano i circoli e si abbandonano a lisci e contradanze. Il Carnevale raggiunge il suo punto culminante negli ultimi quattro giorni, quando le danze si protraggono fino al mattino e si concludono, la notte del Martedi, con una coinvolgente contradanza. Questa, partendo da un circolo, diventa via via più allegra e rumorosa raccogliendo tutti i soci degli altri circoli, per concludersi al centro della piazza in una esplosione di gioia e festosità. La donna durante il Carnevale, in maschera o avvolta nel tipico “dominò”, maschera principale di bisacquinese, (tunica scura che copre la persona fino ai piedi e munita di un cappuccio sulla testa che impedisce di riconoscerla) diventa protagonista poiché è essa che invita l’uomo a ballare, capovolgendo i ruoli tradizionali.

SAN GIUSEPPE – “L’ARTARU”

La Tradizione vuole che il 19 marzo, giorno di S. Giuseppe, molte famiglie del paese devote al Santo Patriarca, in seguito a grazie ricevute, allestiscono come voto il cosiddetto “Artaru”, (l’altare) nella propria abitazione. Questo si articola in gradini a Bisacquino , in una grande tavola a Contessa, sui quali si dispone l’immagine di S. Giuseppe o della sacra famiglia. Il tavolo  è ornato dalle migliori lenzuola ricamate che le donne del luogo conservano da sempre con molta cura. Vi abbondano inoltre piatti ricolmi di “pignolata”, “sfince” e fritture varie. La preparazione dei cibi e l’addobbo dell’altare necessitano delle collaborazione di diverse persone così donne, amici, parenti e vicini di casa si ritrovano tutti insieme a collaborare come in una “grande famiglia” e con grande spirito di solidarietà comune che diventa il segno tangibile della devozione al Patriarca. Questi piatti si alternano ad arance e finocchi, mentre una profusione di odori emana dai fiori che lo abbelliscono e dai rami di alloro posti ai lati di esso. A mezzogiorno, attorno alla grande “tavolata” imbandita, siedono i convitati, persone poco abbienti dette “santuzzi”, in un numero che oscilla tra un minimo di cinque e un massimo di tredici. Essi rivestono il ruolo della sacra famiglia e dei santi verso i quali si è particolarmente devoti. Ai convitati vengono serviti pastasciutta con mollica abbrustolita e dolcificata con zucchero, fritture varie e dolci di ogni genere. La giornata di S. Giuseppe trascorre in paese in un viavai di persone che si recano a visitare gli altari presso parenti e amici. Caratteristica principale dell’ “Artaru” sono i pani di San Giuseppe; essi sono dei pani lavorati e intagliati a mano come piccole opere d’arte che rappresentano gli  antichi attrezzi dei mestieri, tra cui quello del falegname. La vera particolarità sono però  i cosiddetti  “cucciddati”, dei grossi pani rotondi lavorati ad arte posti all’inizio della tavolata, la barba e il bastone di S.Giuseppe e la “M” del nome di Maria. La mattina del 19, dopo la Santa Messa i Santi si recano all’ “Artaru” e iniziano a consumare il pranzo, serviti dal membro della famiglia che ha promesso l’Artaru al Patriarca S. Giuseppe. La tradizione vuole che ogni Santo debba assaggiare tutto ciò che gli viene servito.
Una particolarità che distingue i festeggiamenti che gli abitanti di Contessa riservano al Patriarca è il canto di ” Lu Viaggiu Dulurusu”, canto in dialetto siciliano, che viene fatto davanti a tutti gli altari del paese la vigilia di San Giuseppe. Tutti i fedeli e devoti al Santo si uniscono alla Banda Musicale e fanno il giro degli “Artari” e per ognuno di esso intonano il Canto che non è altro che il racconto dei nove giorni di viaggio affrontati da Giuseppe e la Vergine Maria  fino alla nascita di Gesù Bambino.

VENERDI SANTO

Una solennità molto antica e sentita dalla comunità bisacquinese è quella del Venerdì Santo, che si svolge sulla suggestiva collina del Calvario. Alle ore tredici il Cristo viene posto sulla croce, mentre i cantori intonano le “lamentanze”, antichissimi inni di autore ignoto risalenti al 1700. Alle ore sedici giunge la Madonna Addolorata e due donne che recitano preghiere si alternano ogni mezz’ora al suo fianco, mentre il canto si protrae fino a sera ,quando il Cristo, deposto in un’urna, viene portato assieme alla Vergine Addolorata in una processione che si snoda per le vie principali del paese e si conclude in piazza davanti al sagrato della Chiesa Madre. La sera precedente, sulla medesima collina, si svolgono le funzioni del ” Giovedì Santo”. I membri della congregazione del SS. Crocefisso, celebrano l’Ultima Cena mangiando pane e pesci. Infine un congregato rimane nella chiesa fino al mattino a guardia del “Sepolcro” che qui, come nelle altre chiese del paese, è stato allestito a ricordo  del sepolcro di Cristo. 

Domenica di Pasqua

Sacra rappresentazione popolare della Resurrezione di Gesù Cristo “Cala l’Ancilu Ncontru”  a cura delle Congregazioni religiose.

PASQUA ARBERESCHE

La Domenica delle Palme.  A Contessa le Processioni della Domenica delle Palme sono due, e convergono contemporaneamente nella Chiesa Greca e Latina. La solenne liturgia è officiata rigorosamente col rito greco-bizantino, dopo la funzione si sfila in processione in abiti tradizionali intonando il canto del “Lazzaro” e del “Christos-Anesti” (Cristo risorto).

Lazzaro. Durante la notte che precede il sabato di Lazzaro alcuni ragazzi e ragazze si fermano presso alcune abitazioni del paese per cantare in lingua albanese l’episodio evangelico della morte e risurrezione di Lazzaro; al termine del canto il padrone di casa fa accomodare i cantori e offre loro da bere e da mangiare (formaggi, uova etc.)

Sabato Santo. Nella tarda mattinata del Sabato Santo durante la messa le campane della Chiesa greca suonano a festa per preannunciare la Resurrezione di Cristo.

Con un tralcio di vite con sette gemme e pronunciando una frase tipica, la padrona di casa percuote tutti gli oggetti e ogni angolo della abitazione per scacciare via il demonio che poteva spadroneggiare mentre Cristo giaceva morto nel sepolcro.

La notte che precede la Pasqua viene annunciata la resurrezione di Cristo col canto del “Christos Anésti”.

San Nicola

Per la festa di San Nicola, patrono di Contessa, al termine della Divina Liturgia solenne vengono distribuiti i “Panini di San Nicola” benedetti. Essi vengono conservati e fatti a pezzettini e gettati fuori casa quando infuria il maltempo per essere protetti dai danni derivanti dai temporali e dalle intemperie.

LA FESTA DEL SS. CROCIFISSO – “U JORNU DU SIGNURI”

La festa del SS Crocifisso a Giuliana viene celebrata il primo venerdì dopo la Pasqua di resurrezione, e tale giorno viene chiamato “u jornu du Signuri” .

Narra la leggenda che il 24 aprile 1579 le campagne di Giuliana vennero salvate da una lunga siccità per intercessione di un crocifisso donato da ignoti alla chiesa di S. Margherita.

La festa del SS. Crocifisso, curata dall’omonima Confraternita, è preceduta da un triduo con rosario e canzoni in dialetto siciliano e culmina con la processione il cui itinerario, ornato con rami di ilici, anticamente era percorso la sera della vigilia da numerosi cavalieri con le torce in mano. Anticamente la festa era preceduta anche dall’esposizione delle reliquie della S. Croce e della Sindone donate da Mons. Diego Aedos, arcivescovo di Palermo al suo cappellano Sac. Pietro Cremona.

Di introduzione recentissima è la funzione della scesa del SS. Crocifisso dall’altare maggiore della Chiesa accompagnato dal rullo di tamburi e da un buio scenografico, che crea un’atmosfera di fedele e silenzioso raccoglimento. Negli ultimi due anni, infatti, il Crocifisso, che è una scultura in legno di leccio, raffigurante il Salvatore appena spirato, viene sceso a braccia dai membri del comitato dei festeggiamenti del SS. Crocifisso, nonché membri dell’omonima Confraternita, che vestiti di una lunga tunica, in devoto silenzio prelevano la Croce con il simulacro ligneo dall’altare maggiore della Chiesa e l’accompagnano fin sopra il fercolo processionale posto all’esterno della Chiesa poco prima dell’inizio della processione, tra lo stupore e la commozione dei fedeli presenti in Chiesa.

È “tradizione” che ogni anno piova durante la processione o comunque scenda qualche goccia. Ciò, tra l’altro, lega il Crocifisso di Giuliana a quello di Chiusa Sclafani e Bisacquino. Fra questi tre Crocifissi sembra che ci sia un’intesa nell’erogazione della pioggia, infatti, la tradizione vuole che se non piove per la festa del SS. Crocifisso di Giuliana, piove per la festa di quello di Bisacquino e se non piove nemmeno per la festa di quello di Bisacquino piove sicuramente per la festa di quello di Chiusa Sclafani.

Legata alla festa del Crocifisso è la Sagra del pesce.

Esiste ai piedi del castello di Federico II un’antica edicola votiva, detta della Madunnuzza, scavata nella roccia e recentemente restaurata. Una lanterna era tenuta sempre accesa in segno di devozione davanti a tale cappella. Narra la tradizione che in una sera di nebbia fitta, i marinai di Sciacca per rientrare in porto si orientarono con la fioca luce di questa lanterna e in segno di ringraziamento fecero il voto di portare il pesce a Giuliana, organizzando una vera e propria sagra. Ancora oggi il venerdì dopo Pasqua, detto u jornu ‘u signuri, i giulianesi mangiano pasta con finocchi e sarde, mentre in passato i fidanzati facevano dono alle proprie ragazze di un merluzzo ornato con un fiocco rosso. Il giorno della festa viene preannunziato dall’alborata, cui fa seguito l’ingresso nel paese della banda musicale che fa il giro per le strade. Tutti i Giulianesi fortemente attaccati a “u jornu du Signuri” si recano in Chiesa per ascoltare la messa e partecipano alla processione che si svolge per le vie del paese, accompagnata dalla banda musicale e conclusa da giochi pirotecnici.

IL TRE MAGGIO

Questa tradizione, viva  dai primi anni del Novecento, coinvolge ancora oggi la comunità di Bisacquino fin dalle prime ore del mattino. Le vie del paese sono animate dalla banda musicale e da gruppi di fedeli che al suono delle campane si recano  a preparare i Santi per la processione, mentre i ragazzi raccolgono gli oboli  bussando alle porte di casa. La festa raggiunge il culmine nel pomeriggio quando per le vie del paese si svolge una imponente, suggestiva e spettacolare processione con la “Vara”  (baldacchino ligneo del Settecento, intarsiato e dorato,  sotto il quale si trova una statua del Crocifisso) preceduta da una trentina di Santi che fanno corona al crocifisso. Le statue di Santi, addobbate con fiori, luci e nastri, vengono portate a spalla dalle varie chiese di appartenenza fino alla Matrice da dove la processione parte. La processione si conclude poi in piazza, dove viene officiata, davanti alla Chiesa Madre, una messa solenne; i fuochi di artificio, a mezzanotte, chiudono la giornata di festa.

Festa San Francesco di Paola. Di solito festeggiato la prima domenica di maggio, prevede oltre alla tradizionale processione anche  la realizzazione di antichi giochi tra squadre a premi a cura del comitato dei festeggiamenti.

Giugno Corpus Domini. Manifestazione religiosa che prevede anche la predisposizione degli  altari votivi all’esterno da parte dei fedeli.

FESTA DELLA MADONNA DEL BALZO

La festa coincide con il giorno dell’Assunzione ed è preparata dalla cosiddetta  “quindicina”: i devoti, ogni mattina all’alba – dall’uno al quindici agosto – percorrono, a piedi scalzi, l’antica strada acciottolata del Santuario, recitando il rosario della Madonna del Balzo. Assistono alla Messa, celebrata talora da un sacerdote non del luogo chiamato appositamente per l’occasione. La sera, poi, vengono allestiti nei vari quartieri del paese degli altarini con l’immagine della Madonna  e attorno ad essi si riuniscono gli abitanti del rione per recitare il Rosario e cantare ” A Vui Sarvi Regina” ed altri antichi inni popolari locali dedicati alla Madonna. La “quindicina” si conclude la notte tra il 14 e 15 Agosto quando, da paesi anche lontani, innumerevoli  pellegrini affluiscono al Santuario per ascoltare le messe. Queste iniziano a mezzanotte e si susseguono fino alla tarda mattinata del quindici. La festa si conclude con la solenne processione, i giochi d’artificio e il concerto della banda musicale.

Estate Bisacquinese manifestazione della durata di circa 10 giorni  nel cuore di agosto, consistente prevalentemente  in esibizioni di diversa tipologia (teatro, musica, folklore, danza, pittura, fotografia, sfilate di moda, ecc), convegni , Sagra della Cipolla e mercato del contadino.

GLI ALTARI DI MEZZ’AGOSTO A GIULIANA

La festività dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, risalente all’età normanna, è conosciuta in Sicilia come Madonna di Mezz’Agosto, poiché cade appunto il 15 Agosto.

La tradizione degli altari di mezz’agosto a Giuliana deriva da quella del vicino centro di Bisacquino, nel cui territorio sorge un celebre santuario dedicato alla Madonna Assunta, sotto la variante locale di Madonna del Balzo.

La “quindicina” della Madonna di Mezz’Agosto si estrinseca nell’allestimento di altari devozionali da parte degli abitanti dei quartieri cittadini. Tali altari, in passato, venivano allestiti in gran numero quasi uno per ogni quartiere. Questi altari venivano costruiti con una intelaiatura di canne verdi, utilizzando come base un tavolo foderato con stoffe ed ornato di ricami e merletti. Nella nicchia veniva posto un quadretto della Madonna Assunta, nella sua variante della Madonna del Balzo, con relativo addobbo di collare, corone del Rosario, fiori e lumini. Dinanzi all’altare veniva steso in tappeto sul quale venivano poste piante di garofani, rose, gerani ecc.

Gli altari venivano sistemati all’aperto, poco dopo il tramonto, i devoti si sedevano a semicerchio dando avvio al rituale della Quindicina della Madonna Assunta, con la recita del rosario in siciliano, accompagnata da canti religiosi popolari in lingua dialettale, ed ultimamente anche la celebrazione della messa e la distribuzione del pane benedetto.

A conclusione della Quindicina, la sera di Ferragosto, dopo la celebrazione della messa nella piazza adiacente alla Chiesa Madre, si svolgevano diverse manifestazioni folkloristiche, come la “corsa nei sacchi”, che consisteva nel percorrere a gara un tratto della Via Chiesa Madre con i piedi legati all’interno di un sacco di juta; “u jocu ‘i pignati”, consisteva nel tentativo di un ragazzo bendato di rompere alcune pignatte di argilla sospese ad una fune ricoperta di edera, legata agli estremi tra le ringhiere di due balconi contrapposti; il gioco più atteso in assoluto dagli spettatori era quello da ‘ntinna (l’albero della cuccagna), costituito da un tronco di pioppo scorticato, piantato al centro della piazza e ricoperto di sapone per il bucato per renderlo scivoloso, alla cui sommità veniva appesa una corona di alloro con i premi. Questa tradizione è stata ripristinata negli ultimi anni grazie all’impegno della Pro-Loco.

FIERA MARIA SS. DELL’UDIENZA

Tradizionalmente la società giulianese scandiva i propri ritmi attraverso i cicli dell’agricoltura, forma prevalente di economia insieme all’allevamento e ad alcune piccole botteghe di artigiani. A Giuliana l’inizio della nuova campagna agricola era scandito dalla fiera del bestiame, che si svolgeva l’1 e il 2 settembre di ogni anno: durante queste giornate, tutti i contadini potevano dotarsi di nuovi capi di bestiame e di attrezzature fondamentali per affrontare il lavoro dell’anno successivo. Questa fiera coincideva con la festa della patrona di Giuliana, Maria SS. dell’Udienza, proprio per consentire a tutti i cittadini di trovarsi in paese in occasione della festa per rendere grazie alla Madonna. Tutt’ora la fiera mercato viene riproposta, ma soltanto nella mezza giornata del 1° settembre, e si presenta ormai povera di bestiame a causa sia del declino delle attività legate all’allevamento, sia della vigente normativa in materia igienico-sanitaria, che pone notevoli restrizioni nella movimentazione degli animali.

8 SETTEMBRE – FESTA MADONNA DELLA FAVARA

I festeggiamenti in Onore di Maria S.S. della Favara si svolgono a Contessa Entellina.Da tradizione i festeggiamenti iniziano la mattina del giorno 1 settembre con l’alborata. In quel periodo il Paese, viene ornato da una maestosa illuminazione artistica, da ammirare anche nelle facciate delle due Chiese principali, la Chiesa di rito greco-bizantino e la Chiesa di rito romano o Chiesa  latina  che custodisce la statua della Madonna della Favara e la famosa “Vara” artistica. Dal giorno 1, tutte le mattine fino al giorno 8, il cosiddetto “tamburinaru” della Banda Musicale compie il giro del paese fungendo da sveglia e rimembrando a tutti i compaesani il clima di Festa.

Nei giorni a seguire, oltre ai rituali religiosi, il Comitato dei festeggiamenti, grazie alle offerte che con spirito di grande devozione i cittadini devolvono, organizza vari eventi di spettacolo. Solitamente si cerca di amalgamare spettacoli di vario genere ed interesse, come commedie teatrali e spettacoli musicali, gruppi folk, artisti famosi  etc. in modo da allietare l’armonia dei Contessioti e suscitare l’interesse e la partecipazione di tutte le generazioni.

Il giorno 7 ormai da consuetudine è il giorno dedicato alla Banda Musicale, vero e proprio patrimonio  del folklore Contessioto. Già di buon mattino i componenti della Banda compiono il giro per le vie del Paese, stessa cosa si ripete nelle ore pomeridiane. La sera invece è il momento del grande concerto in Piazza. L’ 8 settembre è il giorno della processione. La mattina dell’otto di settembre il Vescovo, i preti e le più importanti autorità religiose dell’Eparchia di Piana degli Albanesi (ricoperti da paramenti preziosi) accompagnati dalla Banda Musicale e dai fedeli, vestiti con i costumi albanesi, salgono in processione nella Chiesa Latina dove vengono attesi dai fedeli di rito latino e celebrano la funzione.

Nel pomeriggio la statua della Madonna viene posta nell’artistica “Vara” e viene impreziosita con molti oggetti e gioielli in oro, donati nei secoli dai devoti.

La sera della processione i cosiddetti “Portatori” si preparano ed in numero considerevole (circa 60) caricano sulle loro spalle la “Vara” portandola in processione per le vie del paese. Durante il percorso vengono effettuate numerose fermate dove si prega e si canta, durante una di queste vengono effettuati i giochi pirotecnici, momento di attrazione unico che ogni anno si ripete con forme e colori sempre diversi.

Alla fine i “Portatori” stremati si esibiscono nella salita davanti la Chiesa Latina, prima di entrare, “in un sali e scendi” con la “Vara”, salgono e scendono di corsa ogni anno per nove volte e anche più, vincendo le resistenze di quelli che unendosi in una catena umana vorrebbero portare la “Vara” dentro  la Chiesa, alla fine però, è proprio la catena umana a “vincere”, la Vara viene posta sul sagrato e la gente accorre per prendere un lembo di bambagia strofinato sulla fronte della Madonna.

I festeggiamenti si concludono il giorno 9, quando ogni anno in contrada Giarrusso, nella periferia del paese si tiene la storica fiera degli animali seguita dalla fiera tradizionale di oggetti vari. La sera in quanto serata conclusiva è il momento del grande evento che consiste spesso nello spettacolo di maggior spessore con l’esibizione  di  artisti e/o musicisti di rilievo nazionale.

RIEVOCAZIONI STORICHE

Tra i principali eventi culturali di Giuliana, hanno assunto una peculiare rilevanza le diverse  Rievocazioni Storiche. Sono state rappresentate le rievocazioni figurate di momenti significativi della memoria storica locale.

La piazza della Repubblica e le principali Vie del centro storico addobbate con bandiere blu e rosse, dai colori del gonfalone municipale, e animate dalle esibizioni degli sbandieratori di Motta Sant’Anastasia hanno visto sfilare i diversi cortei storici con signori, dame, cavalieri, paggi e mazzieri ,  interpretati da giovani “attori” giulianesi che per un giorno sono stati produttori di cultura.

Delle ultime edizioni palcoscenico è stato il Castello di Federico II, che ha visto rivivere le sue stanze medievali come un tempo, con banchetti reali, giocolieri, falconieri e sbandieratori.

Nel 2010, così, la Pro-Loco si è adoperata nella realizzazione della Giornata Federiciana 2010 dal titolo “Il Castello Rivive”, una manifestazione diversa dalle prime ma che ha comunque fatto rivivere le stanze dell’Antico Castello di Federico II  attraverso l’esposizione di mostre fotografiche sulle rievocazione storiche passate e sulle bellezze naturali di Giuliana e la riproduzione di squarci di vita nobiliare medievale, con giocolieri e musici-liutai.

LA NASCITA DEL BAMBIN GESU’- IL PRESEPE VIVENTE

La “Città di Giuliana”, nell’ottica della promozione turistica, culturale e socioeconomica del  paese, presenta da due anni la rappresentazione del  “Presepe Vivente”, occasione unica  per  riproporre la conoscenza di attività scomparse, di usanze dimenticate, di costumi di vita tramontati, stralci di quel passato in cui affondano le nostre radici facendo rivivere, così, l’atmosfera della vita semplice, bonaria e faticosa di altri tempi, in una prospettiva di recupero, valorizzazione e rilancio delle tradizioni popolari  come “radici del futuro”. Si utilizzano, così,  le festività natalizie  come vetrina per il paese, per  i suoi prodotti, per i suoi monumenti, per i suoi sentieri, per le sue tradizioni.

Pertanto nel quartiere “Pizzo Pretorio” , uno dei luoghi più suggestivi della cittadina, si crea lo sfondo naturale  di un’epoca passata  in cui peculiare è la semplicità e l’armonia piena di valori umani e spirituali. Tale luogo si presta a rappresentazioni sceniche, essendo un quartiere percorso da una serie di sentieri dove si possono notare segni di una civiltà rurale, oramai in via di estinzione.
Si cerca di creare un ponte tra passato e presente.

La manifestazione segue, ormai, uno schema consolidato, con la presenza di capanne allestite appositamente e casolari antichi lungo i sentieri, ospitanti i mestieri e i mercati del tempo. All’interno sono vengono esposti al pubblico i prodotti artigianali e le specialità enogastronomiche tipiche della zona, quali “muffolette” con ricotta,  pane di S. Giuseppe, formaggi di vario tipo, salsiccia essiccata, olive e vino locale, ed inoltre si effettuano dimostrazioni in tempo reale come la salsiccia arrostita, la pecora bollita, le lenticchie, le focacce, la ricotta e i “’carbusci”, un tipico “dolce” giulianese consistente in pasta di pane fritta con zucchero e cannella. I visitatori possono degustare solo aver assistito alla rappresentazione del viaggio a Betlemme di Giuseppe e Maria,  lungo le viuzze interne al quartiere.

Nota: hanno partecipato al progetto, oltre all’autrice dell’articolo: Biagio Rotolo, Cristina Altamore, Leonardo Spera, Rachele Mansella, Francesca Marino, Filippo Gannuscio, Mariaelena Latino, Calogero Intogna, Rosalia Guzzetta.

Progetto: UN BALZO PER LE VIE DI… – Parte V

24 aprile 2012 scritto da Claudia Porcarello

Arte e Cultura

Contessa Entellina

Terminiamo la nostra passeggiata calandoci nella meravigliosa borgata di Contessa Entellina, l’antica città siciliana è ubicata a Est del fiume Belice Sinistro, nel sito di Rocca di Entella.

AntiquariumAddentrandoci nel paese cattura l’attenzione  l’Antiquarium di Entella inaugurato nel 1995.   Nato dalla collaborazione tra il Comune di Contessa Entellina, la Scuola Normale Superiore di Pisa e la Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Palermo, ma soprattutto dalla volontà del prof.  Nenci, direttore della missione archeologica a Rocca d’Entella,  scomparso qualche anno addietro, il quale dal 1984 aveva guidato le campagne di scavo nel sito della città elima.
Il museo è concepito con un sistema di moduli didattici autonomi e allo stesso tempo interdipendenti, legati da un filo conduttore comune.

Il percorso immette il visitatore nella struttura urbana della città, lungo le fortificazioni che si snodano nel versante nord per 1.100 metri, databili al VI secolo a.C., con successivi rifacimenti del IV secolo a.C. e con le due porte di accesso alla città e alla necropoli sud.
AntiquariumIl settore centrale del museo è dedicato alla stratificazione storica vista attraverso la cultura materiale. Si parte dalla preistoria con le asce neolitiche e le selci lavorate, per passare al tardo bronzo con ceramiche in stile Thapsos e Milazzese e naturalmente alla notevole produzione ceramica cosiddetta elima, sia impressa che dipinta a motivi geometrici. In tale settore si evidenzia un’anfora a motivi geometrici incisi ed impressi a decorazione antropomorfa e zoomorfa del VII secolo a.C., proveniente dalla necropoli sud. Il settore espone, inoltre, numerosi reperti ceramici di importazione attica del VI e V secolo a.C., a figure rosse e nere.

Il punto cardine del museo è costituito dal granaio ellenistico in cui sono contenuti i reperti più significativi delle varie fasi di utilizzo e il loro contesto di rinvenimento; oltre ai contenitori di derrate e alle anfore.

Particolarmente suggestiva è la ricomposizione di uno squarcio della necropoli ellenistica, ricostruito nel contesto di scavo utilizzando riproduzioni di calchi in vetroresina degli inumati e le coperture sepolcrali originali. Nella tomba è stata rinvenuta un’iscrizione funeraria in greco che consente di conoscere pure il nome della donna sepolta: Takima.
Numerosi i reperti esposti di uso quotidiano. Particolarmente interessanti le ciotole “cobalto e manganese” databili al XII e XIII secolo, oltre alla ceramica invetriata caratteristica del periodo arabo-normanno.
Numerose sono le lingue che si sono parlate ad Entella nel corso dei secoli ognuna delle quali  ha lasciato una testimonianza incisa sui ceppi, nelle ceramiche, sulle monete e sui materiali giunti fino a noi.
Il settore conclusivo è dedicato all’epigrafia e alle monete rinvenute ad Entella, sia quelle della zecca della città risalenti al V secolo a.C., che quelle provenienti da altri centri.
Dopo aver visitato l’Antiquarium di Entella, rimane il solo rammarico di non aver potuto osservare, se non in splendide gigantografie esposte in una apposita galleria, le famose tavole con i decreti di Entella, due delle quali si trovano nel Museo Archeologico Regionale di Palermo, mentre le altre sei sono ancora all’estero.

L’esposizione dei reperti risalenti al periodo medievale, sono stati rinvenuti in prevalenza nell’unico castello scavato interamente, Kalatamauru.

Castello di Calatamauro

Il castello di Calatamauro di origine bizantina è stato presidio degli arabi. Nel  XV secolo ormai aveva perso qualsiasi importanza militare e fungeva solamente da centro amministrativo-feudale; funzione che venne meno alcuni decenni dopo con l’arrivo degli arbërëshe e la costituzione dell’Università di Contessa.

Nel 2006 sono iniziate le prospezioni archeologiche sotto la direzione della Scuola Normale Superiore di Pisa e della Soprintendenza Archeologica di Palermo. Le indagini hanno messo in luce l’intero percorso della cinta muraria inferiore, risulta rinforzata da 6 torri quadrangolari.

E’ stato individuato un tratto dell’antico sentiero che costeggiando parte delle fortificazioni arrivava alla porta d’accesso all’area del Castello. Procedendo dalla porta d’accesso verso Ovest seguendo il filo interno del muro di fortificazione della cinta esterna, sono state messe in luce due sepolture. Si tratta di due fosse terragne rivestite da lastrine, di una fase probabilmente tarda dato che utilizzano come limite Nord proprio il muro di cinta. Le sepolture sono in decubito dorsale, orientate con il cranio ad Ovest e gli arti inferiori ad Est, entrambe infantili, una probabilmente di neonato.

Proviene dal castello di Calatamauro il celebre mosaico bizantino di madonna con bambino del VII sec. d.c. custodito nella Galleria Regionale di Palazzo Abatellis di Palermo.

Molte sono le chiese aperte al culto a Contessa Entellina, nei borghi e nelle contrade rurali.

Chiesa dell'AnnunziataLa Chiesa SS. Annunziata (KLISHA), dedicata anche a S. Nicola, patrono di Contessa Entellina, è sede della parrocchia di rito greco ed é dotata di iconostasi. L’antica cappella diroccata, esistente quando arrivarono gli albanesi nel casale di Contessa, fu ricostruita e ampliata . La ricostruzione fu iniziata nel 1520 e venne adattata alle esigenze del rito greco. Chiusa al pubblico dopo il terremoto del 1968 è stata restaurata e riaperta al culto. E’ costituita da tre navate con cappelle laterali. Dalla navata laterale destra si accede alla sottostante antica cappella.

La Chiesa di S. Maria delle Grazie (Shën Mëria) fu costruita (secolo XVI) nelle vicinanze del luogo dove, secondo la tradizione, fu trovata una immagine della Madonna dipinta su una lastra di pietra. Inizialmente di rito greco, fu ceduta provvisoriamente ai fedeli di rito latino nel 1698 con la riserva di alcuni diritti a favore dei greci: , canto del “Cristòs Anésti” nei primi tre giorni dopo Pasqua, canto della “Paràclisis” nella prima quindicina di agosto; vespro, messa solenne e processione in occasione della festa annuale -otto settembre – della Madonna della Favara. Sede della parrocchia di rito latino, è dotata di casa canonica.

Chiesa delle Anime Sante del PurgatorioLa Chiesa delle Anime Sante del Purgatorio, di rito greco, edificata verso il 1700, é costituita da una sola navata con iconostasi. Si trova al centro del paese (piazza Umberto I). E’ stata restaurata dopo il terremoto del 1968.

La Chiesa di S. Rocco é costituita da una sola navata di piccole dimensioni. Costruita alla fine del secolo XVII, verso il 1744 fu restaurata. Inagibile dopo il terremoto del 1968, é stata restaurata e recentemente riaperta al culto. E’ dotata di iconostasi. Custodisce un prezioso e antico organo a canne del secolo XVIII e la prima iconostasi (1938) della chiesa parrocchiale greca.

La Chiesa “Regina del Mondo”, sede della parrocchia, costituita nel 1958 nel borgo rurale Piano Cavaliere, é stata costruita dopo il 1950: una sola navata con annessa la casa parrocchiale.

La Chiesa Odigitria , nella contrada rurale omonima, costruita dai profughi albanesi, è rimasta incompleta. E’ stata in parte restaurata nel 1958. Afferisce alla parrocchia greca. E’ il monumento storico della memoria, dove ogni anno a Pentecoste si va in pellegrinaggio per ringraziare la Madonna Odigitria, che guidò i profughi albanesi in Italia, e per ricordare col canto popolare “E bukura Moré” (o mia bella Morea) la pratria lontana lasciata per sempre dagli antenati albanesi.

La piccola Chiesa di S. Rosalia (navata unica), costruita alla fine del secolo XIX da Epifanio Viviani, si trova nella contrada omonima ed afferisce alla parrocchia latina.

La cappella di S. Calogero si trova nella contrada omonima, sulla strada provinciale, che porta verso Sciacca.

Nel borgo rurale Pizzillo a Nord-Ovest di Contessa, si trova la chiesa rurale della Comunità Trinità della Pace..

La chiesa di S. Antonio Abate, nel borgo rurale Castagnola, fu costruita dopo il 1950 e aperta al culto nel 1990. Costituita da una sola navata, é dotata di iconostasi ed afferisce alla parrocchia greca. Vi si celebra la messa saltuariamente.

La piccola cappella dedicata a S. Giuseppe si trova all’interno del “Parco delle Rimembranze”, vicino al cimitero. Costruita nel 1927, é stata recentemente restaurata.

La cappella rurale di S. Antonio di Padova, costruita nella seconda metà del secolo XIX, si trova nel feudo Bagnatelle. Danneggiata e inagibile dopo il terremoto del 1968, é’ stata recentemente ricostruita con le caratteristiche originarie.

La cappelletta dedicata alla Madonna del Balzo si trova nel quartiere omonimo del centro abitato (via S. Nicolò).

Nota: hanno partecipato al progetto, oltre all’autrice dell’articolo: Biagio Rotolo, Cristina Altamore, Leonardo Spera, Rachele Mansella, Francesca Marino, Filippo Gannuscio, Mariaelena Latino, Calogero Intogna, Rosalia Guzzetta.

Progetto: UN BALZO PER LE VIE DI… – Parte IV

19 aprile 2012 scritto da Claudia Porcarello

Arte e Cultura

Giuliana

GiulianaDopo aver toccato le falde del Triona, lo stradale serpeggiando si inoltra verso Giuliana. Man mano che avanziamo ci accorgiamo di una meravigliosa e suggestiva collina, coronata dal maestoso castello di Federico II. Esso, isolato intorno, si degrada a strapiombo dal lato del mezzogiorno nella sottostante ampia valle del Fiume Sosio.

Per molto tempo assolse un importante ruolo strategico nel sistema difensivo siciliano essendo collegato per via aerea col castello di Zabut (Sambuca di Sicilia) ad Ovest, col castello di Caltabellotta a sud, con la fortezza araba di Calatamauro a Nord e con il castello Bizantino di Prizzi ad Est.

Nella sua conformazione attuale il Castello è composto essenzialmente da una  fortezza turrita superiore situata sulla cima della rocca e da un corpo di fabbrica semicircolare con la convessità rivolta verso il centro abitato, più in basso. Quest’ultimo è una ricostruzione secentesca ed è sorta precisamente nel 1648 per ospitare un convento di Monaci Olivetani dipendenti dalla vicina Abazia di S. Maria del Bosco. La fortezza turrita, invece, per lo stile architettonico, viene fatta risalire all’epoca sveva. Il lato convesso, che guarda verso il paese, risulta chiuso, quello opposto concavo che è rivolto verso la valle è, invece, aperto da finestre e feritoie.

Castello di GiulianaLa maggior parte degli storici dell’arte siciliana ritengono che il castello di Giuliana sia esempio di quell’architettura militare autentica di Federico II di Svevia, anche se rappresenta al tempo stesso una eccezione tra i castelli svevi di Sicilia. Non si può ignorare, tuttavia,  che la storiografia isolana attribuisce la fondazione della fortezza giulianese ad un altro Federico II, cioè l’Aragonese. Effettivamente in nessuno dei due casi si ha una documentazione sicura.

È chiaro comunque che sia Federico II di Svevia che Federico II d’Aragona abbiano avuto gli stessi validi motivi d’ordine politico, per costruire la fortezza di Giuliana; l’Imperatore doveva far fronte alle violente sollevazioni dei Musulmani, il Re aragonese doveva frenare, invece, le incursioni degli Angioini.

Cosa certa è che nella prima metà del ‘300 il castello non poteva da solo fornire la necessaria protezione agli abitanti di una città che si andava estendendo in proporzione all’incremento della popolazione, e così s’impose l’erezione di una cinta muraria con tre porte urbiche, di cui oggi risulta difficile definirne con precisione il circuito. Nel tratto settentrionale del circuito murario si apriva la “porta Iammagli” (oggi “Giammaglio”) che prese poi il nome di Porta Palermo, nel tratto orientale  la “porta Bucheria” oggi “ porta Beccherie, vicino l’attuale quartiere “Cattano” sorgeva la Porta di Sciacca. Oggi si usa indicare come quartiere soltanto Porta Palermo e Porta Beccherie.

Tra i castelli di Sicilia quello di Giuliana è uno dei più notevoli sia dal punto di vista storico-architettonico, sia dal punto di vista ambientale-territoriale. A seguito dell’opera di restauro, terminata agli inizi del 2006, adesso è possibile una sua fruizione sia sociale che culturale, con organizzazioni di mostre, convegni e concerti.

All’altezza della centrale piazza della Repubblica la Chiesa del Carmine. Nel suo aspetto attuale la chiesa è un rifacimento settecentesco dell’antica chiesetta della SS. Nunziata  già esistente nel 1578.

La chiesa del Carmine, con pianta rettangolare, ad una sola navata, è coperta da volta a botte, impostata su spessi muri in conci calcarei. Le finestre, alte nelle pareti, hanno sagoma rettangolare con arco. Il campanile, nella zona absidale, è stato aggiunto nel 1840.

L’interno mostra una fredda decorazione di lievi stucchi, con dorature nella volta del presbiterio.  Le pareti laterali presentano cappelle scarsamente incavate. L’altare maggiore, in marmo policromo, è dedicato a “San Giuseppe”, gruppo ligneo verniciato in oro raffigurante il santo che tiene per mano il Bambino Gesù.

Il secondo altare è dedicato alla “Madonna dell’Udienza”, statua alabastrina cinquecentesca di fine fattura, particolarmente venerata a seguito dell’epidemia di colera del 1837. Notevole è la bara in legno della Madonna dell’Udienza, opera di un artigiano locale della prima metà del secolo XIX.

Ottocentesche sono tutte le altre statue lignee contenute nella chiesa.

Nel presbiterio sono custoditi due dipinti ad olio: la “madonna degli Agonizzanti”, con ricca cornice dorata; la “Madonna del Carmine con i SS. Simone Stoclet e Giovanni della Croce”.

Proseguendo il nostro cammino, su di un colle circondato da querce, il Convento di S. Anna a pochi chilometri dal centro urbano.

Convento di Sant'Anna a Giuliana

Sin dal 1402 si hanno notizie di un feudo chiamato “di S. Anna”, annesso al monastero di S. Nicolò del Bosco di Caccamo con all’interno la chiesa intitolata a S. Anna. Dopo il 1867, il cenobio fu soppresso, e venne affidato alla famiglia Lombardo di Chiusa Sclafani, ad eccezione di tre stanze e della chiesa, consegnate al comune di Giuliana.

Il convento di S. Anna oggi si presenta in pessime condizioni, a causa dei danni subiti nel terremoto del 1968 e dall’incuria; la chiesa, chiusa al culto dal 1971, è stata oggetto di numerosi furti.

La sua semplice architettura in pietra, che richiama la povertà francescana, presenta 22 stanze, disposte su due piani, che si aprono su un chiostro con archi ogivali. Annessa al convento si trova la chiesa, che presenta un’unica navata; la facciata a capanna presenta un umile portale, sovrastato da una finestra.

Alcune opere sacre, come statue, dipinti e diverse reliquie, sono oggi custodite  nella chiesa Madre di Giuliana e Chiusa Sclafani: fra queste, la reliquia di S. Anna e un piccolo quadro della Madonna.

Nel convento di S. Anna vissero tanti uomini, rimasti nella storia del francescanesimo per la loro santità di vita.

Il 26 luglio, giorno della festa di S. Anna, molti fedeli dei paesi circostanti continuano a recarsi in pellegrinaggio presso questo luogo; un tempo il pellegrinaggio avveniva a piedi scalzi, e veniva recitato il rosario in siciliano, concludendo la giornata con la sagra dell’anguria.

Oggi, ai piedi del convento è stato realizzato un parco sub-urbano di circa 26 ettari, che durante l’estate diventa scenario suggestivo di diversi eventi: tra questi il ripristino dell’originaria festa di S. Anna, con la celebrazione della S. Messa e la sagra dell’anguria.

Nota: hanno partecipato al progetto, oltre all’autrice dell’articolo: Biagio Rotolo, Cristina Altamore, Leonardo Spera, Rachele Mansella, Francesca Marino, Filippo Gannuscio, Mariaelena Latino, Calogero Intogna, Rosalia Guzzetta.

La Domenica delle Palme a Piana degli Albanesi

30 marzo 2012 scritto da Staff di Sicilia Viaggi

Piana degli AlbanesiPiana degli Albanesi è un piccolo comune, in provincia di Palermo, situato su un altopiano montuoso tra l’omonimo lago e il monte Pizzuta. In esso risiede la più importante colonia albanese in Sicilia che ha mantenuto pressoché intatte, dalla sua fondazione nel XV secolo, le sue caratteristiche culturali, religiose e linguistiche. La lingua più diffusa è l’albanese, anche se tutti i suoi cittadini sono in grado di parlare indifferentemente anche l’italiano.

I costumi tradizionali femminili, tramandati di madre in figlia, hanno mantenuto nei secoli il loro aspetto originale bizantino. Sono caratterizzati da colori accesi e da tessuti preziosi (spesso ricamati in seta, oro e argento). Vengono tuttora indossati nelle cerimonie nuziali e durante le principali manifestazioni religiose.

Piana degli AlbanesiOltre alla lingua ed ai costumi, Piana degli Albanesi è caratterizzata dalla sua Chiesa con rito greco-bizantino. Le celebrazioni sono solenni e ricche di simbolismi. Le lingue utilizzate nelle celebrazioni liturgiche sono il greco e l’albanese.

Particolarmente significativa e coinvolgente è la celebrazione della Domenica delle Palme. Essa si svolge nella Chiesa di San Nicola. Dopo il rito della benedizione delle palme e dei rami d’ulivo, prosegue con una processione, guidata dall’Eparca a dorso di un asinello, attraverso il corso principale del paese fino alla Cattedrale dove si celebra la Liturgia.

Piana degli Albanesi

Un secondo buon motivo per andare a Piana degli Albanesi è senz’altro quello di poter gustare i prodotti tipici della gastronomia pianese. Il più famoso è senz’altro il cannolo ripieno di ricotta. Da provare anche il pane, fatto con farina di grano duro, l’olio d’oliva, la ricotta e le carni del luogo.

La spettacolarità delle Isole Pelagie

20 marzo 2012 scritto da Vincenzo Bonanno

Lampedusa

Nella punta meridionale dell’Italia, tra le coste tunisine e siciliane, sorge l’arcipelago delle isole Pelagie. Sono tre: Lampedusa, Linosa e Lampione e vi si può trovare uno dei paesaggi naturalistici più sorprendenti d’Europa. Mare cristallino ovunque e profondi fondali vulcanici. Litorali costieri dal tratto orientale e grotte nascoste da scoprire. Casette colorate e sabbia chiara e anche un affascinante faro di antica bellezza scolpita piantato nelle acque di Lampione. Non c’è nient’altro sull’isola più piccola delle tre, solo quel faro che ammira l’orizzonte nel continuo trascorrere del tempo. Il fondale incontaminato è un vero paradiso per i sub che da queste parti possono venire a contatto con aragoste, cernie, corallo e perfino con lo squalo grigio.

La più grande isola, invece, è Lampedusa (con adiacente la piccola Isola dei Conigli). 20 km² di surpeficie, 40 km di costa e 5000 abitanti. Dista 210 km dalla Sicilia e 152 dall’Africa. Il suo litorale è disseminato di grotte in parte aperte dall’erosione marina che agisce su calcari teneri costituiti da depositi ricchi di alghe fossili e sedimenti carbonatici. Questo ha favorito il diffondersi di un paesaggio naturale, flora e fauna di indiscutibile fascino. Qualcosa di unico e raro. Quello che c’è nei fondali marini e sulle coste delle Pelagie, infatti, difficilmente è presente in altre parti d’Europa. Non stupisce, allora, che l’arcipelago sia un patrimonio per la biodiversità del Mediterraneo, essendo stato proposto come Sito d’Importanza Comunitaria e come Zona di Protezione Speciale ai sensi delle Direttive Comunitarie “Habitat” e “Uccelli”.  Qualche esempio. Nelle acque costiere vive una popolazione stanziale di delfino Tursiops truncatus, di  Delphinus Delphis (delfino comune), Stenella coeruleoalba (stenella) e Balaenoptera physalus, la balenottera comune, che nel periodo di marzo e aprile si avvicina in piccoli gruppi alle coste per nutrirsi dei banchi di piccoli crostacei, elemento fondamentale della sua dieta. La spiaggia dei Conigli a Lampedusa, poi, e quella della Pozzolana di Ponente a Linosa, sono teatri di un evento spettacolare: la deposizione delle uova da parte della Caretta caretta, la tartaruga marina più famosa nel Mediterraneo. Un “accadere” che nei mesi estivi si ripete davanti agli occhi di numerosi bagnanti, provocando emozione e stupore, sempre. Miracolo della natura, nascita, bellezza. Basterebbe solo questo per prendere la decisione di visitare le Isole Pelagie.

lampedusa

Foto di -Chiotas- (flickr)

Distante 30 km da Lampedusa, Linosa è un piccolo capolavoro naturale. Si presenta con tre crateri spenti che arrivano con monte Vulcano a quota 195 m ed una costa lavica, aspra, molto frastagliata e a strapiombo sul mare. Gli abitanti vivono in casette colorate e le numerose calette nascoste, la sabbia nera, gli scogli, i fichi d’India e il giglio marino che cresce spontaneo sulla lava, le donano un carattere quasi divino. Poche storie, al visitatore sembrerà di stare in un piccolo ed esclusivo paradiso terrestre. Dove ci si può rilassare con il mare, andando alla scoperta di fondali meravigliosi oppure con piacevoli passeggiate ed escursioni nell’entroterra. Relax e benessere al contatto con la natura. Libri, attività e tanto cibo. In cucina da non perdere il cous-cous, piatto di origne araba a base di pesce e semola. Ma anche le altre pietanze preparate con i prodotti del mare e della terra, come i tagliolini al pesce spada, gli involtini di melanzane, la zuppa di lenticchie o le cassatelle di ricotta. Se la divinità in persona decidesse di andare a pranzo sulla Terra, lo farebbe da queste parti.

cous cousPer chi volesse, dopo la vacanza, portare con sè qualche prodotto tipico di questa terra è consigliabile acquistare il tonno inscatolato, uova di ricciola, i filetti di sgombro e di alici oppure la bottarga (tonno, merluzzo e pesce spada). Questo e molto di più sono le Pelagie, un angolo di Paradiso da andare a scovare.

Come arrivare
Ci sono due modi per raggiungere le Isole Pelagie: via aerea e via mare. Lampedusa è raggiungibile con i voli di linea da Palermo e Catania e d’estate con voli charter da Milano, Roma, Torino, Bergamo, Verona, Bologna (si consiglia di consultare i tour operators per verificare le tratte programmate stagionalmente); mentre via mare con traghetto o aliscafo da Porto Empedocle. Linosa è raggiungibile da Lampedusa o Porto Empedocle con traghetto o aliscafo (Siremar, Ustica Lines).

La Riserva naturale dello Zingaro

6 marzo 2012 scritto da Vincenzo Bonanno

La Riserva naturale orientata dello Zingaro è uno dei rari tratti della costa trapanese totalmente incontaminato. E’ possibile attraversarla a piedi, in quanto non è presente nessuna strada litoranea.

Al suo interno si trova un ecosistema mediterraneo ricchissimo di flora e fauna. Attraversandola, infatti, è possibile trovare la palma nana, il cappero o il timo selvatico. Oppure è possibile vedere, tra i tanti uccelli, il falco pellegrino, il gheppio o la poiana.

Nella riserva si trovano anche tanti interessanti musei. Da non perdere: il Museo Naturalistico, il Museo delle Attività Marinare e il Museo della Civiltà Contadina.

La Cappella Palatina

5 febbraio 2012 scritto da Vincenzo Bonanno

Cappella Palatina - PalermoForse non tutti sanno che la sede dell’Assemblea Regionale Siciliana, il Palazzo dei Normanni a Palermo, ospita un piccolo gioiello dell’architettura dell’Isola: la Cappella Palatina.

Costruita per volere di Ruggero II, detto anche il Normanno, la Cappella risale al 1140 ed è dedicata ai Santi Pietro e Paolo. E’ divisa in tre navate e contiene, al suo interno, tanti bellissimi mosaici bizantini. Il principale rappresenta il Cristo Pantocratore nell’atto di imporre la benedizione. Questi capolavori  sono stati realizzati da artisti bizantini fatti venire appositamente da Rugggero II. La parte bassa della Cappella ed il soffitto mostrano invece decori tipicamente arabi, a testimonianza del livello di integrazione tra i due popoli.

E’ stata da poco restaurata, anche per rimediare ai danni del terremoto del 2002.

Recentemente, grazie allo staff del TravelexpoIn 2012, è stata organizzata, per alcuni operatori del turismo nazionale, una visita guidata alla Cappella Palatina. La signora Elisabetta Calandrino, consulente turistico-culturale e guida del gruppo, ha saputo affascinare i presenti descrivendone in maniera dettagliata ed appassionata le bellezze architettoniche e la storia della costruzione.

Noi di Sicilia Viaggi abbiamo partecipato a questa bella iniziativa che, speriamo, possa contribuire ad aumentare il flusso di turisti nella nostra Isola. La Sicilia, infatti, è ricca di bellezze sia paesaggistiche che architettoniche. Queste, però, hanno bisogno di continua promozione se vogliamo farle conoscere anche fuori dalla nostra regione in modo da incentivarne l’incoming.

La Ducea di Nelson

3 febbraio 2012 scritto da Staff di Sicilia Viaggi

Il complesso denominato Ducea Nelson, si trova a circa 13 chilometri da Bronte, ubicato su un terreno pianeggiante di fondo valle sulla riva sinistra del torrente Saraceno.

Comprende l’ala gentilizia, un tempo residenza dei Nelson (impropriamente detta il Castello) oggi trasformata in Museo, i resti dell’antica abbazia benedettina dedicata a Maria Santissima, fatta costruire da Guglielmo II° il Buono, la chiesetta di Santa Maria di Maniace ed un grande lussureggiante parco.

Sorse intorno al 1173, probabilmente sulle rovine di una preesistente costruzione basiliana, per volontà della Regina Margherita, per durevole memoria della battaglia vinta da Giorgio Maniace contro i Saraceni.

Come si usava all’epoca, il monastero venne dotato di castello o torre difensiva. Guglielmo di Blois fu il primo abate del monastero. Oggi dell’antico insediamento benedettino rimangono il Castello Nelson (con il relativo Museo, il giardino e il Parco), i resti della vecchia abbazia e la Chiesa di Santa Maria di Maniace.

Il complesso edilizio è diventato proprietà del Comune di Bronte dal 4 Settembre 1981; è stato recentemente ristrutturato ed una parte adibita a museo (gli appartamenti del Duca) e come centro di studi e di congressi.

Immagini e montaggio di Salvatore Clemente (www.toticlemente.it).

L’isola di Mozia e le sue saline

6 settembre 2011 scritto da Vincenzo Bonanno

Le saline di Mozia al tramonto – Foto di Giovanna Favara

Antistante le coste della città di Marsala, in provincia di Trapani, si trova un luogo incantevole che vale la pena visitare: è lo Stagnone, oggi Riserva naturale regionale, caratterizzata da fondali molto bassi e pescosi. Il paesaggio è arricchito dalla presenza di quattro isole: Mozia (nota anche come Mothia o San Pantaleo), l’Isola Lunga o Grande, Schola e Santa Maria, da alcuni mulini a vento e dalle saline.

La sera è possibile vedere dei tramonti mozzafiato. Le numerose vasche, dove vengono convogliate le acque del mare, che lentamente si prosciugano per lasciare nel fondo il sale grezzo, assumono una miriade di colorazioni dovute alla diversa concentrazione di sale.

Sullo sfondo l’isola di Mozia, raggiungibile con piccole imbarcazioni che partono da due imbarcaderi privati. Benchè l’isola sia aperta al pubblico, non è possibile approdare senza autorizzazione. Mozia si estende su una superficie di quarantacinque ettari, ha una forma circolare ed è percorribile a piedi individualmente o accompagnati da una guida locale.

La Casa dei Mosaici – Foto di Giovanna Favara

Cenni storici
L’isola era originariamente una colonia fenicia, molto importante dal punto di vista commerciale, collegata alla terraferma e precisamente a Capo San Teodoro da una strada che tutt’oggi è sommersa dall’acqua ma ancora visibile quando c’è la bassa marea. Nel 397 a.C. Dionisio di Siracusa distrusse l’isola e gli abitanti si misero in salvo approdando sulle coste della città di Lilibeo, oggi Marsala.

Agli inizi del secolo scorso Joseph Whitaker, archeologo inglese trasferitosi in Sicilia per occuparsi della coltivazione e della produzione del vino marsala avviò i primi scavi archeologici che portarono alla luce il santuario di Cappiddazzu, una parte della mura, la necropoli, la Casa dei Mosaici, il tofet, la Porta Nord e la Porta Sud.

Gli studiosi trovarono una moltitudine di reperti archeologici molto interssanti sia dal punto di vista storico che artistico. Whitaker pensò, quindi, di fondare un museo dove custodire questi reperti. Oltre alle numerose stele con iscrizioni; anfore; gioielli in oro, argento e bronzo; sculture; ceramiche; è possibile anche ammirare la splendida statua marmorea del cosidetto Giovinetto di Mozia, risalente al V sec. a.C.

Curiosità
Per gli appassionati di kitesurf e windsurf, lo Stagnone di Marsala è il luogo ideale dove praticare queste attività sportive.

Video

Mappa

Per maggiori informazioni su Marsala leggi la scheda su Sicilia nel Mondo:
www.sicilianelmondo.com/comuni/preview_comune_css.asp?ID=150

Versione inglese:
www.sicilyintheworld.com/city_detail.asp?ID=150

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