Arte e Cultura, Bisacquino

Bisacquino insieme a Contessa Entellina e Giuliana sono alcuni dei pochi paesi nei quali un visitatore, lontano dai rumori della città, può improvvisamente godere, all’interno della cerchia urbana, di scene di sapore bucolico e accanto alle molteplici fontane e abbeveratoi disseminati nel territorio, immaginare quadri di vita contadina di un tempo ormai lontano. Le fontane erano un tempo più numerose di oggi, erano utili alle massaie che non avendo l’acqua diretta in casa, si recavano ai “cannolicchi” (fontanelle) o per fare il bucato o per riempire i “quartari” (anfore). I bevai invece servivano a fare bere gli animali. Purtroppo questa tradizione è ormai del tutto scomparsa nei centri abitati, mentre sono ancora presenti ed utilizzati i bevai rurali.

Bisacquino
Già all’entrata, Bisacquino immerge il visitatore in ambienti ed atmosfere di altri tempi con il fascino antico delle sue costruzioni in pietra, e con vie e viuzze di reminescenza araba, rese ancora più pittoresche da scorci di paesaggio rurale.
Originariamente, approssimativamente attorno al 1600, il paese presentata la forma di un triangolo equilatero, il cui vertice era dato dalla Chiesa della Maddalena (oggi diroccata). In seguito all’espansione urbana ha assunto una forma allungata, somigliando ad un otto in posizione orizzontale. Oggi il paese ha nuovamente modificato il suo aspetto espandendosi maggiormente verso est.
L’attuale aspetto urbanistico è oltremodo interessante, le strade spesso sormontate da archi, sono strette, tortuose, in alcuni casi acciottolate, alcune delle quali sfociano in vicoli e cortili caratteristici. Sui muri esterni delle case frequenti sono le piccole edicole votive in creta smaltata, con raffigurazioni di scuola napoletana o di arte popolare risalenti ai secoli XVII – XVIII.
All’interno del centro abitato numerose sono le chiese, in particolare ben quattordici chiese corrispondenti a quattordici quartieri dalle quali prendono il nome: la Chiesa Madre, la Chiesa Maria SS. Del Rosario, la Chiesa di S. Antonio Abate, la Chiesa di S. Caterina, la Chiesa di S. Francesco d’Assisi, la Chiesa di S. Anna con annesso convento dei Cappuccini, la Chiesa del Carmine, la Chiesa di S. Vito Martire, la Chiesa di S. Lucia, la Chiesa di S. Maria di Gesù, la Chiesa di S. Francesco di Paola, la Chiesa Madonna delle Grazie, la Chiesa del Calvario, la Chiesa di S. Maria Maddalena (in parte diroccata).
Le chiese in gran parte di età rinascimentale e barocca, fanno da corolla alla Chiesa Madre la quale con la sua mole e l’imponente cupola caratterizza il paesaggio urbano.
I lavori di ricostruzione di questa Chiesa ebbero inizio nel 1713 visto che la preesistente spesso si allagava a causa di un fiume d’acqua che scorreva d’inverno davanti alla porta d’ingresso. I lavori su progetto di Fra Damiano Rizzo furono completati nel 1730.
La chiesa ha una lunghezza di m. 40 e una larghezza di m. 20. Il vano dell’antica chiesa divenne uno spiazzo circondato da una balaustra in pietra e successivamente rivestito da un acciottolato che raffigura un tappeto. La Chiesa mancava di una cupola, realizzata nel 1925 con le offerte dei bisacquinesi per interessamento del decano Mons. Giovanni Bacile. Essa è posata sopra quattro pilastri: il cielo è rotondo; mentre i quattro pilastri richiamano il quadrato.
La navata centrale si prolunga di m. 20, formando il presbiterio con l’altare Maggiore di marmo, un coro in legno per i canonici, due tribune per l’organo, con ringhiere di ghisa. Il dipinto, sull’altare Maggiore rappresenta la Madonna del Paradiso, opera di Gioacchino Martorana del 1777.
Nelle navate laterali, si trovano cinque cappelle per lato, dedicate a numerosi Santi. All’interno della chiesa si trova la grotta della Madonna di Lourdes, realizzata verso il 1940, all’interno della quale si trova la tomba del Servo di Dio Mons. Giovanni Bacile, decano arciprete dal 1917-41. Dentro il presbiterio è conservata una Portantina, sedia in legno dorato dell’inizio del 1700. All’interno di una cappella posta nella parte sinistra della chiesa troviamo la Vara, vanto di tutti i cittadini bisacquinesi, portata in spalla, da più di 50 fedeli devoti, il 3 maggio giorno della festa del crocifisso. La Vara è opera del bisacquinese Giuseppe Bellacera, che la costruì nel 1792. La parrocchia ha il titolo di San Giovanni Battista.
A nord del paese si trova la Chiesa del Calvario, eretta dai PP. Liquorini nel 1833, in occasione di una Missione predicata in quell’anno dagli stessi Padri. Eretto il Calvario, i PP. di Bisacquino inoltrarono domanda al Sindaco per essere autorizzati ad adornare il Calvario con “fresca piantagione d’ogni sorta di alberi”, furono così impiantati attorno alle mura dei cipressi, ai lati della gradinata aiuole e terrazze, in queste misero per ringhiere piantagioni di mirti tagliati a forma di muretti. Nelle aiuole interne piantarono roseti e fiori di ogni sorta. In questa chiesa ogni anno si svolge la funzione del Venerdì Santo curata dalla Confraternita del SS. Crocifisso.
Fuori dal centro abitato, alle pendici del monte Triona si erge il Santuario della Madonna del Balzo, meta di pellegrinaggio alla quale è connesso un eremo. All’interno la Madonna con Bambino è una scultura di altorilievo dipinta e custodita in un’edicola in marmo dell’altare maggiore.
L’edificio fu completato nel 1679. Gli altari di marmo nel santuario risalgono al 1760, a questo stesso periodo risale la nuova strada d’accesso con la Via Crucis con due obelischi (pileri), all’inizio della strada.
Una leggenda seicentesca narra di un giovane diciottenne di nome Vincenzo Adorno che mentre custodisce il gregge sul monte Triona, vede con grande meraviglia una luce irradiarsi da alcuni massi in alto. Dopo un primo momento di esitazione, il giovane si aggrappa alle sporgenze dei sassi, va avanti e scopre nella cavità non profonda di un gran masso un’immagine molto semplice della Madonna SS.
In quello stesso tempo il pastore bisacquinese Francesco Perratori, mentre pascolava il gregge poco lontano dal Triona, vide un globo di luce sfavillare sulle rupi del monte. Colpito dalla visione, finchè visse non cessò di raccontarla ai figli. Questi furono i preannunzi del ritrovamento della Madonna del Balzo sul Monte Triona.
L’evento più straordinario avvenne 4 anni dopo, quando due giovani scorsero nel cavo della rupe l’immagine della Madonna (scoperta prima dall’Adorno); meravigliati la guardano e intendono venerarla. Ma di lì a poco, con la volubilità della giovinezza, si danno al gioco con passione e uno di loro, avendo perduto qualche miseria, preso dal furore, scagliò una falce sulla fronte della Madonna SS. Il sacrilego cadde a terra fulminato, morto, mentre dalla fronte della Vergine sgorgarono miracolosamente gocce di sangue. L’altro ragazzo, stravolto, corse in paese a raccontare l’avvenuto e i genitori del ragazzo morto giunsero sul luogo della sventura. Lì, la madre, abbracciando il figlio esanime, invocò il perdono e la grazia per il figlio, con così viva fede che la Madonna non esitò a compiere il miracolo; così il giovane ritornò alla vita. La notizia si propagò in un baleno fra gli abitanti di Bisacquino e dei Paesi vicini che, come scossi da una forza sovrumana, salirono in lunghi cortei sul Triona per venerare e implorare grazie e favori alla Madonna SS. Subito si comprese la volontà della Vergine di voler essere venerata sul luogo del ritrovamento . Si imponeva perciò la necessità di un edificio sacro e i bisacquinesi vi si accinsero con impeto santuario fino alla realizzazione dell’attuale santuario.
La porta centrale in bronzo, costruita nel 1987 dall’architetto Giuseppe Marino, raffigura la leggenda di questo evento straordinario e le fasi di costruzione del Santuario.
Tra le istituzioni culturali ricordiamo il museo dell’orologio che da qualche tempo ha sede a Bisacquino nella vecchia Bottega di Corso Umberto I, voluto fortemente dal suo fondatore Paolo Scibetta, l’ultimo “artigiano del tempo”. La bottega degli Scibetta, oggi è stata trasformata in museo dell’orologio sotto la tutela della Soprintendenza Regionale ai Beni Culturali di Palermo. Gli Scibetta, famiglia d’orologiai, arrivarono a Bisacquino nel 700. Il capostipite Rosario si trasferì da Castrofilippo, riconvertendo il vecchio mestiere di armaiolo in quello di costruttore di orologi meccanici da torre. La sua attività venne portata avanti dal figlio Calogero (1800-1897) al quale si deve la costruzione di cinque orologi da torre. Seguendo la tradizione di famiglia, il nipote Vincenzo, costruì ben 47 orologi da torre. Particolare interesse ha un orologio costruito dai tre fratelli Scibetta, Vincenzo, Paolo e Rosario, il cosiddetto “Orologio Geografico Universale”, che sincronizza il fuso orario di Roma con i più importanti del globo terrestre. L’ultima generazione della famiglia Scibetta non ha seguito l’antica tradizione di orologiai. Fra i clienti più illustri di Paolo vi fu il regista Luchino Visconti, che è venuto a conoscenza dell’abilità del maestro artigiano orologiaio, gli commissionò la costruzione di un fac-simile di orologio per il set del film “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Un orologio dal movimento assai rumoroso in maniera tale da fare da sottofondo ad una scena boccaccesca interpretata da Claudia Cardinale e da Alain Delon. La scena del film però venne tagliata perché fu censurata.
Il Museo è composto da due stanze di circa 30 mq ciascuna. Tra i vari oggetti esposti vi è un orologio a “gabbia” da torre funzionante e tutt’intorno una serie di attrezzi che servivano per la realizzazione degli orologi, tra questi una “fonderia”, nella quale sono entrate a migliaia vecchie pentole di rame (da legare col piombo e il rame) e sono usciti ingranaggi, ancora oggi in uso e perfettamente funzionanti.
Attrezzi come la fonderia, la ventola, il mantascio sono stati donati da Paolo Scibetta al Museo Civico di Bisacquino, altra importante istituzione culturale del paese. Esso, nato per iniziativa del rag. Salvatore Salvaggio, ad indirizzo prevalentemente etno-antropologico, è unico nel suo genere in tutto l’entroterra della Sicilia occidentale.
Testimonia tutti gli aspetti della vita del paese: colture, artigianato, usi e costumi, tradizioni, folklore, archeologia. Tutto il materiale, esposto in cicli di lavoro, rappresenta la civiltà contadina e artigiana dell’epoca pre-industriale. Tra tutti gli ambienti si evidenziano quelli del fabbro-ferraio, quello delle ricamatrici, quello dell’ambiente familiare, quella della torchiatura che fanno rivivere i ricordi non molto lontani quando ancora le prime industrializzazioni erano un sogno. Infine troviamo pure una sezione dedicata all’archeologia, con reperti greco-punici datati IV-V sec. A.C. provenienti dal Monte Triona.
Il teatro comunale, considerato nel secolo scorso come uno degli elementi architettonici più caratteristici dell’edilizia del paese, ha rappresentato, al tempo stesso, uno dei luoghi d’incontro principali per tutti i cittadini ponendosi per molti anni come un simbolo di forte identità locale. La data di costruzione del Teatro Comunale di Bisacquino risulta alquanto incerta ma l’ipotesi più accreditata è quella secondo cui i lavori per la costruzione del Teatro sono stati iniziati tra il 1790 e il 1795. In ogni caso, è noto, che a partire dal 1746 l’interesse del paese per le attività teatrali era molto vivo, queste ultime incentivate anche da una delle famiglie più nobili del Paese e cioè i Bona.
Solo dopo gli interventi del 1872, il teatro si presentava allo spettatore in ottimo stato: la sala era coerente alla tipologia ricorrente in molti altri teatri, ovvero una forma ad “U”, mentre la volta era del tipo a sesto ribassato. Nel febbraio 1889 si abbattè su Bisacquino una grande alluvione che provocò seri danni al Teatro Comunale. Essi furono riparati solo dieci anni dopo. Questo episodio segna un cambiamento fondamentale nell’utilizzo dell’edificio, infatti parallelamente agli spettacoli teatrali si poteva godere di proiezioni cinematografiche.
Successivamente al 1970 si ebbe il declino del teatro, tanto da farlo cadere in uno stato di totale abbandono. Solo nel 1979, l’Amministrazione Comunale decise di risollevare le sorti del teatro con l’intenzione di riadattarlo a centro di Servizio Culturale. Questo progetto di “riattamento”, purtroppo, non si limitò esclusivamente ad interventi di ristrutturazione e restauro conservativo. Il risultato ottenuto fu però un edificio nuovo e diverso, estraneo al contesto urbanistico che lo circondava. Modifiche e sostanziali differenze sono da notare nella diminuzione dei posti, in platea non vi sono poltrone ma semplicissime sedie che privano l’intera costruzione di quel particolare aspetto di salotto oltre che di teatro, inoltre i palchetti sono stati del tutto aboliti per dare spazio a due file di gallerie o loggioni realizzati a sbalzo sulla platea.
Tra le istituzioni culturali, inoltre, non possiamo neppure dimenticare la Biblioteca Comunale. Essa era già esistente nel periodo borbonico, tuttavia fu dopo l’unità d’Italia che si arricchì di circa 4000 volumi, provenienti dalle biblioteche dei Cappuccini e dei Carmelitani, a seguito della legge abolizionistica degli Ordini Religiosi (1866). Dopo varie allocazioni, ecco che nel 1966, grazie alla munificenza dell’ing. Giuseppe Genovese, Bisacquinese residente in America, la biblioteca trova la sua sede definitiva in un edificio costruito ex-novo in stile neoclassico in via XXIV maggio.
Essa conserva due incunaboli, centinaia di opere del ‘500, numerosi testi dei secoli XVII – XVIII ed un vasto materiale archivistico del periodo borbonico. Il libro più raro è un’edizione di Galeno del XVI secolo, di cui esiste soltanto un’altra copia che si conserva al British Museum di Londra.
Abbazia di Santa Maria del Bosco
Un tempo il campanone di Santa Maria del Bosco ha diffuso i suoi rintocchi per tutta la valle del Belice. Per parecchi secoli i pellegrini che giungevano da Contessa, Bisacquino e Giuliana e da altri paesi limitrofi gremivano la chiesa, i chiostri ed i cortili. Questo monumento di interesse storico, architettonico e religioso è una delle testimonianze più significative del patrimonio culturale del territorio.
Chi visita S. Maria del Bosco oggi rimane affascinato dalla straordinaria bellezza monumentale della chiesa, che apparentemente sembra rimasta intatta a chi dall’esterno guarda la facciata, il campanile e le strutture murarie del lato Nord. Questa gratificante visione di bellezza architettonica rimane profondamente delusa però appena si scopre che, dietro la facciata ed il portone chiuso, non esistono più il soffitto, le cappelle del lato Sud, il pavimento, il transetto, gli stucchi, i marmi, gli altari, le pitture ecc. La chiesa è stata ridotta in un mucchio di macerie sia per il terremoto del 68 che per l’incuria precedente. Il complesso edilizio costituito da due chiostri non ha avuto la stessa sorte della chiesa, perché il proprietario, la famiglia inglese, ha curato la sua conservazione con impegnativi interventi di manutenzione. Parte dei locali e degli spazi di S. Maria del Bosco, che sono ancora agibili, si prestano oggi ad una fruizione culturale e turistica. Infatti tale complesso monumentale, inserito in un ammirevole polmone verde, richiama centinaia di visitatori.
Nota: hanno partecipato al progetto, oltre all’autrice dell’articolo: Biagio Rotolo, Cristina Altamore, Leonardo Spera, Rachele Mansella, Francesca Marino, Filippo Gannuscio, Mariaelena Latino, Calogero Intogna, Rosalia Guzzetta.