Ugo Foscolo e l’immortalità terrena
Ritratto di Ugo Foscolo

Le tombe servono ai vivi e non ai morti. Questo concetto, apparentemente assurdo, sta alla base del Carme dei Sepolcri, composto da Ugo Foscolo in seguito all’Editto di Saint Cloud, ch’era stato emanato in Francia nel 1804 ed esteso nel 1806 anche ai territori italiani sotto la dominazione francese . Esso stabiliva che le tombe dovevano sorgere fuori dal centro abitato e non dovevano essere monumentali, ma semplici e distinte solo dal nome e dal cognome del defunto, senza altre indicazioni.
Il divieto di edificare tombe in città era determinato da motivi igienico-sanitari, mentre la disposizione riguardante le epigrafi nasceva da un discutibile rispetto del principio di uguaglianza.
Il Foscolo in un primo momento resta indifferente alla notizia dell’Editto di Saint Cloud. Egli, materialista, pensa che la tomba non abbia alcun valore per l’estinto perché con la morte finisce tutto. Invece, in seguito, si convince che le tombe servono ai vivi per ricordare meglio le persone care e per essere un giorno ricordati essi stessi
Tra i vivi e i morti s’instaura, dunque, attraverso il sepolcro, quella che l’autore chiama “divina corrispondenza d’amorosi sensi”; é un’illusione, che, tuttavia, consente all’estinto di continuare a vivere anche dopo che avrà chiuso gli occhi per sempre. Ciò può avvenire soltanto per quelle persone che hanno lasciato di sé un buon ricordo. E’, questa, una forma di immortalità, ma esclusivamente terrena (il Foscolo, come ho detto, non credeva in quella ultraterrena della quale parla la Chiesa).
Qualcosa di più rilevante avviene con le tombe dei grandi uomini, che con la genialità o l’eroismo hanno onorato il proprio Paese. Quei sepolcri diventano, allora, custodi delle patrie memorie.
Il Foscolo esalta, a questo proposito, la Basilica di Santa Croce in Firenze, dove sono custodite le tombe di alcuni grandi italiani: Michelangelo, Galilei, Machiavelli e Alfieri. Oggi vi é sepolto lo stesso Foscolo. Le tombe di questi uomini illustri non servono solo a conservare le memorie del passato, ma anche a suscitare negli animi generosi eroiche virtù:
“A egregie cose il forte animo accendono
l’urne di forti… e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta”.
Firenze. La Basilica di Santa Croce

Quando il Foscolo visitò per la prima volta la Basilica di Santa Croce pensò che Firenze era fortunata per i suoi meravigliosi paesaggi e per la sua storia, ma ancor di più perché custodiva dentro quel Tempio le tombe di grandi italiani. E aggiungeva: a quelle tombe un giorno, se saremo stanchi della dominazione straniera, chiederemo ispirazione per riscattarci, proprio come era solito fare l’Alfieri.
Vittorio Alfieri ebbe avversione per la tirannide e per i vili. Nel carme dei Sepolcri viene presentato dal Foscolo come un grande che, sdegnato contro i suoi contemporanei, incapaci di riscattarsi dalla presenza straniera, si rifugiava dentro quel tempio. Al dialogo con i vivi, dunque, preferiva il muto colloquio con i grandi del passato. Oggi, conclude il Foscolo, “con questi grandi abita eterno e l’ossa fremono amor di patria”.
Nell’antica Grecia i soldati ateniesi prima di un’impresa rischiosa, per alimentare i loro spiriti guerrieri andavano a raccogliersi in meditazione davanti alle tombe degli eroi morti a Maratona lottando contro gl’invasori persiani.
Anche le tombe di Troia accoglievano degli eroi e da esse, secondo il Foscolo, trasse ispirazione Omero per comporre l’Iliade. L’autore, con una splendida immagine, vede quel vecchio poeta che, cieco, brancola fra gli avelli degli eroi troiani morti per avere combattuto con forza, anche se inutilmente, contro i Greci in difesa della propria libertà.
Il tempo travolge tutto in uno scenario che il Foscolo ci presenta in modo sconvolgente. Tuttavia le tombe dei grandi uomini cantate dai poeti, quando saranno state travolte da quella forza demolitrice, resteranno nel ricordo dei posteri grazie alla poesia, che supera “di mille secoli il silenzio”.
E’ l’ultima, altissima funzione della tomba: quella di essere ispiratrice della poesia che rende immortali i grandi, anche se si tratta, come ho detto all’inizio, di una immortalità soltanto terrena.
Ecco il valore della poesia per un romantico della tempra di Ugo Foscolo.
Forse quando scriveva il Carme dei Sepolcri l’autore aveva presente quel concetto di Vittorio Alfieri secondo il quale il poeta Omero diede vita immortale all’eroe Achille, invece Achille non ad Omero, ma neanche a se stesso avrebbe saputo dare vita immortale.
Luigi Russo, grande critico letterario del Novecento, mettendo a confronto l’immortalità cristiana con quella foscoliana, esprime il seguente giudizio: “Non è più l’immortalità dispensata gratuitamente ab aeterno a tutti, ma l’immortalità conseguita per egregie imprese.” Poi aggiunge: “Il carme del Foscolo… è innanzitutto un carme religioso, il carme religioso della nuova immortalità umana.”
Pubblicato il 27/2/2010 nella sezione Letteratura.
Commenti: 11
Commenti
Commento scritto da Fefé
Data: 28 febbraio 2010, 19:08
L’ho già detto in precedenti occasioni: è un piacere rimettermi a sedere sui banchi di scuola ed ascoltare la lezione del nostro Professore. No, Foscolo non l’ho mai amato eccessivamente, un po’ di più l’Alfieri, infinitamente (è il caso di dirlo) il Leopardi. Quest’ultimo argomento mi ha dato l’oppurtunità di riprendere un vecchio libro di mio nonno, edito a Napoli nel 1851, contenente l’opera completa del grande letterato. Così che invece di mettere il breve commento che mi ero riproposto, ho finito per passare il pomeriggio con tra le mani un libro incartapecorito con delle pagine che sembravano di carta assorbente. Ho avuto così modo di vedere come oltre i sonetti che ci hanno fatto studiare a scuola il poeta amasse dedicarne una grande quantità a uomini illustri che l’avevano preceduto (molti per me sono ancora degli “illustri sconosciuti” e non ho voglia, per adesso, di andare a fare ricerche col computer). Questo mi ha fatto capire come il Foscolo fosse ossessionato dal pensiero della morte. Se fossi stato un suo amico contemporaneo lo avrei rassicurato così: “Tranquillu! ‘Na vota sula si mori”! (Sto riflettendo sul fatto che anche il mio spirito sembra essere tornato a cinquant’anni fa).
Tornando al carme dedicato al suo amico Ippolito Pindemonte (ce lo ricordiamo tutti che si firmava anche Polidete Melpomenio ?) devo dire che mi annoiava alquanto mentre dei sonetti ne ricordo ancora qualcuno a memoria.
Ciao caro Simone e grazie.
Commento scritto da Mary
Data: 1 marzo 2010, 13:24
Caro Simone,
Non so risponde e restituisco la pagina bianca. Pero una cosetta la posso dire : ho visto la sua tomba a Firenze. Il voto lo conosco, anzi me lo metto da me : O ed anche se avessi potuto dirne di più, dopo i commenti di Fefe, Mariano, Rosario, il voto che merito è sempre zero.
Mary
Commento scritto da elen@sja
Data: 1 marzo 2010, 18:53
ohè, nn facciamo le furbe neh!?
ke se qln s merita il bel tondo dello zero….
eh eh eh ….allora qll s io!
…………….e….nn si discute!….punto!
cmq…siamo qui appunto x imparare,
x scoprire,x apprendere….
io,sn sicura ke un giorno,riceverò un bel 10!
Commento scritto da Mariano
Data: 1 marzo 2010, 20:24
Ogni soggetto interpreta a modo proprio l’esistenza dopo la morte. Essa dipende dall’epoca e dalle località in cui viviamo. E soprattutto dall’educazione religiosa che abbiamo ricevuto nel corso dei primissimi anni della nostra vita e di quella formativa più tardi. Il Foscolo non fa eccezione. Egli è in primo tempo del parere che le tombe siano soltanto consolazione per i viventi; chi è morto non ha più bisogno di nulla, neanche di un sepolcro. Il sonno eterno è l’annullamento della vita. Più tardi è invece della convinzione che le “urne confortate di pianto” (ma basta che siano ammirate) continuano a far vivere l’estinto nella memoria dei visitatori, ispirando loro nuova poesia. Sono riflessioni di alto prezzo. Che cosa non mi piace di questo poeta, del quale a memoria ricordo solo la sua “A Zacinto” e pochissimi versi del suo carme? E’ evidente: non sono d’accordo con lui se solo le persone che lasciano dietro di sé un importante operato abbiano il pregio di continuare a vivere nel regno dei vivi. Questo pensiero vive ancora oggi. Quanti uomini che ricoprono una grande carica (e si reputano credenti) anelano a passare nella Storia che le future generazioni leggeranno! Sono idee troppo fondate sulla ragione. Per conto mio prescrivo una terapia a ciò che sento dentro di me affinché il mio ideale rimanga in buona salute. Così, come mi è dato di sentirlo: Davanti a Dio siamo tutti uguali. Ma ecco che corro rischio di diventare irrazionale e di allontanarmi dal Foscolo.
Ciao, Simone. Ti ringrazio. Mariano
Commento scritto da tommaso salustri
Data: 2 marzo 2010, 21:33
Foscolo e Leopardi sono sicuramente i due più importanti poeti della letteratura Italiana. “Alla sera” e “L’infinito” sono i più bei sonetti italiani. Nel primo il poeta cita “la fatal quiete”, nel secondo Leopardi cita “Il nulla eterno” (vagar mi fai coi miei pensier sull’orme…). Due filosofie dell’aldilà che coincidono. Ma, Professore, qual è la differenza fra le due concezioni, e la concezione di tutte le fedi religiose, e l’idea
dell’”immortalità” donata dai “Sepolcri” ai defunti o ai vivi che li commemorano e si illudono di ottenere una loro immortalità.
Commento scritto da Mary
Data: 2 marzo 2010, 23:15
Armando VI, da adesso VII, a Firenze mentre si visitava il cimitero, c’era la tomba del tenore Gino Becchi mi disse ecco la tomba del Foscolo ed all’istante mi dice che era più in là. Elena mi viene uno zero supplementare. Non posso darteli. Bisogna meritarseli.
Commento scritto da claudia
Data: 2 marzo 2010, 23:19
Caro Prof., argomenti come questo vanno letti, riletti e digeriti, perché fanno riaffiorare alla mente versi che il tempo spesso ha fatto dimenticare, e nel frattempo mi pongono una domanda: te le ricordi queste cose?
Credo che non importa, quel che importa é questa specie di ventata di freschezza che questa lettura da allo spirito; si freschezza anche se il Foscolo affronta argomenti vecchi come il mondo: la necessità dell’uomo di essere ricordato anche dopo la morte, e non importa se lui non credeva in una seconda vita, del resto lui, come noi, viviamo in questa vita ed a questa ci leghiamo ed in questa vorremmo lasciare un segno del nostro passaggio.
Grazie Prof.
Commento scritto da Simone
Data: 4 marzo 2010, 21:58
Caro Fefé, se per te è un piacere “sedere sui banchi di scuola ed ascoltare la lezione”, immagina, allora, quale sia il mio piacere nel constatare che quanto scrivo non è vano.
Quando tu mi dici che non ami il Carme dei Sepolcri io penso che il tuo professore d’Italiano, a suo tempo, non riuscì a fartelo amare, in quanto é un’opera interessante e soprattutto ricca di poesia. Ti consiglio di leggerla, sono meno di trecento versi. Ho la certezza che ti piacerà moltissimo.
Uno studente di mia conoscenza aveva un ottimo insegnante di Lettere che sapeva suscitare negli alunni interesse ed amore per gli argomenti presentati in classe. Quel giovane, un poco più grande di me, quando il professore gli illustrava un argomento interessante aveva piacere (vorrei dire sentiva il bisogno) di parlarmene. Tutti, del resto, tendiamo a trasmettere agli altri il piacere che abbiamo provato nel conoscere un argomento appassionante.
Non condivido quello che pensi del Foscolo a proposito della morte. C’è un sonetto famoso nel quale quel poeta dice così: “Forse perché della fatal quiete tu sei l’imago, a me sì cara vieni, o sera”. Ama la sera perché gli ricorda l’immagine della morte.
Ad Elena e a Mary voglio ricordare che, per fortuna di tutti, qui non si danno voti. Io cerco di esprimere i concetti in modo chiaro e semplice perché per alcuni gli argomenti possono essere completamente nuovi; gli amici, poi, leggono le pagine di Albatros e, se vogliono, su di esse possono esprimere delle riflessioni, gradite, ma non obbligatorie.
Caro Mariano, vedo con piacere che ricordi molto bene il Carme dei Sepolcri. Io penso che, a prescindere dalla attività che si svolge, una bella preparazione storico-letteraria sia sempre fonte di soddisfazione.
Per quanto riguarda l’argomento oggetto della nostra discussione, dobbiamo distinguere l’immortalità terrena da quella ultraterrena della quale parla la Chiesa. Secondo il Foscolo, dopo la morte non c’è più nulla, ma quanto meglio abbiamo agito in vita tanto più a lungo possiamo vivere nel ricordo dei posteri. I grandi uomini verranno addirittura ricordati finché esisterà il mondo. Mentre questa immortalità terrena è per i più meritevoli, quella predicata dalla Chiesa è per tutti, buoni e cattivi, con pene e premi eterni.
In verità, anche quelli molto cattivi a volte restano immortali nella nella memoria degli uomini, che sempre condanneranno il loro operato. Efiàlte tradì Leònida alle Termòpili e ancora ce ne ricordiamo.
Caro signor Salustri,
né il Foscolo né il Leopardi credono in una realtà soprannaturale. Il Foscolo, tuttavia, considera l’importanza della immortalità legata al ricordo dei posteri. E’ un’illusione, un mito, ma pensare ad essa fa bene perché rende meno sconvolgente l’idea della morte. Invece La concezione che della morte ha il Leopardi è aliena da ogni illusione. Ricorda la poesia “A Silvia”? L’autore dice che con il crollo delle illusioni rimangono solo “la fredda morte ed una tomba ignuda”. Neanche la speranza in una tomba “confortata di pianto” c’è per il Leopardi.
L’immortalità terrena della quale parla il Foscolo è la prova della sua religiosità, che viene messa in evidenza dal Russo nel brano da me citato. Anche per il leopardi il Russo parla di religiosità, soprattutto a proposito dell’”Infinito”. In quella lirica il poeta si protende verso un’immensità che quasi gli crea paura (”ove per poco il cor non si spaura”) e questo sbigottimento ha qualcosa di religioso. In realtà leggendo quei versi vengono alla mente la paura e, al tempo stesso, la riverenza dell’uomo primitivo davanti alle forze della natura.
Si tratta, sia per il Foscolo che per il Leopardi, di una religiosità terrena, umana e soprattutto personale, soggettiva. Da non confondere con le religioni rivelate o codificate, quali il Cristianesimo, il Giudaismo e l’Islamismo, seguite da chi crede nell’esistenza di un mondo ultraterreno al quale dopo la morte approderà l’anima, immortale. Questo non ci sarà secondo le concezioni del Foscolo e del Leopardi.
Mi permetto di osservare che l’”Infinito” non possiede lo scherma metrico del sonetto e che tutte le espressioni da Lei citate appartengono al Foscolo.
Spero di aver capito bene la Sua domanda e di averLe dato una risposta esauriente. Mi farà piacere se Lei tornerà a leggere Albatros.
Un cordiale saluto a tutti. Simone
Commento scritto da Fefé
Data: 6 marzo 2010, 09:20
Con spirito di discente prometto di rileggere i Sepolcri.
Intanto una critica verso coloro che già in vita si preoccupano di conquistare l’immortalità erigendo a se stessi monumenti funebri che forse ricorderanno ai posteri soltanto i loro misfatti.
Ed ora i miei “Sepolcri” che qualche tempo fa ho inserito nella mia rubrica di poesie su Sicilia nel Mondo e che un 2 di novembre di vent’anni fa usciva sul Giornale di Sicilia:
Quannu p’i morti vaiu a lu cimiteru
ci portu quattru ciura a li parenti,
comu pi diri ca, cu lu pinseru,
ancora sunnu vivi ‘nta la menti.
Caminu silinziusu pi un sinteru
e quasi quasi sentu li lamenti
di chiddi chi ‘nta vita, pi daveru,
camparu senza aviri ‘u restu ‘i nenti.
Ci sunnu sipulturi ‘nghirlandati
àutri cu i balati tutti torti
senza mancu du’ ciura spampinati.
Dunca, mi dicu, puru doppu morti,
infinu ca nun s’ha risuscitati,
s’hannu a subiri sempri cosi storti!
Fefé
Commento scritto da claudia
Data: 6 marzo 2010, 16:02
Leggendo la poesia di Fefè (che avevo già letto) mi é venuto in mente che quando abitavo in Liguria e non avevamo morti cari li, andavamo per i cimiteri e mettevo dei fiori nelle tombe dove non c’era nulla, proprio in quelle ormai rovinate dal tempo e dall’incuria e mi domandavo, alla vista delle tombe dei bambni, leggendo quelle date, che età avrebbero avuto se fossero vissuti e cosa avrebbero fatto nella loro vita
E ripensando ai Sepolcri, di Foscolo ho sempre avuto un pensiero che finché ci sarà qualche nostro figlio o figlio di figlio, forse qualcuno si ricorderà del nostro passaggio terreno.
Commento scritto da Simone
Data: 13 marzo 2010, 19:46
Sono belli e significativi i versi di Fefé. Nessuna meraviglia, solo ammirazione. Sono moltissime le poesie di questo caro amico di Albatros che meritano apprezzamento.
Quello che dice Claudia mi ricorda una scena del film di Verdone “Bianco rosso e … Verdone. ‘’L’indimenticabile signora Lella, nel ruolo della nonna di Verdone, si reca in un cimitero con il nipote per cercare la tomba di una conoscente. Poiché non la trova decide si mettere i fiori che ha in mano sulle tombe più trascurate. E’ un comportamento lodevole, come lodevole è ciò che racconta Claudia.
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